TINTO BRASS, IL BUCO DELLA SERRATURA, LE NATICHE DEL MONDO E I NUOVI GEOMETRI DEL DESIDERIO

C’è una singolare tendenza, da qualche tempo a questa parte, a sottoporre le opere d’arte a una sorta di controllo doganale della morale. Si apre la valigia, si rovista fra le mutande dell’autore, si controlla che il desiderio sia in regola, che i corpi si comportino secondo le disposizioni vigenti, che nessuno guardi troppo, desideri troppo, oppure desideri qualcuno che non ricambi. Dopodiché si rilascia il certificato di idoneità culturale. O si sequestra l’opera.

Tinto Brass, naturalmente, avrebbe parecchi problemi alla frontiera. Già me lo immagino, il vecchio porco veneziano, con quel suo sorriso da satiro soddisfatto, sottoposto a un interrogatorio sulla reciprocità del desiderio, mentre qualche zelante funzionario dell’etica contemporanea gli spiega che le natiche femminili costituiscono una rappresentazione problematica dei rapporti di genere. Lui probabilmente chiederebbe di vedere quelle del funzionario.

Perché Tinto Brass è stato uno dei registi più anarchici, irriverenti e formalmente inventivi del cinema italiano. E tuttavia la sua figura è stata progressivamente ridotta a quella di un anziano signore ossessionato dai culi, una specie di amministratore condominiale della sessualità femminile, che avrebbe trascorso l’esistenza a spiare le donne da qualche buco della serratura.

Chi lavora è perduto, Col cuore in gola, L’urlo, Nerosubianco, Salon Kitty. Basterebbero questi titoli per comprendere che siamo davanti a un autore che ha praticato la deformazione dell’immagine, la frammentazione narrativa, il montaggio disarticolato, l’irriverenza politica. Una stagione nella quale il cinema si poteva ancora prendere a calci, smontare, rovesciare, senza che qualcuno pretendesse di conoscere preventivamente il messaggio edificante dell’operazione.

Brass, a mio avviso, è sempre rimasto fedele a quella disposizione. Soltanto che a un certo punto ha trasferito la propria anarchia dai territori della politica e della sperimentazione a quelli del corpo. Ed è stato allora che sono cominciati i problemi. Anche perché il corpo, si sa, è una questione seria. Soprattutto quando qualcuno pretende di occuparsene seriamente.

C’è anzitutto il voyeurismo. Una faccenda sulla quale si potrebbe scrivere un trattato, e che invece viene frequentemente liquidata con l’immagine del maschio bavoso, seduto in poltrona, che osserva una donna spogliarsi senza essere visto.

Ma il cinema che cos’è? Almeno una parte essenziale della sua esperienza consiste precisamente in questo: guardare qualcosa alla quale non partecipiamo. Entrare in una stanza senza esserci, sorprendere una conversazione, assistere a un’intimità che non ci appartiene. Il dispositivo cinematografico ci concede un privilegio abbastanza mostruoso, a pensarci bene. Una specie di onnipotenza ottica, un’esistenza clandestina dello sguardo.

Brass questa condizione la conosceva benissimo. E invece di nasconderla, la esasperava. Gli specchi, le finestre, le porte socchiuse, le prospettive deformanti, i corpi tagliati dall’inquadratura, quelle natiche che occupano improvvisamente l’intero campo visivo come un evento cosmologico. Il corpo femminile diventa un problema di geometria, una questione di spazio, di prossimità, di distanza. Di posizione dell’osservatore, soprattutto.

E chi osserva, nei suoi film, è spesso un povero disgraziato.

L’uomo brassiano è sovente un essere ridicolo, geloso, ossessionato dal controllo, incapace di amministrare persino il proprio desiderio. Vorrebbe possedere ciò che guarda e finisce per essere posseduto dalla propria ossessione. Vuole conoscere, dominare, sapere. E più cerca di sapere, più precipita in una forma di impotenza che ha qualcosa di comico, talvolta di autenticamente tragico.

In La chiave, dal romanzo di Tanizaki, il marito alimenta un meccanismo voyeuristico che gli sfugge progressivamente di mano. In Miranda la protagonista dispone dei propri amanti con una libertà che manda continuamente in crisi le aspettative maschili. In Così fan tutte la fedeltà coniugale viene sottoposta a una serie di torsioni nelle quali desiderio, immaginazione e possesso perdono la loro rassicurante corrispondenza.

Le donne brassiane mentono, tradiscono, scelgono, provocano, manipolano, si divertono. Gli uomini, molto spesso, arrancano. Una specie di esercito di cornuti metafisici, convinti di possedere il mondo mentre il mondo sta scopando alle loro spalle.

Naturalmente sarebbe sciocco sostenere che queste figure femminili costituiscano un modello definitivo di emancipazione. Sono creature costruite dentro un immaginario prevalentemente maschile, attraversato da feticismi e ossessioni abbastanza riconoscibili. Ma un personaggio può essere contemporaneamente oggetto di uno sguardo e soggetto di un desiderio. Può esercitare un potere senza sottrarsi alle contraddizioni della propria rappresentazione.

Ormai, invece, sembra che l’ambiguità sia diventata un difetto di fabbricazione. Un problema da risolvere, possibilmente prima dell’uscita del film.

E qui arriviamo a una questione che considero piuttosto grave, dal punto di vista estetico e persino filosofico: la confusione fra rappresentazione del desiderio e prescrizione di un comportamento sessuale corretto.

Il consenso è un principio imprescindibile nella realtà delle relazioni umane. Ma quando dal consenso si pretende di ricavare una teoria della reciprocità obbligatoria del desiderio, quando l’asimmetria erotica viene considerata di per sé una forma di arretratezza culturale, si entra in un territorio piuttosto bizzarro.

Perché il desiderio, disgraziatamente, non è un’assemblea condominiale.

Non funziona per maggioranze, non prevede una distribuzione equa delle attrazioni, non restituisce necessariamente ciò che gli viene offerto. Si può desiderare qualcuno che non ci desidera. Si può provare piacere a guardare, a essere guardati, a sottrarsi allo sguardo, a esibirsi. Si può fantasticare su ciò che nella realtà non si vorrebbe mai vivere. Tutto questo appartiene alla complessità dell’esperienza erotica.

Pensare di correggere retroattivamente l’eros attraverso una specie di pedagogia della reciprocità mi sembra una delle operazioni più deprimenti che si possano immaginare. Come se per rendere moralmente accettabile Lolita bisognasse riscrivere Nabokov facendo frequentare a Humbert Humbert un seminario sulle relazioni affettive.

C’è poi il feticismo, una delle grandi intuizioni del cinema brassiano. La parte che diventa il tutto. Il dettaglio anatomico che acquista una dignità spropositata. Una coscia, una natica, un piede, una calza, un lembo di biancheria. Il mondo si restringe improvvisamente a una porzione di carne. La metafisica, con tutte le sue pretese di eternità, finisce a contemplare un paio di mutande.

Brass ne fa un linguaggio. Si può detestare quella grammatica, considerarla ossessiva, ripetitiva, persino esteticamente esaurita in alcune opere. Ma sarebbe il caso di analizzarla prima di liquidarla.

Anche le sue scenografie, quegli interni borghesi soffocanti, i salotti con le poltrone pesanti, le carte da parati ingiallite, i mobili che sembrano impregnati di sigaro, sudore, rispettabilità e adulterio, costituiscono un elemento tutt’altro che marginale.

C’è un odore nei film di Brass. Una specie di decomposizione profumata della borghesia italiana.

Quelle stanze, quelle camere da letto, quelle abitazioni nelle quali tutto dovrebbe concorrere a preservare l’ordine familiare, vengono progressivamente occupate da corpi che non intendono rispettarlo. Il desiderio entra negli appartamenti come un ospite maleducato, si siede sul divano buono, rovescia il bicchiere, si spoglia, tradisce il padrone di casa e magari gli chiede pure un sigaro.

La rispettabilità perde i pantaloni.

Certo, il cinema di Brass ha conosciuto un progressivo ripiegamento su se stesso. Le ripetizioni, le autocitazioni, una certa meccanizzazione delle situazioni erotiche, l’insistenza sui medesimi feticci. Esistono film più riusciti e altri decisamente meno. Non vedo perché dovremmo nasconderlo. Ma la decadenza di una poetica è cosa diversa dalla sua inesistenza. E una filmografia non si valuta prendendo le sue formule più logore per cancellarne retroattivamente le invenzioni.

C’è inoltre qualcosa di profondamente italiano nella vicenda di Brass. Un paese cattolico, moralista, ossessionato dal peccato e contemporaneamente affamato di corpi. Una società capace di scandalizzarsi davanti a una donna nuda e di costruirle intorno un’intera economia dello sguardo. Brass conosceva benissimo questa ipocrisia. E ci ha giocato per decenni, trasformandola in uno spettacolo nel quale il pubblico poteva riconoscere, talvolta senza rendersene conto, la propria miserabile e divertentissima condizione. Perché il sesso fa anche ridere. Moltissimo. Gli esseri umani, che passano buona parte della propria esistenza a costruire un’immagine dignitosa di sé, quando desiderano diventano frequentemente delle creature assurde. Si agitano, mentono, balbettano, si umiliano, si esibiscono, compiono gesti ridicoli. Il desiderio manda continuamente a puttane la nostra pretesa di essere esseri razionali.

Brass questa cosa l’aveva capita. E forse l’aveva capita meglio di tanti contemporanei che pretendono di parlare dell’eros come se stessero compilando un protocollo di sicurezza aziendale. Ciò che trovo particolarmente irritante in molte letture moralistiche della produzione artistica del passato è la presunzione di superiorità retroattiva. Come se l’evoluzione delle sensibilità sociali comportasse automaticamente una maggiore intelligenza estetica. Come se bastasse individuare uno stereotipo, un’asimmetria, un comportamento discutibile per avere compreso un film. Il cinema viene così ridotto a un campionario di atteggiamenti da approvare o disapprovare. E la critica diventa un ufficio di igiene della rappresentazione.

Una prospettiva che trovo francamente insopportabile. Tinto Brass non è stato un pedagogista della sessualità. Non aveva il compito di insegnarci come desiderare correttamente, né di produrre un modello di relazione erotica compatibile con le prescrizioni di qualche futura commissione etica. Ha costruito un immaginario. Discutibile, contraddittorio, talvolta manieristico, ma dotato di una sua precisa identità estetica. Un universo di carne, specchi, gelosie, libertà, ossessioni, tradimenti, godimenti e ridicolaggini assortite, nel quale l’essere umano perde continuamente il controllo della propria immagine.

Possiamo naturalmente discutere delle sue ossessioni maschili, dei suoi limiti, delle sue reiterazioni. Anzi, dovremmo farlo. Ma tenendo presente che un’inquadratura è un’inquadratura, che il montaggio produce senso, che lo spazio cinematografico non coincide con l’arredamento di un appartamento e che un personaggio moralmente discutibile non costituisce automaticamente un difetto di sceneggiatura.

Altrimenti finiremo per chiedere a Sade di diventare educatore sentimentale, a Buñuel di rispettare le buone maniere, a Bataille di frequentare un corso sull’affettività responsabile. E a Tinto Brass di smettere di guardare i culi. Il che, oltre a essere piuttosto improbabile, sarebbe una considerevole perdita per la storia del cinema.

Mario Grasso e la seconda vita siciliana del burattino di Collodi. Post scriptum: il “Pinocchio” di Grasso e Madè

Un omaggio allo scrittore acese attraverso una delle sue più singolari imprese letterarie: la traduzione integrale delle Avventure di Pinocchio in siciliano, con il testo originale a fronte.

Ho fra le mani due libri di Mario Grasso. Il primo è un volume collettaneo a lui dedicato, Mario Grasso. Un intellettuale fuori dal comune, curato da Nives Levan, con prefazione di Stefano Lanuzza. Il secondo è un oggetto letterario che mi procura un piacere del tutto particolare: ’I marrunati di Pinocchiu, la traduzione integrale delle Avventure di Pinocchio di Carlo Collodi in lingua siciliana, pubblicata da Prova d’Autore nel 1990.

Due libri che sembrano osservarsi reciprocamente. Il primo ricostruisce il percorso di un intellettuale; il secondo lo sorprende nel pieno esercizio della sua intelligenza linguistica, alle prese con uno dei testi più straordinari e meno addomesticabili della nostra letteratura.

Perché tradurre Pinocchio in siciliano? E soprattutto, cosa accade quando una lingua come quella di Collodi, già così fortemente connotata dall’oralità toscana, incontra un’altra lingua di altrettanta densità espressiva, antropologica, fonetica?

La questione mi sembra di notevole interesse.

Intanto il titolo. ’I marrunati di Pinocchiu. Già qui si consuma una piccola, felicissima infedeltà. Le avventure diventano marrunati, termine che richiama gli spropositi, le malefatte, gli errori nei quali si incorre, spesso trascinati dalla propria stessa natura. Il burattino, prima ancora di incominciare, sembra aver già combinato qualcosa di irreparabile.

E in effetti Pinocchio è un essere che sbaglia continuamente. Direi che la sua identità coincide in larga parte con l’ostinazione a sbagliare. È un organismo di legno investito da un’incessante pedagogia della colpa, una creatura che attraversa punizioni, mutilazioni, metamorfosi e tentativi di redenzione. Un individuo che vorrebbe diventare umano senza possedere ancora gli strumenti per comprendere cosa significhi esserlo. Circostanza, peraltro, piuttosto diffusa anche fra coloro che umani lo sono già da tempo.

Nella versione di Mario Grasso il racconto acquista una nuova corporeità. La lingua entra nel legno, ne modifica la consistenza, lo fa risuonare diversamente.

La lingua delle madri e l’inquietudine del burattino

Mario Grasso, nato ad Acireale nel 1932 e scomparso a Catania nel 2022, appartiene a quella categoria di intellettuali che considero sempre più rara: studiosi per i quali l’attività letteraria coincide con una forma permanente di ricerca sulla lingua, sulla sua storia, sulle possibilità che essa custodisce e che spesso lasciamo deperire per semplice indolenza.

Poeta, narratore, saggista, traduttore, editore, fondatore di riviste come Lunarionuovo, Grasso ha dedicato una parte importante della propria opera alla lingua siciliana, sottraendola all’angusto recinto del regionalismo decorativo.

Il suo Vocabolario siciliano, pubblicato nel 1989 con una prefazione di Maria Corti, è un riferimento significativo di questo percorso. Come pure le successive ricerche sulla sapienza linguistica e paremiologica dell’isola, raccolte sotto quella suggestiva espressione di lingua delle madri.

Per Grasso il siciliano è materia viva, portatrice di una propria organizzazione del pensiero, di una memoria collettiva e di una capacità di articolazione poetica che sarebbe ridicolo considerare subordinate a quelle dell’italiano.

E qui arriviamo al punto che maggiormente mi interessa.

Tradurre un’opera letteraria significa inevitabilmente intervenire sulla sua struttura percettiva. Ogni lingua stabilisce un rapporto particolare con le cose, possiede una propria distribuzione degli accenti, una particolare velocità del discorso, una diversa relazione fra il suono e l’immagine.

Non esistono equivalenze completamente innocenti.

Quando Grasso traduce Collodi interviene sulla natura stessa della narrazione. La vicenda rimane quella che conosciamo, ma il modo in cui viene percepita subisce una trasformazione.

Prendiamo l’incipit.

Collodi comincia con il celeberrimo «C’era una volta», per poi sottrarre immediatamente al lettore l’aspettativa del re, sostituendogli un semplice pezzo di legno.

Grasso apre con «’Na vota c’era…».

Proviamo a pronunciare le due formule. Nell’italiano di Collodi riconosciamo la convenzione della fiaba, prontamente contraddetta. Nel siciliano di Grasso si avverte una prossimità con il racconto orale, con quella dimensione domestica nella quale la narrazione sembra precedere la pagina scritta.

Il suo mastru Cirasa, il falegname Ciliegia, appartiene già a un altro universo fonico. La parola si carica di una materialità diversa: il mestiere, il soprannome, il gesto artigianale, la prossimità dei corpi.

E quel pezzo di legno che piange e ride come un bambino sembra provenire da una memoria narrativa nella quale l’animazione delle cose non richiede particolari giustificazioni.

Naturalmente Collodi possedeva già questa straordinaria capacità di attribuire vita alla materia. Grasso ne modifica la temperatura linguistica. Ed è una temperatura che un lettore siciliano riconosce prima ancora di averla interpretata.

Due testi che si osservano

Una delle qualità più intelligenti dell’edizione è la presenza del testo italiano a fronte.

La scelta consente un’esperienza di lettura comparativa, nella quale possiamo seguire le trasformazioni del racconto attraverso due sistemi linguistici differenti, osservare dove Grasso conserva la costruzione originale, dove modifica il ritmo, dove ricorre a un’espressione idiomatica e dove la traduzione introduce una particolare intensificazione fonetica.

Nelle pagine che ho davanti, per esempio, il capitolo trentunesimo presenta l’arrivo del carro destinato a trasportare i ragazzi verso il Paese dei balocchi.

Nell’italiano di Collodi leggiamo che il carro arrivò senza far rumore. Nella versione siciliana l’assenza di rumore si traduce attraverso l’espressività concreta dello scrusciu.

Una parola come scrusciu possiede una sonorità che quasi imita il fenomeno acustico che nomina. Anche pronunciandola mentalmente si ha la sensazione di produrre un rumore.

Da batterista, confesso di essere particolarmente sensibile a queste trasformazioni. Le lingue possiedono una loro orchestrazione interna, un sistema di durate, contrazioni, consonanti percussive, vocali che distendono il fraseggio. La pagina letteraria è anche una partitura, sebbene non tutti gli scrittori sembrino essersene accorti.

Il siciliano di Grasso procede spesso per contrazioni e scarti ritmici che rendono il dialogo particolarmente mobile. Si avverte la possibilità di una lettura ad alta voce, di una rappresentazione quasi teatrale.

Ma sarebbe riduttivo attribuire tutto questo a una generica musicalità dialettale. Anche Collodi è uno scrittore dalla formidabile sensibilità ritmica. Ci troviamo piuttosto davanti all’incontro fra due differenti organizzazioni prosodiche, due modi di distribuire gli accenti e di far respirare una frase.

Penso anche a quanto il siciliano sia capace di esercitare una particolare violenza espressiva, di precipitare improvvisamente dal registro lirico alla brutalità più concreta. Una caratteristica che considero particolarmente congeniale all’universo collodiano, nel quale la crudeltà convive continuamente con l’umorismo, il patetico con il grottesco.

La traduzione di Grasso può essere letta anche così: come un’ulteriore esplorazione delle possibilità comiche, foniche e perturbanti già contenute nell’originale.

Pinocchio, la Sicilia e la metamorfosi

C’è poi un aspetto che mi sembra particolarmente fertile sul piano interpretativo.

Pinocchio è un romanzo interamente attraversato dalla metamorfosi.

La materia inanimata diventa creatura senziente. Il burattino aspira a diventare bambino. I bambini diventano asini. Gli animali parlano, ammoniscono, giudicano, ingannano. Le identità si modificano continuamente, spesso attraverso la sofferenza.

E anche la lingua, nella traduzione di Grasso, partecipa a questo processo.

Leggere Pinocchiu significa assistere alla trasformazione di un’opera che conserva la propria identità pur assumendo una diversa forma espressiva. Come il protagonista, anche il testo sembra attraversare una metamorfosi senza perdere completamente la memoria di ciò che era.

Il capitolo trentacinquesimo, nel quale Pinocchio si ritrova nel ventre del Pesce-cane, è particolarmente interessante per questa lettura.

La traduzione siciliana conserva l’inquietudine dell’episodio: la profondità marina, il buio, l’odore, la condizione di un essere inghiottito che continua ostinatamente a cercare una via d’uscita. Il ventre dell’animale diventa una specie di abitazione mostruosa, un luogo in cui la sopravvivenza assume i caratteri dell’esilio.

La Sicilia affiora nella lingua attraverso cui quell’esperienza viene restituita. Grasso non ha bisogno di trasferire Pinocchio in un paese etneo, di trasformare Geppetto in un personaggio da commedia regionale, di aggiungere folklore o macchiette.

La trasformazione avviene già nell’atto della traduzione.

E qui il suo lavoro acquista una dignità letteraria autonoma. Il siciliano diventa il luogo di una seconda esistenza del testo collodiano, una sorta di reincarnazione linguistica nella quale il burattino si ritrova a disporre di una nuova anatomia verbale.

Una prospettiva che, considerando la sua natura originaria, potrebbe persino risultargli familiare.

Contro la museificazione del dialetto

Trovo particolarmente insopportabile una certa abitudine a considerare le lingue regionali come reperti di un’umanità destinata a scomparire, buoni per alimentare nostalgie, sagre paesane e commemorazioni di qualche presunta autenticità perduta.

C’è qualcosa di vagamente necrofilo in questa ossessione per la conservazione delle tradizioni, soprattutto quando le si pretende immobili, fedeli a un’identità che nessuno riesce mai a definire con precisione.

Le lingue vivono finché vengono adoperate per produrre pensiero, conflitto, invenzione.

La traduzione di Grasso dimostra questa possibilità.

Il siciliano può accogliere Collodi, confrontarsi con la sua complessità, restituirne le sfumature ironiche e drammatiche, affrontarne le torsioni sintattiche, senza trasformarsi in una caricatura di se stesso.

Una lingua consegnata esclusivamente alla conservazione museale rischia di diventare una lingua morta anche quando continua a essere pronunciata. Sopravvive nei modi di dire, nelle formule rituali, nelle battute, ma perde progressivamente la capacità di produrre nuove strutture di significato.

Grasso appartiene a coloro che hanno cercato di contrastare questo impoverimento.

Il suo lavoro si è esteso dalla poesia alla narrativa, dalla riflessione filologica alla traduzione di autori appartenenti ad altre tradizioni, come Taras Ševčenko. L’attenzione alla lingua siciliana costituiva uno degli strumenti attraverso cui interrogare il rapporto fra identità e alterità.

Nel suo Pinocchiu questa tensione è evidente. La fedeltà all’opera di Collodi convive con la necessità di restituirla attraverso una lingua dotata di una propria autonomia storica ed espressiva.

Il testo originale rimane sulla pagina accanto, quasi a testimoniare una convivenza. Le due lingue si osservano, si confrontano, talvolta sembrano contraddirsi.

Non occorre stabilire quale possieda una maggiore legittimità.

Basta leggerle.

Un omaggio a Mario Grasso

Ritorno al volume collettaneo dedicato a Mario Grasso, curato da Nives Levan. Il sottotitolo, Testi, interviste, testimonianze, annuncia il tentativo di ricostruire una figura intellettuale attraverso una pluralità di sguardi.

È un’impresa necessaria, soprattutto in una realtà culturale come quella siciliana, dove la memoria degli scrittori e degli operatori culturali viene frequentemente affidata alla buona volontà di pochi, salvo poi riscoprirne improvvisamente l’importanza quando non possono più intervenire nelle discussioni.

Mario Grasso è stato anche un uomo di iniziative, di riviste, di editoria, di relazioni intellettuali. Ha attraversato la cultura siciliana esercitando una funzione che sarebbe limitativo identificare con la sola produzione dei suoi libri.

Ma proprio i libri rimangono il luogo nel quale possiamo ancora incontrare il suo pensiero nella sua forma più concreta.

E fra questi considero ’I marrunati di Pinocchiu un’opera particolarmente eloquente.

C’è qualcosa di ammirevole nell’aver dedicato un lavoro di tale estensione alla traduzione integrale di un romanzo che tutti credono di conoscere e che, probabilmente, pochi hanno davvero letto fino in fondo.

Perché Pinocchio continua a essere scambiato per un innocuo racconto educativo, mentre contiene una quantità impressionante di crudeltà, fame, solitudine, violenza, inganno e paura della morte. È un’opera nella quale l’infanzia appare continuamente esposta all’arbitrio degli adulti e alle conseguenze delle proprie scelte.

Il suo mondo è spesso spietato. La redenzione finale non cancella tutto ciò che il burattino ha dovuto attraversare.

Grasso ha avuto l’intelligenza di affidare questa materia a una lingua capace di reggerne il peso, l’ironia e la ferocia.

E così Pinocchio continua a scappare, disobbedire, mentire, soffrire. Soltanto che adesso lo fa anche in siciliano.

Mi piace immaginare che, giunto finalmente al termine delle sue disavventure, il povero burattino possa perfino domandarsi quale delle due lingue abbia raccontato meglio i suoi tormenti.

Forse nessuna. Forse entrambe.

Del resto, un individuo nato da un pezzo di legno, passato attraverso l’impiccagione, la trasformazione in asino e il ventre di un mostro marino, potrebbe legittimamente rivendicare il diritto di non avere una sola identità linguistica.

L’omaggio migliore a Mario Grasso, credo, consiste proprio nel continuare a leggerlo, sottraendolo alla rispettabile immobilità delle commemorazioni.

Aprire il suo Pinocchiu, pronunciarne le frasi, confrontarle con Collodi. Lasciare che le due lingue si disturbino reciprocamente.

E ascoltare ancora una volta quel pezzo di legno che, con grande disappunto di chi avrebbe voluto farne una semplice gamba di tavolino, continua a parlare.


P.S. – Due siciliani e un burattino toscano: Mario Grasso e Pippo Madè

C’è un’altra circostanza che desidero ricordare e che mi sembra possedere qualcosa di singolarmente suggestivo.

Il Pinocchio di Mario Grasso trova un corrispettivo nell’opera pittorica di un altro grande artista siciliano, Pippo Madè, che al burattino collodiano ha dedicato un lungo e articolato ciclo figurativo.

È curioso osservare come due personalità così differenti abbiano finito per incontrarsi idealmente attorno a una creatura che, pur essendo stata fabbricata da un falegname toscano, ha dimostrato una straordinaria disponibilità a cambiare patria, lingua, ambiente e perfino specie zoologica.

Madè affronta Pinocchio già tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, sviluppando successivamente un’autonoma interpretazione nella quale il burattino attraversa la Sicilia, incontra le figure della sua storia e della sua mitologia, si confronta con i carusi delle zolfare, con i lavoratori delle saline, con le contraddizioni sociali e le meraviglie di una terra che diventa teatro della sua educazione sentimentale e morale.

Grasso restituisce a Pinocchio una nuova lingua. Madè gli consegna una nuova geografia.

È una distinzione che mi piace particolarmente.

Nel primo caso assistiamo a una metamorfosi verbale. Il burattino si appropria della fonetica siciliana, delle sue cadenze, delle sue asperità, di una particolare maniera di nominare le cose e di organizzare il pensiero.

Nel secondo, l’immaginario collodiano viene investito da una geografia pittorica che ne modifica i riferimenti storici, antropologici e simbolici. Madè utilizza Pinocchio come una creatura capace di attraversare epoche, incontrare figure mitologiche, osservare le miserie umane con quello sguardo insieme innocente e irrimediabilmente compromesso che appartiene ai personaggi più longevi della letteratura.

Mi interessa soprattutto questa sua capacità di sopravvivere alle interpretazioni.

Pinocchio è stato trasformato in una creatura rassicurante, educativa, sentimentale. Eppure continua a conservare qualcosa di irriducibile, una natura ambigua, vagamente mostruosa. È un pezzo di legno che desidera diventare bambino. Una creatura che non possiede una collocazione definitiva nell’ordine delle cose.

Forse proprio per questo attraversa tanto facilmente le lingue e le arti.

Grasso e Madè sembrano aver colto due possibilità complementari di questa inquietudine.

Il primo si misura con l’instabilità dell’identità linguistica; il secondo con quella dell’immaginario figurativo. Entrambi utilizzano il personaggio di Collodi per entrare in relazione con la memoria siciliana, senza costringerlo a una facile operazione di travestimento regionale.

Non siamo davanti a un Pinocchio al quale viene semplicemente imposto un costume siciliano.

La Sicilia agisce dall’interno, attraverso il linguaggio di Grasso e attraverso le immagini di Madè. Diventa uno strumento di interpretazione, un territorio nel quale la vicenda collodiana acquista ulteriori possibilità di significato.

Ecco perché considero interessante accostare questi due artisti. La loro ricerca testimonia quanto un classico possa continuare a generare opere autonome, sottraendosi alla propria stessa consacrazione.

C’è qualcosa di ironico, del resto, nel destino di Pinocchio.

Un personaggio nato come creatura incompiuta, continuamente esposto alla possibilità di essere corretto, punito, trasformato, è diventato uno dei soggetti più resistenti dell’immaginario letterario mondiale.

Tutti cercano di conferirgli una forma definitiva. Lui continua a cambiarla.

Mario Grasso lo fa parlare in siciliano. Pippo Madè lo conduce attraverso la storia e i paesaggi dell’isola. E il burattino, che nel frattempo ha attraversato una quantità incalcolabile di disavventure, continua a osservare gli esseri umani con quella sua particolare espressione, come se avesse finalmente compreso qualcosa che a noi continua ostinatamente a sfuggire.

Due siciliani, dunque, legati da un toscano immortale.

Mi sembra un incontro degno di essere ricordato.

E forse il povero Geppetto, qualora avesse potuto prevedere l’immensa proliferazione linguistica, iconografica e filosofica del proprio manufatto, avrebbe prudentemente rinunciato all’impresa, dedicandosi alla fabbricazione di qualche dignitosissimo comodino.

Fortunatamente non lo fece.


Nota bibliografica

  • Carlo Collodi, ’I marrunati di Pinocchiu, traduzione integrale in siciliano di Mario Grasso, con il testo italiano delle Avventure di Pinocchio a fronte, Prova d’Autore, 1990.
  • AA.VV., Mario Grasso. Un intellettuale fuori dal comune. Testi, interviste, testimonianze, a cura di Nives Levan, prefazione di Stefano Lanuzza, Prova d’Autore.

IL “MILITANTISMO”Anatomia della militanza a doppia contabilità


Ascolta il podcast – Il militantismo: anatomia della militanza a doppia contabilità

C’è qualcosa di involontariamente grottesco nell’osservare la militanza politica contemporanea, soprattutto quando a esercitarla sono gli stessi soggetti che, nella vita professionale, partecipano docilmente ai meccanismi di potere contro i quali dichiarano di battersi.

La scena è nota. Si scende in piazza, si manifesta contro il governo, si denunciano le derive autoritarie, si invoca la giustizia sociale, si agitano bandiere, si scandiscono slogan. Poi si torna a casa, o meglio ancora al lavoro, e si riprendono diligentemente le proprie posizioni all’interno di sistemi regolati da appartenenze, cooptazioni, fedeltà personali e distribuzione selettiva delle opportunità.

La rivoluzione termina esattamente dove comincia la convenienza.

Vorrei soffermarmi su una particolare manifestazione di questa contraddizione, che conosco attraverso la mia lunga frequentazione degli ambienti musicali e culturali: la capacità di denunciare pubblicamente le ingiustizie del sistema politico e di accettare, senza analoghe resistenze, quelle che si producono all’interno del proprio ambiente professionale.

Perché è proprio qui che la militanza mostra una delle sue più singolari deformazioni.

La geografia invisibile del potere culturale

Il mondo dell’organizzazione musicale, della produzione artistica, dei festival, delle associazioni culturali e delle istituzioni formative possiede una struttura di relazioni che meriterebbe un’indagine ben più approfondita di quella generalmente riservata alle sue manifestazioni pubbliche.

Chi decide quali artisti debbano lavorare? Attraverso quali criteri vengono assegnati incarichi, opportunità, finanziamenti e spazi? Quanto contano la qualità delle proposte, la loro originalità e il loro valore culturale? Quanto pesano invece le appartenenze, i rapporti personali, le consuetudini consolidate?

Sono domande che dovrebbero interessare soprattutto chi rivendica un’identità politica fondata sull’uguaglianza delle opportunità e sulla critica dei privilegi.

Eppure, quando il discorso si sposta dalla grande politica alla piccola amministrazione del proprio territorio professionale, l’indignazione tende curiosamente a evaporare.

Le battaglie contro il potere diventano improvvisamente meno urgenti quando il potere distribuisce occasioni di lavoro, visibilità, incarichi e riconoscimenti.

Si può essere rivoluzionari nei confronti di un governo e perfettamente conservatori nei confronti della propria rubrica telefonica.

È una forma di doppia contabilità morale che attraversa una parte significativa dell’ambiente culturale, almeno per quanto ho potuto osservare nella mia esperienza.

Dai collettivi alla cooptazione

Una delle trasformazioni più interessanti riguarda l’eredità dei collettivi artistici, nati spesso da esigenze di autonomia, sperimentazione e opposizione alle gerarchie consolidate.

L’idea originaria era semplice: costruire forme alternative di produzione e distribuzione culturale, sottrarsi alle mediazioni tradizionali, creare opportunità attraverso la cooperazione.

Ma cosa accade quando una struttura nata per contestare il sistema viene progressivamente assorbita dal sistema stesso?

Accade che le modalità di organizzazione possono sopravvivere mentre si estinguono le ragioni che ne avevano giustificato la nascita.

Il collettivo diventa un marchio. L’appartenenza diventa una credenziale. La solidarietà si restringe al perimetro degli affiliati. Le relazioni personali, un tempo necessarie per opporsi a un’esclusione, rischiano di trasformarsi esse stesse in dispositivi di esclusione.

È il passaggio dalla cooperazione alla cooptazione.

Naturalmente, non si tratta di un destino inevitabile, né di una condanna indistinta di tutte le esperienze collettive. Ma è una degenerazione possibile, tanto più insidiosa quanto più continua a utilizzare il vocabolario dell’emancipazione.

Il linguaggio resta antagonista. La pratica diventa amministrativa.

La dialettica del servo e del padrone

In questo scenario torna sorprendentemente utile la dialettica hegeliana della signoria e della servitù, pur senza pretendere di ridurla a una banale metafora delle relazioni professionali.

Il rapporto di dipendenza produce riconoscimento, subordinazione, ricerca di legittimazione. Chi aspira a entrare in un sistema di potere può finire per riprodurne i comportamenti, interiorizzarne le gerarchie, accettarne le contraddizioni.

Non occorre che qualcuno impartisca ordini espliciti. È sufficiente che determinati meccanismi diventino consuetudini e che l’accesso alle opportunità dipenda, realmente o nella percezione degli interessati, dalla capacità di adattarvisi.

Si sviluppa così una forma di servitù volontaria, accompagnata da una retorica dell’indipendenza che può raggiungere livelli involontariamente comici.

Il musicista che denuncia il conformismo politico può accettare senza protestare il conformismo organizzativo. L’intellettuale che combatte le gerarchie sociali può cercare ostinatamente il riconoscimento di quelle culturali. Il militante che invoca trasparenza nella gestione pubblica può dimenticarsene quando la questione riguarda il proprio ambiente.

Il problema non riguarda una particolare appartenenza partitica.

Le relazioni di dipendenza attraversano le ideologie con una disinvoltura che i loro sostenitori difficilmente ammetterebbero.

Il caso delle istituzioni artistiche

Un capitolo specifico meriterebbe il sistema dell’alta formazione artistica e musicale, nel quale si incontrano interessi accademici, carriere, concorsi, incarichi, reti professionali e decisioni amministrative.

Qui la questione riguarda la qualità e la trasparenza dei processi decisionali, la possibilità di verificare i criteri di selezione e l’effettiva accessibilità delle opportunità.

Il problema non può essere affrontato attraverso semplici insinuazioni, né risolto attribuendo responsabilità indistinte. Occorrerebbe invece esaminare procedure, composizione delle commissioni, ricorrenza degli incarichi, concentrazione delle opportunità e possibili conflitti d’interesse.

Sarebbe una forma di militanza assai meno spettacolare di un corteo.

E forse, proprio per questo, più scomoda.

Perché significherebbe interrogare il proprio ambiente, le proprie relazioni, le proprie convenienze. Mettere in discussione persone dalle quali può dipendere una collaborazione futura.

Insomma, correre un rischio reale.

Il militantismo

Chiamo militantismo questa particolare sedimentazione di comportamenti servili, retoriche progressiste, conformismi culturali e piccole strategie di sopravvivenza professionale.

È il residuo di una stagione nella quale l’antagonismo sembrava poter investire ogni struttura della società, salvo trasformarsi progressivamente in una gestione sempre più sofisticata delle appartenenze.

Il militantismo possiede una caratteristica fondamentale: sa riconoscere il potere soltanto quando il potere si trova sufficientemente lontano da non poter compromettere la propria carriera.

Il governo nazionale è un bersaglio ideale. Il direttore artistico, il responsabile di un’istituzione, il referente di una rassegna o il componente di una commissione sono questioni assai più delicate.

Contro il primo si può manifestare.

Con i secondi, possibilmente, si cena.

Il risultato è una forma di militanza intermittente, nella quale il grado di indignazione sembra variare in rapporto alla distanza fra il soggetto e le possibili conseguenze professionali delle proprie dichiarazioni.

Una curiosa meteorologia dell’etica.

Il problema non è la piazza

Naturalmente, manifestare è un diritto fondamentale. E molte mobilitazioni nascono da ragioni concrete, da ingiustizie documentabili, da esigenze di solidarietà che sarebbe irresponsabile liquidare con sarcasmo.

Quello che contesto è la trasformazione della militanza in una certificazione automatica di superiorità morale.

Partecipare a una manifestazione non garantisce alcuna coerenza personale. Rivendicare un’identità progressista non impedisce di esercitare comportamenti conservatori. Frequentare ambienti dichiaratamente alternativi non significa necessariamente essere estranei alle logiche del privilegio.

Anzi, certe organizzazioni culturali sembrano aver raggiunto una particolare abilità nel conciliare l’immaginario della contestazione con la più ordinaria conservazione delle posizioni acquisite.

Si denuncia il sistema, purché non venga modificato quello dal quale si trae beneficio.

Il futuro e le liturgie del presente

C’è infine qualcosa di anacronistico nel continuare a riprodurre forme di militanza che sembrano incapaci di interrogare le trasformazioni del lavoro, della conoscenza e dell’organizzazione sociale.

L’intelligenza artificiale, la progressiva automazione delle attività professionali, la trasformazione delle competenze e l’emergere di nuovi ambienti virtuali stanno già modificando le condizioni entro le quali immaginiamo il futuro.

Gli effetti concreti rimangono incerti e contraddittori, ma la questione è enorme.

Eppure una parte della discussione pubblica continua a muoversi dentro categorie irrigidite, schieramenti ereditati e appartenenze che sembrano sopravvivere soprattutto grazie alla necessità di riconoscersi reciprocamente.

Si continua a rappresentare la politica come uno scontro fra identità collettive mentre i meccanismi di produzione del valore, del lavoro e della conoscenza mutano sotto i nostri occhi.

Anche il mondo culturale dovrebbe interrogarsi su questo passaggio.

Soprattutto chi pretende di rappresentarne la componente più avanzata.

Conclusione: la militanza comincia a casa propria

Non mi interessa stabilire quale schieramento possieda il monopolio dell’ipocrisia. Sarebbe una ricerca destinata a produrre una documentazione sterminata, probabilmente impossibile da archiviare.

Mi interessa una domanda molto più circoscritta.

Perché tante persone capaci di riconoscere le ingiustizie della grande politica sembrano diventare improvvisamente cieche davanti a quelle del proprio ambiente?

Perché la critica del potere si arresta così frequentemente davanti alle relazioni personali? Perché la solidarietà universale diventa selettiva quando sono in gioco le opportunità professionali?

È qui che la militanza dovrebbe sottoporsi alla propria verifica più severa.

Non nelle dichiarazioni, nelle appartenenze o nella partecipazione rituale a una manifestazione, ma nella capacità di contestare i privilegi anche quando ci riguardano, anche quando ci favoriscono, anche quando a esercitarli sono persone che conosciamo e frequentiamo.

Per il resto, continueremo ad assistere allo spettacolo di una moltitudine che reclama la trasformazione del mondo, con la legittima raccomandazione di lasciare rigorosamente invariata la distribuzione degli incarichi.

La rivoluzione, possibilmente, dopo il rinnovo del contratto.

Francesco Cusa

Carme XIII: L’isolamento è ineluttabilmente santo

L’isolamento è ineluttabilmente santo;
ciò che un tempo pareva concreto,
tangibile,
adesso scompare fluido per rigagnoli.

Non avrei creduto che anche la pietra
potesse perdere il peso,
né che i nomi abbandonassero i corpi
prima del tempo stabilito.

Conobbi allora la sorte di Aretusa,
che per sottrarsi a un dio
dovette farsi acqua.
E vidi nelle pareti della casa
l’antico movimento di chi fugge.

Tre colpi, poi il silenzio.
Al quarto riconobbi la mia mano
e il modo in cui solevo chiamare
coloro che non sarebbero tornati.
Fra le piaghe del legno
una piccola chiave arrugginita.

Fu allora che compresi
quanto fosse antica la mia solitudine.
Gli alberi perdevano le radici,
gli uccelli dimenticavano il volo
e una moltitudine di uomini
attraversava la strada sottostante.

Pregai allora che mi fosse concessa
la grazia di non essere veduto
e che il mio nome venisse cancellato.

Non seppi più
da quale parte della porta
mi trovassi.
Indagai consapevole del fallimento.

O limen sine domo,
devora nomen meum.
Si quis intus respondeat,
ne aperias.

IL MIO OSSARIO, “IL GRANDE UNO”, “2056”, “VIC” E CERTI SOGNI SMISURATI CHE NON RIESCO PIÙ A TRASCRIVERE, OVVERO CONFESSIONE DI UN MORTALE CHE AVREBBE ANCORA PARECCHIO DA COMUNICARE: PERCHÉ OCCORRE LEGGERE LE TRAGEDIE CLASSICHE E LA BIBBIA

Leggo Eschilo, Sofocle ed Euripide perché siamo ancora dentro quelle tragedie. Abbiamo cambiato gli strumenti, allungato la vita, moltiplicato le spiegazioni. Continuiamo a perderci nelle conseguenze delle nostre scelte, a ferire qualcuno credendo di salvarlo, a scoprire troppo tardi quanto la nostra esistenza fosse annodata a quella degli altri. I Greci ci chiamavano mortali. Una definizione piuttosto precisa, che abbiamo imparato a considerare quasi una scortesia.

La terribilità di Elettra, il riconoscimento di Edipo, le mostruosità familiari ci riguardano ancora. Leggerli allena lo sguardo sulla fragilità e sul limite. Ci costringe a misurare quanto poco sappiamo di ciò che stiamo facendo mentre lo facciamo, e di quante vite coinvolgiamo. Chiamerei questa esperienza una maieutica del dolore: qualcosa viene alla luce attraverso la sofferenza, ma chi finalmente comprende rimane esposto alla propria caducità. La conoscenza può arrivare quando ormai non serve più a salvarci.

Per chi abita la cultura occidentale, leggere la Bibbia e le tragedie greche può avere anche un valore terapeutico. In quei testi c’è il nostro ossario, c’è il nostro rimosso. Ci sono colpe ereditate, desideri inconfessabili, sacrifici ai quali abbiamo cambiato nome. Ci sono gli dèi, immortali e tuttavia capaci di crudeltà, gelosie, capricci. Tornarci significa riconoscere ciò che continua ad agire dentro di noi, anche quando ci crediamo finalmente emancipati dal mito. Edipo deve ancora sapere chi è. Elettra deve ancora ottenere la sua vendetta. Noi dobbiamo ancora seppellire qualcuno.

È proprio questa insistenza del limite a rendermi così interessato al suo possibile superamento. La malattia, la perdita, la vecchiaia mi interrogano come condizioni dalle quali vorrei uscire. Non riesco a trasformare la nostra scadenza biologica in una virtù soltanto perché, finora, ci è toccata. Da qui il mio interesse per le ricerche sull’invecchiamento, comprese quelle di David Sinclair, per le possibilità ancora aperte e per ciò che resta da dimostrare. Capisco il bisogno di imparare a morire. Intanto vorrei continuare a vivere, possibilmente senza dover assistere alla demolizione progressiva di tutto ciò che amo.

Mi interessa l’intelligenza artificiale anche perché potrebbe modificare il frazionamento della conoscenza. Ognuno di noi vive dentro una porzione minuscola dell’esperienza possibile. Dell’altro riceviamo racconti, segnali, traduzioni approssimative. Possiamo amarlo per una vita senza sapere davvero come abiti il proprio dolore. Le tragedie mostrano anche questo: esseri legati gli uni agli altri che agiscono dentro conoscenze parziali, interpretano male, ignorano qualcosa di decisivo.

Immagino allora una connessione capace di attraversare questa separazione. Condividere ricordi, percezioni, emozioni, fino a sentire dall’interno ciò che oggi possiamo soltanto tentare di comprendere. Forse diventare dèi, nella mia visione, significa anche questo: conoscere tutto di tutti, vivere l’esperienza altrui, non avere più segreti. Una prospettiva nella quale avverto una promessa enorme e qualcosa di terribile. Anche il segreto ci protegge. E avere accesso a ogni informazione non garantirebbe, da solo, la capacità di comprenderla. Il salto che immagino riguarda proprio la possibilità di partecipare a un’esperienza, con tutto ciò che questo potrebbe comportare per la nostra idea di individuo.

Ho scritto VIC e 2056 dentro questa inquietudine. In VIC è l’individuo a trascendere verso una forma d’interdipendenza spirituale; in 2056 la trasformazione investe il mondo e assume una dimensione cosmica, interattiva. Sono due modi di interrogare il confine che ci tiene separati e ci permette di dire «io». L’anima come software, il corpo come hardware: uso questa analogia per pensare il rapporto tra ciò che siamo e il supporto attraverso il quale facciamo esperienza. La coscienza rimane il problema aperto, anche quando il vocabolario tecnologico sembra averle trovato un alloggio.

Nella stessa visione torna il racconto adamitico. Mi piace leggerlo come l’immagine di una separazione e immaginare il futuro come un ritorno all’unità, a una consapevolezza ancestrale che il mito custodisce nelle proprie figure.

Il Grande Uno.

È un’ipotesi poetica e spirituale che mi accompagna: ciò che oggi viviamo come esistenze irrimediabilmente distinte potrebbe un giorno riconoscersi partecipe della stessa esperienza. La tragedia, allora, conserverebbe la memoria di quella frattura, di quando eravamo costretti a vivere e morire ciascuno dentro la propria porzione di mondo.

A tutto questo si aggiungono i miei sogni. Ormai non riesco più neanche a trascriverli, tanto è potente e minuziosa la creazione di fatti ed esseri che non esistono in questa realtà. Faccio fatica a credere che la mia mente possa generare, da sola, una simile immensità. Personaggi che sembrano possedere una vita precedente al mio incontro con loro, storie, pensieri, un’esistenza della quale intercetto soltanto un momento. Mi sveglio e dovrei descrivere tutto. Ho già perso quasi tutto.

Stanotte dovevo sostenere un esame di storia con alcuni docenti, dentro una situazione assurda. Una docente era alcolizzata e preparatissima. Ricordo l’annerimento dei denti, il cappello. C’era il suo assistente, un po’ obeso, la capigliatura brizzolata, un maglione nero. E tantissimo altro: dettagli che nel sogno vedevo con assoluta precisione e che adesso non riesco più a recuperare. Mi rimane soprattutto la sensazione che quelle persone avessero una propria profondità, che la loro esistenza proseguisse fuori dalla scena nella quale le incontravo.

L’altra notte dovevo accompagnare una creatura, una bambina che mi era stata affidata. Dovevamo fare una traversata Reggio Calabria-Messina, secondo quella geografia che nel sogno non richiede spiegazioni. La nave era infinita. Mi perdevo cercando di prendere il biglietto; la bambina doveva fare la pipì, l’avevo lasciata in macchina e non riuscivo più a ritrovarla. Una responsabilità terribile dentro uno spazio che continuava a sottrarsi. Al risveglio ne rimane l’angoscia, insieme allo stupore per la quantità di mondo che avevo appena attraversato.

Anche da qui viene il mio interesse per la coscienza. Il sogno mi mette davanti a una capacità d’invenzione che, da sveglio, non riconosco come mia. Non so che cosa autorizzi a concludere sulla realtà; so quanto sia difficile liquidarne l’esperienza dopo averla vissuta. A volte mi sembra di aver visitato qualcosa di cui conservo pochi resti. Torna l’urgenza di comunicarli, di salvare almeno una faccia, un cappello, quella bambina lasciata in una macchina che non trovo più.

Anche il sogno finisce nel mio ossario. Ci sono persone che ho perduto prima ancora di poterle raccontare.

Forse il mio bisogno indefesso di comunicare viene anche da questo. Scrivo, pubblico, intervengo, torno a scrivere. Devo frenarmi: faccio fatica a tenere qualcosa soltanto per me. Un pensiero appena formulato cerca già qualcuno al quale arrivare. Facebook riceve la sua parte quotidiana di questa mia incontinenza, ma dietro c’è la sensazione di dover lasciare un messaggio, trasmettere ciò che passa prima che vada perduto. A volte provo perfino la sensazione stranissima di averla già conosciuta, quella grande interconnessione tra esseri umani. Non saprei dimostrarla. È qualcosa che sento e che entra nella mia scrittura.

Leggo i tragici, torno alla Bibbia, scrivo di mondi futuri e cerco di ricordare persone incontrate nel sonno. Continuo a spedire frammenti con questo corpo destinato a interrompersi.

Mi piacerebbe che qualcosa arrivasse intero, almeno una volta: che qualcuno potesse attraversare ciò che ho visto, senza perderne subito quasi tutto nella fatica di raccontarlo.

LA MIA INTERPRETAZIONE ESOTERICA DELL’ULTIMA PROFEZIA DI DANIELE

Il libro sigillato, il risveglio della coscienza e la fine dell’illusione del reale

Ho terminato la lettura del capitolo 12 del Libro di Daniele, uno dei passaggi più enigmatici e metafisicamente sconvolgenti dell’intera letteratura apocalittica. La cosa che mi colpisce maggiormente è che questa profezia, dopo aver attraversato guerre, persecuzioni, distruzioni e sconvolgimenti cosmici, si conclude con la promessa di un risveglio. Quasi che il vero compimento della storia non consistesse nella sua distruzione, ma nell’accesso a una dimensione dell’esistenza che fino a quel momento ci era rimasta preclusa. La lettura storico-critica riconduce queste visioni soprattutto alle persecuzioni di Antioco IV Epifane, nel II secolo a.C. Ma io voglio tentare un’interpretazione esoterica, cercando di penetrare la straordinaria architettura simbolica del testo.

La profezia si apre con l’apparizione dell’arcangelo Michele, il cui nome significa «Chi è come Dio?». Non è un dettaglio trascurabile. Dopo l’interminabile successione di sovrani descritta nel capitolo precedente, tutti impegnati a conquistare, sottomettere e distruggere, compare una figura il cui stesso nome mette in discussione qualsiasi pretesa di onnipotenza. Michele potrebbe rappresentare il principio spirituale che interrompe l’identificazione della coscienza con la propria volontà di dominio. È la frattura dell’Io sovrano, quello che pretende di possedere il mondo senza averne mai compreso la natura. Subito dopo arriva l’annuncio: «Molti di quelli che dormono nel paese della polvere si desteranno». Nella tradizione biblica siamo davanti alla resurrezione e al giudizio, ma esotericamente la polvere potrebbe simboleggiare la coscienza imprigionata nella propria identificazione con la materia, con il corpo, con la biografia, con lo spazio e il tempo. Il risveglio diventerebbe allora il passaggio a una diversa condizione dell’essere. Penso inevitabilmente alla Māyā delle tradizioni indiane, alla liberazione dall’ignoranza delle Upaniṣad, alla gnosi. Non perché queste tradizioni coincidano con il testo biblico, ma perché tutte, in modi differenti, hanno interrogato il rapporto fra ciò che appare e ciò che esiste.

Trovo ancora più inquietante l’immagine del libro sigillato. Daniele riceve una rivelazione, ma gli viene ordinato di custodirla fino al tempo della fine. Perché rivelare qualcosa che non può ancora essere compreso? La mia intuizione è che il sigillo possa rappresentare un limite della coscienza, una conoscenza inaccessibile finché il soggetto conoscente non abbia attraversato una trasformazione. Non necessariamente un segreto custodito da qualcuno, dunque, ma una verità che rimane invisibile perché continuiamo a cercarla attraverso categorie incapaci di contenerla. Mi viene in mente Donald Hoffman, con la sua teoria secondo cui l’evoluzione avrebbe selezionato interfacce percettive funzionali alla sopravvivenza, senza garantirci una rappresentazione fedele della realtà ultima. Se la nostra esperienza del mondo è organizzata attraverso un’interfaccia, potremmo essere strutturalmente incapaci di percepire ciò che si trova oltre quella rappresentazione. Non sto attribuendo a Hoffman la dimostrazione scientifica di una profezia biblica. Mi interessa la convergenza filosofica di un interrogativo: e se il libro fosse sigillato perché siamo noi, nella nostra attuale condizione percettiva, a non possedere ancora gli strumenti per leggerlo?

Poi compare una scena di una bellezza quasi allucinatoria. Due esseri si trovano sulle rive opposte di un fiume, mentre un terzo, vestito di lino, sta sopra le acque. È quest’ultimo a pronunciare la rivelazione. Nella mia interpretazione il fiume rappresenta il divenire, il tempo che scorre, la separazione fra condizioni differenti dell’esistenza. Le due sponde potrebbero essere le polarità entro cui si consuma la nostra esperienza: vita e morte, materia e spirito, conoscenza e ignoranza. Ma la figura che conosce il segreto non si trova su nessuna delle due rive. È sospesa sopra il fiume. Questo particolare mi sembra straordinario: la conoscenza più profonda potrebbe non appartenere a uno dei termini dell’opposizione, ma a un principio capace di trascendere l’opposizione stessa. Non scegliere una riva, ma comprendere la natura del fiume.

E arriviamo ai numeri misteriosi: «Un tempo, tempi e mezzo tempo», poi 1290 giorni e infine 1335. Qui la tentazione di cercare codici numerologici, date segrete e previsioni della fine del mondo è fortissima. Ma a me interessa un’altra possibilità. Il tre e mezzo è la metà del sette, numero che nella simbologia biblica richiama frequentemente la pienezza. Potrebbe dunque rappresentare un ciclo incompiuto, una condizione di crisi nella quale il vecchio ordine si sta dissolvendo senza che il nuovo sia ancora apparso. I 1290 e i 1335 giorni, storicamente collegati alle vicende della persecuzione e della profanazione del Tempio, introducono un’attesa ulteriore. E il testo dichiara beato chi saprà perseverare fino all’ultimo termine. Quasi che la liberazione richiedesse di attraversare anche il tempo supplementare della disillusione, quello in cui ci aspettavamo che tutto fosse già finito e invece dobbiamo continuare a resistere.

C’è poi una frase che considero decisiva: «Nessuno degli empi comprenderà; solo i sapienti comprenderanno». Il testo collega la comprensione alla purificazione e alla prova. La sapienza, dunque, non coincide semplicemente con l’accumulo delle informazioni. Richiede una trasformazione di chi conosce. E qui ritrovo uno dei paradossi più impressionanti della nostra civiltà. Possiamo osservare galassie lontanissime, indagare la materia subatomica, costruire intelligenze artificiali, descrivere con precisione crescente il funzionamento del cervello. Eppure non possediamo ancora una spiegazione universalmente accettata della natura dell’esperienza cosciente. Potremmo sapere sempre di più su ciò che appare, senza sapere ancora che cosa renda possibile l’apparire stesso. Il libro sigillato diventa così la metafora di una conoscenza che forse non si raggiunge soltanto moltiplicando gli strumenti, ma mettendo in discussione le condizioni attraverso cui interpretiamo il mondo.

E infine l’ultima frase, quella che mi ha maggiormente impressionato: «Quanto a te, va’ sino alla fine e riposa. Ti alzerai per ricevere la tua parte, alla fine dei giorni». Dopo le guerre, le figure celesti, le rivelazioni, i numeri e i misteri, Daniele non ottiene la spiegazione definitiva. Gli viene chiesto di accettare il limite della propria conoscenza, di attraversare la propria esistenza e di affidarsi a una promessa che la oltrepassa. È una conclusione di una profondità quasi insostenibile. L’Io vorrebbe conoscere tutto, prevedere tutto, governare persino il proprio destino. Ma la profezia termina quando questa pretesa viene sospesa. Il profeta deve accettare di non sapere. E forse proprio qui comincia una sapienza diversa.

Torno allora al capitolo precedente, ai re che si combattono per conquistare il mondo. Mi sembra che la nostra civiltà sia ancora prigioniera di quella scena. Continuiamo a contenderci territori, ricchezze, tecnologie, strumenti di dominio, persuasi che la realtà coincida con ciò che possiamo misurare, utilizzare e possedere. John Archibald Wheeler arrivò a descrivere ciò che chiamiamo realtà come «un’elaborata costruzione di cartapesta fatta di immaginazione e teoria, sorretta da qualche tondino di osservazione». Una provocazione epistemologica formidabile. Noi continuiamo a combatterci dentro questa costruzione, convinti di conoscerne definitivamente le fondamenta.

La mia interpretazione dell’ultima profezia di Daniele è dunque questa: il passaggio dal capitolo 11 al capitolo 12 potrebbe rappresentare simbolicamente il passaggio dalla coscienza che pretende di dominare il mondo alla coscienza che comincia a interrogarsi sulla sua natura. L’apocalisse, nel significato di disvelamento, sarebbe anche la caduta del velo che separa la nostra rappresentazione da ciò che la trascende. La fine dei tempi potrebbe alludere alla fine della nostra identificazione con il tempo stesso, con le categorie attraverso cui organizziamo l’esistenza. Non pretendo che questa lettura costituisca il significato originario della profezia, né che annunci scientificamente una trasformazione cosmica della coscienza. Ma trovo che ne faccia emergere una possibilità metafisica vertiginosa: ciò che siamo potrebbe non esaurirsi nella forma transitoria attraverso cui oggi ci conosciamo.

L’uomo crede che l’apocalisse debba rivelargli come finirà il mondo. Io mi domando se il suo significato più profondo non sia costringerci a comprendere che cosa sia, davvero, quel mondo che abbiamo tanta paura di perdere.

Francesco Cusa

Francesco Cusa: «La rivoluzione deve partire da voi». Il futuro tra coscienza e libertà

https://catania.liveuniversity.it/2026/10/19/francesco-cusa-la-rivoluzione-deve-partire-da-voi-il-futuro-tra-coscienza-e-liberta/

Ringrazio @LiveUnict e @Dalila Battaglia per questa lunga intervista. Siamo partiti dal riconoscimento ricevuto per il mio romanzo 2056 e poi, come spesso mi succede, il discorso si è allargato parecchio: intelligenza artificiale, coscienza, esoterismo, scrittura, improvvisazione, fino ai giovani e alle possibilità di costruire qualcosa qui, in Sicilia.

Apprezzo molto chi concede a una conversazione il tempo di svilupparsi. Un artista viene spesso interpellato per la notizia del momento: un premio, un libro, un concerto. Si raccolgono due dichiarazioni e tutto il resto rimane fuori. Eppure è proprio in quel resto che si capisce da dove arrivino un’opera, certe scelte, persino certe ostinazioni.

Per questo considero importanti testimonianze come questa. Permettono di esprimersi con le proprie contraddizioni, di passare da un argomento all’altro seguendo connessioni che magari, dall’esterno, non sono immediatamente visibili. Chi mi conosce come batterista può incontrare lo scrittore; chi ha letto un mio libro può scoprire quali pensieri gli girassero intorno, prima e dopo la sua stesura.

Vi invito a leggerla. Ci sono anche affermazioni sulle quali discutere, naturalmente. Altrimenti che intervista sarebbe.

Francesco Cusa: «La rivoluzione deve partire da voi». Il futuro tra coscienza e libertà

Dalla fantascienza alle contraddizioni del presente. Possiamo immaginare un futuro in cui l’umanità condivide ricordi, percezioni e coscienza senza perdere la propria individualità? E che cosa accade quando il progresso, anziché ampliare la libertà, rischia di trasformarsi in un percorso al quale nessuno può sottrarsi?

Sono interrogativi che attraversano 2056, il romanzo di Francesco Cusa, batterista, compositore, scrittore e docente di batteria jazz al Conservatorio “Vincenzo Bellini” di Catania, ha ricevuto il diploma honoris causa dell’Accademia Siculo-Normanna per il suo percorso artistico. Nella stessa occasione sono arrivati un riconoscimento della città e un ritratto dedicatogli dal maestro Pippo Madè. Insignito del Premio speciale Logos Cultura nell’ambito della XVI edizione del Premio Letterario Internazionale Montefiore. Pubblicato da Ensemble nel 2025 e riproposto nel 2026 da Aurea Nox, nella collana Veritas sub umbra, il libro immagina una società pronta a confluire nel Big Network, una rete globale che permette di condividere la coscienza attraverso un chip sottocutaneo. A rimanere escluso da questa trasformazione è Samuel Vitruvio, protagonista costretto a confrontarsi con una realtà diventata improvvisamente irriconoscibile.

Ma 2056 non è soltanto un romanzo di fantascienza. È una riflessione sull’identità, sul rapporto tra uomo e tecnologia e sulla difficoltà di distinguere il progresso dalla semplice accelerazione del cambiamento. Temi che si intrecciano con il percorso artistico di Cusa, musicista legato al jazz contemporaneo e alla libera improvvisazione, ma anche autore di racconti, romanzi, poesie e saggi, dalla scrittura alla musica, dalla coscienza individuale alle trasformazioni tecnologiche, fino al rapporto con Catania e alle responsabilità delle nuove generazioni. Ne emerge il ritratto di un artista che guarda al futuro senza rinunciare al dubbio e che, soprattutto, invita i giovani a non aspettare che siano gli altri a costruire le opportunità di cui hanno bisogno.

Musica e letteratura: «Sono nato scrittore, la musica è arrivata quasi per caso»

Nel suo percorso convivono la musica, la scrittura e l’insegnamento. Come sono nate queste diverse anime artistiche e in che modo dialogano tra loro?

«Paradossalmente, mi considero prima di tutto uno scrittore. La musica è arrivata quasi incidentalmente, anche piuttosto tardi. Ricordo che mia zia mi regalò una batteria dopo il diploma: da lì è nata una passione che, col tempo, è diventata la mia professione. Sono arrivato persino a insegnare in conservatorio, una cosa che non avrei mai immaginato. All’epoca ero un metallaro, con i capelli lunghi: decisamente un’altra storia!

La scrittura, invece, è stata per molto tempo una dimensione più nascosta. Scrivevo quasi di nascosto, perché mi vergognavo un po’ di mostrare quello che facevo. La musica mi permetteva di esprimermi in maniera meno diretta, mentre con la letteratura mi esponevo maggiormente. Poi alcuni amici, soprattutto alcune amiche che avevano letto i miei testi, hanno cominciato a incoraggiarmi. Mi hanno fatto capire che valeva la pena continuare e, poco alla volta, ho preso sul serio anche questa attività.

Oggi considero la musica e la letteratura due forme espressive diverse, ma provenienti dalla stessa sorgente. Naturalmente cambiano i metodi, gli strumenti e il modo di comunicare. Quando suono, lavoro con il suono, il tempo e l’interazione; quando scrivo, utilizzo le parole e posso tornare continuamente sul testo, correggerlo e modificarlo. Eppure, alla base, c’è la stessa esigenza di esprimere qualcosa. Anche l’insegnamento, per me, fa parte di questo percorso. Insegnare al Conservatorio Bellini non è un’attività separata dalla mia ricerca artistica: è un altro modo di trasmettere, confrontarmi e continuare a imparare. Apparentemente sono esperienze diverse, ma fanno tutte parte della mia vita».

Il percorso di Cusa dimostra come le identità artistiche non siano necessariamente compartimenti separati. La sua attività musicale, sviluppata nell’ambito del jazz contemporaneo e della musica improvvisata, si è intrecciata con una produzione letteraria che comprende, tra gli altri titoli, Novelle crudeli, Racconti molesti, Vic e L’orlo sbavato della perfezione. Una pluralità di linguaggi che trova un punto di contatto nella sperimentazione e nell’interesse per le contraddizioni dell’esistenza.

2056 e l’intelligenza artificiale: «Il problema è la paura di perdere la nostra identità»

Nel romanzo l’umanità sembra raggiungere un traguardo assoluto: condividere ricordi, percezioni e coscienza. È possibile immaginare una società in cui siamo tutti connessi, ma nessuno riesce più a pensare autonomamente?

Dobbiamo renderci conto che alcune trasformazioni sono inevitabili. Pensiamo allo smartphone che abbiamo continuamente in mano: possiamo discuterne, possiamo considerarlo giusto o sbagliato, ma ormai è entrato nella nostra vita. La questione è capire come ci rapportiamo a questi strumenti e che cosa siamo disposti a delegare loro.

Sono profondamente interessato all’esoterismo e alle diverse concezioni del rapporto tra anima e corpo. In passato si parlava di corpo fisico e corpo eterico; oggi utilizziamo termini come hardware e software. Sono linguaggi differenti che, in qualche modo, possono aiutarci a ripensare questioni antiche. Le tradizioni filosofiche e spirituali hanno spesso immaginato un ritorno all’unità, il superamento della separazione tra gli individui. Noi, invece, siamo molto attaccati alla nostra identità e abbiamo paura di perderla. È una paura che comprendo, perché riguarda anche me, ma credo che dovremmo interrogarci più a fondo su che cosa intendiamo davvero quando parliamo di individualità.

Quando ho scritto 2056, l’intelligenza artificiale non occupava ancora lo spazio che ha oggi nel dibattito pubblico. Il romanzo è nato diversi anni prima che questi strumenti diventassero così presenti nella nostra quotidianità. Ritrovarmi successivamente davanti a trasformazioni che avevo immaginato mi ha fatto una certa impressione. Anche la data del 2056, che allora mi sembrava abbastanza lontana, oggi mi appare molto più vicina. La velocità del cambiamento è impressionante: quello che un tempo richiedeva decenni oggi può trasformarsi nel giro di pochi anni.

Il problema, però, non è semplicemente la tecnologia. È la nostra capacità di comprenderla, di immaginarne le conseguenze e di non lasciarci trascinare passivamente. Il romanzo nasce proprio da questa inquietudine: che cosa succede quando il cambiamento diventa così rapido da impedirci di capire che cosa stiamo diventando?».

L’attualità di 2056 risiede proprio nella distanza tra la promessa tecnologica e le domande che essa lascia aperte. La possibilità di condividere la coscienza potrebbe apparire come il superamento definitivo dei limiti individuali, ma porta con sé il rischio di confondere la connessione con la comprensione e l’accesso alle esperienze altrui con la capacità di pensare autonomamente. Cusa non propone una condanna indiscriminata dell’innovazione. Piuttosto, invita a riconoscere che ogni trasformazione modifica anche il nostro modo di percepire il mondo. E che la velocità con cui una novità entra nella quotidianità non coincide necessariamente con il tempo necessario per comprenderne il significato.

Samuel Vitruvio e il diritto di restare indietro: «Per me è un perdente, ma lascio aperta la questione»

Il protagonista, Samuel Vitruvio, rimane escluso dalla trasformazione che coinvolge il resto dell’umanità. Questa esclusione rappresenta soltanto una condanna oppure può diventare una possibilità di libertà?

«Il romanzo è volutamente ambiguo. Una delle cose più belle che mi siano capitate è vedere che lettori con idee completamente diverse riescono a interpretare il finale in modi opposti. Chi guarda con favore a questa trasformazione può trovare nel libro elementi che confermano il proprio punto di vista; chi, invece, è contrario può arrivare a conclusioni differenti. E questo mi interessa molto, perché non voglio imporre una lettura univoca.

Se devo dirti come vedo personalmente Samuel, però, mi sbilancio: per me è un perdente. Non è riuscito a cogliere l’occasione e, in qualche modo, rappresenta il vecchio mondo. Naturalmente questa è la mia interpretazione, non necessariamente quella che deve avere il lettore. Mi piace che un romanzo lasci spazio a interpretazioni differenti, senza spiegare tutto e senza consegnare una morale già pronta. Non voglio dire al lettore che cosa deve pensare. Preferisco che sia lui a confrontarsi con la storia e a decidere da che parte guardarla.

Samuel rimane fuori da una trasformazione che sembra coinvolgere tutti. Ma essere esclusi non significa automaticamente essere liberi, così come aderire al cambiamento non significa necessariamente aver compiuto una scelta consapevole. È questa contraddizione che mi interessava esplorare. Il progresso può offrire possibilità straordinarie, ma bisogna chiedersi anche che cosa accade a chi non riesce, non vuole o semplicemente non può adeguarsi. Non sempre chi resta indietro è un eroe, così come non sempre chi va avanti ha ragione. Preferisco lasciare la questione sospesa».

La risposta di Cusa chiarisce uno degli aspetti più interessanti del romanzo: Samuel non è costruito per diventare automaticamente il simbolo della resistenza al progresso. La sua esclusione è una condizione ambivalente, che comporta una perdita reale ma apre anche uno spazio di osservazione diverso da quello della collettività. In una società che tende a identificare il cambiamento con un obbligo e l’adattamento con una virtù, il personaggio costringe a distinguere tra progresso tecnologico e libertà individuale. La questione non è soltanto se sia giusto andare avanti, ma chi stabilisca la direzione e quale spazio rimanga per chi non condivide il percorso scelto dalla maggioranza. L’ambiguità diventa così una precisa scelta narrativa. Il lettore non riceve una risposta definitiva, ma è chiamato a misurarsi con le proprie convinzioni e a interrogarsi sul prezzo di ogni trasformazione collettiva.

Improvvisazione e controllo: «Per improvvisare bisogna studiare per anni»

Nella musica improvvisata il risultato nasce dall’ascolto, dall’interazione e dall’imprevisto. Questo approccio ha un legame con il suo metodo di scrittura? E può rappresentare una forma di resistenza a una società che vuole controllare tutto?

«Assolutamente sì, un legame esiste, anche se i due approcci sono differenti. La musica che faccio richiede anni di studio. Per improvvisare bisogna conoscere il linguaggio musicale, gli stilemi, le strutture e le possibilità espressive. Dietro la libertà che si vede sul palco ci sono tanto lavoro, tanti ascolti, dischi, concerti e chilometri percorsi. L’improvvisazione non significa fare qualsiasi cosa senza sapere quello che si sta facendo. Al contrario, per essere liberi bisogna avere gli strumenti necessari. Bisogna conoscere le regole, anche per poterle superare consapevolmente.

C’è però una differenza importante tra la musica e la scrittura. Quando scrivo, posso cancellare una frase, modificare una pagina, ricominciare da capo. Quando suono dal vivo, invece, quello che accade è accaduto: non posso tornare indietro. Posso registrare in studio e rifare una parte, ma il concerto rimane una sfida particolare, perché devi affrontare il momento senza poterlo correggere successivamente. Per me questa è una cosa straordinaria, soprattutto oggi, in un’epoca in cui possiamo modificare, correggere e camuffare praticamente tutto. La musica dal vivo conserva una dimensione di rischio e di autenticità che mi interessa molto.

Credo che la musica e la scrittura siano manifestazioni diverse della stessa esigenza espressiva. I metodi cambiano, ma la natura del gesto creativo è collegata. In entrambi i casi bisogna conoscere il proprio linguaggio, lavorarci a lungo e poi essere capaci di andare oltre ciò che si è già imparato. È evidente che le tecnologie stanno cambiando il nostro modo di comunicare e che alcune competenze, che prima erano indispensabili, oggi vengono considerate meno necessarie. Potrebbero nascere forme di comunicazione e di conoscenza che oggi non riusciamo neppure a concepire.

Non so se in futuro la musica e la scrittura saranno ancora quelle che conosciamo. So che ogni linguaggio espressivo è destinato a trasformarsi. Il problema è non confondere la trasformazione con il semplice impoverimento e non credere che ciò che conosciamo oggi sia necessariamente l’unica possibilità».

Il ragionamento di Cusa riporta l’improvvisazione alla sua dimensione più concreta: una libertà che non esclude la disciplina, ma si fonda su di essa. L’imprevisto non è l’assenza di preparazione; è la possibilità di reagire a ciò che non era stato programmato. Questa prospettiva si contrappone a una cultura sempre più orientata alla previsione e all’ottimizzazione. Nella performance dal vivo, l’errore non può essere cancellato e il risultato non è interamente controllabile. È proprio questa vulnerabilità a rendere l’esperienza irripetibile. La stessa tensione attraversa 2056: in un mondo che promette di eliminare i limiti e rendere tutto accessibile, la possibilità di non sapere esattamente che cosa accadrà rimane una componente fondamentale della libertà.

Drums & Books: «La musica e la letteratura sono contenitori di emozioni»

Nel progetto Drums & Books, parola e suono entrano in relazione diretta. Che cosa riesce a esprimere la letteratura che la musica non può dire, e viceversa?

«Sono contenitori di emozioni e sentimenti. Credo che ciascuno di noi trovi il linguaggio più adatto alla propria sensibilità per descrivere il mondo e comunicare quello che prova. Un musicista può esprimere una sensazione attraverso il suono; uno scrittore può farlo attraverso le parole; un pittore può utilizzare le immagini. La stessa esperienza può essere raccontata in modi completamente differenti, senza che uno sia necessariamente superiore all’altro.

Penso che questa cosa non riguardi soltanto l’arte. Anche chi realizza un paio di scarpe con amore e dedizione, chi risolve un’equazione matematica o chi esegue un lavoro manuale con grande precisione sta esprimendo qualcosa attraverso le proprie capacità. Ognuno ha un’attitudine e un modo particolare di rapportarsi alla realtà. Io, per esempio, sono un disastro nei lavori manuali. Mio fratello riesce ad aggiustare praticamente qualsiasi cosa, mentre io faccio fatica persino ad attaccare un chiodo. Sono proprio negato! Eppure, come batterista, ho sviluppato una manualità specifica. Questo dimostra che le capacità non sono tutte uguali e che ciascuno trova la propria strada.

Con Drums & Books metto in relazione due linguaggi che conosco bene, ma che funzionano in maniera diversa. La parola ha un ritmo, una durata, una musicalità. La batteria può dialogare con la lettura e creare un rapporto tra ciò che viene detto e il modo in cui viene percepito. Non credo, però, che si debba stabilire una gerarchia o cercare a tutti i costi ciò che una forma d’arte non riesce a fare rispetto a un’altra. Sono strumenti differenti, ciascuno con le proprie possibilità. La cosa importante è trovare la forma espressiva che ci permette di comunicare nel modo più autentico. Questo vale per la musica, per la letteratura e, più in generale, per qualsiasi attività nella quale mettiamo davvero qualcosa di noi».

L’esperienza di Drums & Books rende visibile questa concezione dell’espressione. La lettura non è più soltanto un’attività silenziosa, separata dal corpo e dal tempo, ma diventa un evento in cui la voce e la batteria possono incontrarsi, creando un dialogo tra parola e ritmo. L’interesse di Cusa non è dimostrare che musica e letteratura siano la stessa cosa, ma esplorare ciò che accade quando due linguaggi autonomi entrano in relazione. La contaminazione non cancella le differenze: le rende più evidenti e, proprio per questo, permette di scoprire nuove possibilità.

La sua riflessione si estende anche oltre il perimetro artistico. La capacità di esprimersi non appartiene esclusivamente a chi sale su un palco o pubblica un libro, ma può manifestarsi in ogni attività svolta con competenza, dedizione e sensibilità. È un’idea di creatività che non coincide con la notorietà, ma con il modo in cui ciascuno riesce a dare forma alle proprie capacità.

Catania e i giovani artisti: «La rivoluzione deve partire da voi»

Il suo percorso l’ha portata da Catania a Bologna e poi sui palcoscenici internazionali. Oggi insegna al Conservatorio Bellini. Quale consiglio darebbe ai giovani talenti siciliani che vogliono costruire qui il proprio futuro senza essere costretti a partire?

«È un argomento che mi sta molto a cuore. Credo che Catania, e la Sicilia in generale, abbiano potenzialità immense. La nostra isola è stata per secoli un luogo d’incontro tra culture, un territorio capace di assorbire linguaggi differenti e trasformarli in qualcosa di nuovo. Questa ricchezza esiste ancora, ma molte possibilità rimangono inutilizzate. Penso che Catania abbia un’energia particolare, una capacità creativa che potrebbe essere valorizzata molto di più. Ci sono talenti, idee e persone capaci di fare cose interessanti, ma spesso manca la possibilità di trasformare queste risorse in progetti concreti e continuativi.

Naturalmente, viaggiare e conoscere altre realtà è importante. Io stesso ho avuto la possibilità di spostarmi, studiare a Bologna e lavorare in diversi Paesi. Con l’attività nel jazz contemporaneo e nella musica improvvisata ho avuto la possibilità di esibirmi in Europa, America, Asia e Africa, collaborando, fra gli altri, con Steve Lacy, Tim Berne e Kenny Wheeler. Incontrare altre culture permette di ampliare lo sguardo, imparare e comprendere meglio anche il luogo da cui si proviene. Ma partire non deve diventare un alibi, né dobbiamo aspettare che siano sempre gli altri a creare le condizioni per fare qualcosa. Ai miei allievi del Conservatorio dico spesso di cominciare subito: formate gruppi, fate musica, organizzatevi, costruite occasioni per esibirvi e lavorare insieme.

Se non ci sono spazi adeguati, provate a crearne di vostri. Se mancano modelli di produzione che vi rappresentino, cercate di inventarli. Non aspettate che qualcuno arrivi dall’alto a regalarvi un’opportunità. Bisogna cominciare a costruire risorse sul territorio, in maniera concreta, senza limitarsi a lamentarsi di ciò che non funziona. Questo non significa che le istituzioni non abbiano responsabilità o che i problemi strutturali non esistano. Significa, però, che non possiamo delegare interamente agli altri il nostro futuro. Se vogliamo una città culturalmente viva, dobbiamo contribuire a renderla tale.

Credo anche che le nuove generazioni abbiano capacità che spesso gli adulti sottovalutano. Noi possiamo raccontare la nostra esperienza, dare consigli, mettere a disposizione quello che abbiamo imparato, ma non possiamo decidere al posto vostro. Il mondo che abbiamo costruito presenta problemi enormi, dall’inquinamento alla distruzione degli ecosistemi. Non possiamo pretendere che siano i giovani a sistemare tutto senza riconoscere le responsabilità delle generazioni precedenti. Per questo mi trovo molto bene a discutere con i ragazzi. Spesso hanno uno sguardo meno condizionato da certe ideologie e da abitudini consolidate.

La Sicilia ha una tradizione straordinaria di contaminazione culturale. Dovremmo recuperare questa capacità di accogliere linguaggi diversi e trasformarli in innovazione. Ma per riuscirci dobbiamo superare una mentalità che ci porta troppo spesso ad aspettare che siano gli altri a decidere. Il mio consiglio è semplice: non aspettate il permesso di qualcuno per cominciare a fare quello in cui credete. Create progetti, cercate collaborazioni, costruite spazi e occasioni. Naturalmente non tutto riuscirà, ma bisogna iniziare. La rivoluzione deve partire da voi. Noi possiamo accompagnarvi, ma sarete voi a doverci indicare nuove strade. Avete le capacità per farlo e dovete assumervi questa responsabilità».

Le parole di Cusa riportano il discorso sul piano concreto delle opportunità culturali. La fuga dei talenti non è soltanto una questione individuale: riguarda la capacità di un territorio di offrire spazi, reti professionali e condizioni adeguate a chi vuole lavorare nell’arte. L’esperienza internazionale può rappresentare una risorsa fondamentale, ma non dovrebbe trasformarsi in un passaggio obbligato per chi nasce in una città ricca di energie creative. La sfida consiste nel creare le condizioni affinché le competenze maturate altrove possano dialogare con il territorio d’origine e contribuire a rinnovarlo. Il messaggio dell’artista non assolve le istituzioni dalle loro responsabilità, ma invita anche i giovani a superare la posizione di attesa.

Oltre il velo della realtà: esoterismo, tecnologia e mistero della coscienza

Forse la domanda più radicale che attraversa 2056 non riguarda ciò che la tecnologia potrà fare dell’essere umano, ma quanto l’essere umano conosca davvero della realtà che abita.

“Come suggerisce l’ipotesi di Donald Hoffman, ciò che percepiamo potrebbe essere una rappresentazione funzionale del mondo, senza coincidere necessariamente con la sua struttura ultima. Un interrogativo che richiama, attraverso percorsi differenti, il velo di Māyā della tradizione indiana, la gnosi e le dottrine esoteriche: conoscere non significa soltanto accumulare informazioni, ma forse trasformare lo sguardo con cui interpretiamo ciò che esiste”.

È una prospettiva che incontra la sensibilità dello stesso Cusa, che racconta di essersi avvicinato all’esoterismo dopo aver vissuto esperienze che hanno messo in discussione il suo iniziale scetticismo razionalista. La sua riflessione si muove così tra antiche concezioni del rapporto tra anima e corpo e interrogativi contemporanei sulla coscienza, senza pretendere di sciogliere il mistero. E mentre la tecnologia promette di ampliare le nostre capacità, permettendoci di elaborare informazioni, condividere esperienze e immaginare nuove forme di esistenza, rimane aperta una questione fondamentale: comprendere i meccanismi della mente equivale davvero a comprendere la coscienza?

È in questa tensione che il romanzo acquista il suo significato più profondo. Potremmo arrivare a condividere ogni ricordo e riprodurre ogni pensiero, senza aver ancora scoperto se la realtà che percepiamo sia il mondo stesso o soltanto il velo attraverso cui riusciamo a vederlo.

L’«AMICHETTISMO» NEL JAZZ ITALIANO

Per anni ho criticato il fatto che la musica fosse affidata agli «osti». Intendevo sia la scarsa competenza di certi organizzatori, soprattutto nelle direzioni dei festival, sia una circostanza concreta: si suonava spesso dove si cucinava, dentro manifestazioni nelle quali gastronomia e proposta artistica si sostenevano strategicamente. «Culatello e Jazz», per intenderci, con tutte le varianti possibili. Pensavo che una maggiore preparazione musicale avrebbe migliorato le cose. Oggi mi trovo a rimpiangere alcuni di quegli «osti».

Nel frattempo la gestione è passata anche a critici e musicisti, soprattutto musicisti. Persone competenti in taluni casi, ma direttamente interessate alle opportunità professionali che amministrano. Qui comincia il problema: chi sceglie gli ospiti di un festival può avere bisogno di essere invitato nei festival dei propri ospiti. La conoscenza della musica convive con una conoscenza altrettanto precisa delle convenienze.

È in questo intreccio che riconosco l’«amichettismo», per usare il termine coniato da Fulvio Abbate. Un meccanismo che, nella mia esperienza, ha assunto un peso crescente, fino a trasformare l’invito in una moneta professionale: io faccio suonare te, tu fai suonare me. Il progetto deve anche funzionare, possibilmente. Ma intanto deve funzionare il rapporto. La precarietà contribuisce ad alimentare questa economia. Per molti musicisti il conservatorio costituisce una prospettiva di stabilità; chi resta fuori deve cercare altre possibilità. Organizzare una rassegna, costituire un’associazione, costruire un rapporto con un’amministrazione locale può diventare una strada per continuare a lavorare. Un’attività del tutto legittima, che cambia natura quando le occasioni destinate agli altri servono soprattutto a procurare le proprie.

Il localismo produce così un arcipelago di festival, ciascuno con risorse, interlocutori e relazioni differenti. Gli scambi collegano le isole. Chi dispone di un palco ha qualcosa da negoziare; chi dispone soltanto della propria musica deve chiedere ospitalità. È una forma di feudalesimo culturale capace di presentarsi benissimo come collaborazione. Su questo arcipelago si allunga poi l’ombra dei grandi nomi: il loro prestigio può accreditare gli interlocutori, legittimare le cordate, indicare chi sia abbastanza affidabile da amministrare una porzione del circuito. L’associazionismo rischia così di diventare la veste rispettabile della cooptazione, mentre il bando esibisce un’apertura che i rapporti di forza hanno già provveduto a restringere. La procedura è pubblica; il riconoscimento reciproco resta un affare di famiglia. È questo il punto: quando l’appartenenza pesa più del progetto, la democrazia dei bandi diventa una liturgia. Si può partecipare tutti, purché si sia già dei loro.

Il sostegno pubblico rende la questione ancora più rilevante. Il FNSV, già FUS, e i contributi specifici per il jazz possono finanziare produzione, programmazione e progetti di promozione. (spettacolo.cultura.gov.it⁠, spettacolo.cultura.gov.it⁠) La regolarità di un finanziamento, però, non dimostra da sola l’apertura delle scelte artistiche. Si può rendicontare correttamente un’attività e continuare a programmare dentro un recinto di reciprocità. Il bilancio risponde a una domanda; il cartellone ne pone un’altra. In questo paesaggio il prestigio dei grandi nomi può accreditare persone e circuiti. Management e uffici stampa promuovono gli artisti che rappresentano, mentre le direzioni trovano comodo affidarsi a interlocutori consolidati. Quando queste relazioni diventano esclusive, il risultato è una circolazione incessante degli stessi roster. Si moltiplicano le sedi, assai meno le possibilità di accesso.

Non occorre una regia centrale. Basta che tante convenienze si riconoscano. Ognuno cerca la propria prossima data e, insieme, si costruisce un sistema nel quale chi non può ricambiare diventa poco interessante. Anche quando avrebbe molto da proporre. Ecco perché il musicista-organizzatore può risultare peggiore dell’«oste». L’«oste» poteva scegliere male per incompetenza; il musicista può scegliere benissimo rispetto ai propri interessi. La sua preparazione gli consente persino di fornire ragioni estetiche impeccabili a decisioni prese per tutt’altri motivi. Difficilmente qualcuno dirà: il tuo progetto mi interessa, ma non mi servi.

Questa mentalità raggiunge anche i conservatori. Gli studenti osservano come si lavora e imparano che entrare nel giro può contare più che sviluppare una proposta. Poi chiediamo loro autonomia, ricerca, coraggio. La musica sia pure libera; la carriera, intanto, impari a essere obbediente.

Altri strumenti sono naturalmente possibili. Nei Paesi Bassi il Fonds Podiumkunsten prevede, per alcune forme di sostegno, requisiti pubblici e valutazioni affidate a consulenti esterni o commissioni indipendenti. (fondspodiumkunsten.nl⁠, new-prod.fondspodiumkunsten.nl⁠) Nessun paradiso dell’imparzialità: una possibilità concreta di sottoporre un progetto a una valutazione senza dover prima offrire un invito in cambio. La necessità di campare merita rispetto. Non può però diventare l’assoluzione preventiva di chi distribuisce lavoro e, attraverso quelle scelte, procura lavoro a se stesso. Soprattutto quando amministra risorse pubbliche. Continuo a pensare che affidare un festival a un incompetente sia un errore. Affidarlo a chi, scegliendo gli ospiti, sta anche prenotando i propri concerti è un errore più sofisticato. Sa come giustificarsi, conosce il linguaggio della ricerca e può sempre chiamare «rete» il proprio recinto.

Daniele, l’Apocalisse e il Velo di Maya

I re combattono per conquistare un mondo di cui ignorano la natura

Sto leggendo i capitoli 11 e 12 del Libro di Daniele e mi trovo davanti a una delle più impressionanti rappresentazioni della condizione umana. Una successione quasi ossessiva di sovrani, guerre, tradimenti, alleanze, matrimoni dinastici, eserciti che avanzano, città conquistate, regni che si dissolvono. Il re del Settentrione combatte quello del Mezzogiorno, poi viene sconfitto, ritorna, viene sostituito. Una giostra sanguinosa e interminabile nella quale ogni potenza riproduce la stessa parabola della precedente. Sul piano storico siamo nel mondo dei regni ellenistici successivi ad Alessandro Magno, soprattutto nelle lotte tra Seleucidi e Tolomei. Ma a me interessa il loro possibile significato esoterico. I due re potrebbero rappresentare le polarità attraverso cui si manifesta l’esistenza: espansione e contrazione, dominio e sottomissione, desiderio e paura, conquista e perdita. Non soltanto personaggi storici, ma espressioni di una medesima volontà che si combatte attraverso forme differenti, senza mai uscire dal proprio meccanismo. C’è qualcosa di profondamente schopenhaueriano in questa successione di desideri e distruzioni. E naturalmente anche Nietzsche fa capolino, con la volontà di potenza che attraversa le vicende umane producendo gerarchie, conflitti, sopraffazioni. Ma qui si apre una questione più radicale: gli uomini si contendono il possesso del mondo senza sapere che cosa sia, in ultima istanza, il mondo.

La nostra storia potrebbe essere letta come un gigantesco equivoco ontologico. Ci massacriamo per conquistare territori, accumulare ricchezze, esercitare il potere, dominare gli altri. E diamo per scontato che l’oggetto delle nostre contese, questa realtà apparentemente solidissima, sia esattamente ciò che crediamo di vedere. Non ci sfiora neppure il dubbio che il teatro delle nostre conquiste possa essere una rappresentazione, una particolare modalità di organizzazione dell’esperienza. Non è cambiato molto dai tempi di Daniele. Abbiamo satelliti, droni, algoritmi, intelligenza artificiale, strumenti che avrebbero fatto impallidire qualsiasi sovrano dell’antichità. Ma siamo ancora dentro la stessa logica: possedere, controllare, espandere, difendere, annientare. I re del Settentrione e del Mezzogiorno non sono scomparsi. Hanno semplicemente cambiato abiti.

Poi, nel capitolo 12, accade qualcosa di sorprendente. La narrazione delle guerre viene attraversata da una dimensione completamente diversa. Compare Michele, il grande principe celeste. Si annuncia un tempo di angoscia senza precedenti. Coloro che dormono nella polvere si risveglieranno. I sapienti risplenderanno come il firmamento e come le stelle. A Daniele viene ordinato di custodire e sigillare il libro fino al tempo della fine. Qui il testo cambia radicalmente natura. Non siamo più soltanto davanti alla storia degli imperi, ma al problema della coscienza, della morte, del tempo, dell’accesso a una realtà che potrebbe eccedere le forme ordinarie della percezione. La tradizione biblica interpreta questi versetti come annuncio della resurrezione e del giudizio. A me interessa esplorarne anche il significato simbolico e iniziatico. Che cosa significa risvegliarsi? La polvere potrebbe rappresentare la condizione di una coscienza identificata con la materia, con il corpo, con la propria biografia. Una coscienza che considera assoluti lo spazio e il tempo, ignorando la possibilità che siano soltanto le coordinate di una particolare esperienza del reale. Il risveglio diventerebbe allora anche la dissoluzione di un’identificazione.

Mi vengono in mente le tradizioni indiane, la Māyā, il velo dell’apparenza. Non nel senso banale secondo cui nulla esisterebbe, ma in quello assai più inquietante secondo cui ciò che ci appare non coincide necessariamente con ciò che è. Schopenhauer aveva colto questa vertigine. Platone, con la sua caverna, aveva già mostrato quanto possa essere radicale la nostra identificazione con le ombre. E oggi interrogativi per certi versi analoghi riemergono, con metodi completamente differenti, nelle scienze cognitive. Sto leggendo con grande interesse Donald Hoffman, autore di L’illusione della realtà. Secondo la sua teoria, l’evoluzione non avrebbe necessariamente premiato gli organismi che percepiscono fedelmente la realtà, ma quelli dotati di sistemi percettivi efficaci nel guidare il comportamento adattivo. Il mondo che vediamo funzionerebbe come l’interfaccia grafica di un computer: le icone sono utilissime, ma nessuno dovrebbe immaginare che dentro il computer esistano letteralmente cartelle gialle e cestini. Hoffman arriva a mettere in discussione il carattere fondamentale dello spazio, del tempo e degli oggetti fisici così come li percepiamo. È un’ipotesi radicale e controversa, ma dalle conseguenze filosofiche enormi. Posso mangiare una mela, misurarla, analizzarla, descriverne la composizione chimica. Perché dovrei dedurne che la mela, così come appare alla mia coscienza, coincida con la struttura ultima di ciò che esiste? Il successo di una rappresentazione non ne dimostra automaticamente l’identità con il rappresentato.

Non sostengo che Hoffman abbia dimostrato le intuizioni dei rishi o degli antichi mistici. Mi colpisce piuttosto che tradizioni lontanissime, attraverso percorsi differenti, abbiano posto un interrogativo simile: quanto della realtà che esperiamo appartiene al mondo e quanto alla struttura della nostra esperienza? Per ragioni che riguardano anche il mio vissuto personale, questa domanda non è mai stata per me un semplice esercizio intellettuale. Ho attraversato esperienze che considero extrasensoriali e che hanno inciso profondamente sul mio modo di pensare la coscienza. So bene che il vissuto soggettivo non equivale a una dimostrazione scientifica, ma sarebbe altrettanto arbitrario pretendere che ciò che non sappiamo spiegare debba essere espulso preventivamente dall’interrogazione filosofica. La mia vicinanza a Hoffman nasce anche da qui: dalla convinzione, maturata ben prima di incontrare le sue teorie, che la nostra ordinaria rappresentazione del mondo possa essere soltanto una delle modalità attraverso cui l’esistenza si manifesta.

C’è poi un’immagine che trovo straordinaria: il libro che Daniele deve sigillare fino al tempo della fine. Nell’interpretazione esoterica può rappresentare una conoscenza non ancora accessibile a un determinato stato della coscienza. Non perché qualcuno la nasconda deliberatamente, ma perché mancano le condizioni per comprenderla. È una questione che attraversa la gnosi, l’ermetismo, le tradizioni iniziatiche, le Upaniṣad. La conoscenza autentica non consiste soltanto nell’aggiungere informazioni: può richiedere una trasformazione del soggetto conoscente. Ed ecco il paradosso della nostra epoca. Possiamo osservare galassie lontanissime, indagare particelle subatomiche, costruire sistemi artificiali capaci di elaborare linguaggio e risolvere problemi complessi. Eppure il problema della coscienza rimane aperto. Descriviamo sempre meglio i processi cerebrali, ma non possediamo ancora una spiegazione universalmente accettata del perché siano accompagnati dall’esperienza soggettiva. Potremmo sapere sempre di più su ciò che appare, senza sapere ancora che cosa renda possibile l’apparire stesso. Il libro sigillato diventa allora un’immagine attualissima: una verità che rimane invisibile finché continuiamo a cercarla utilizzando esclusivamente le categorie che essa stessa dovrebbe mettere in discussione.

Anche l’intervento dell’arcangelo Michele assume una particolare suggestione. Compare quando il conflitto raggiunge il culmine e, simbolicamente, potrebbe rappresentare l’irruzione di un principio ordinatore, una discontinuità rispetto all’eterna ripetizione delle contese. Mi interessa soprattutto il concetto di fine dei tempi. Siamo abituati a immaginare l’apocalisse come una catastrofe futura, ma apokálypsis significa rivelazione, disvelamento. E se il tempo della fine fosse anche la fine di un determinato modo di esperire il tempo? Se ciò che deve tramontare non fosse necessariamente il mondo, ma la nostra identificazione con una sua particolare rappresentazione? La fisica contemporanea ha già modificato profondamente la concezione intuitiva dello spazio e del tempo. Questo non dimostra che la coscienza possa trascenderli o che Daniele anticipi la meccanica quantistica, ma mostra quanto sia imprudente elevare l’esperienza quotidiana a misura definitiva dell’essere. La realtà potrebbe essere assai meno conforme alle nostre intuizioni di quanto siamo disposti ad ammettere. E allora i sapienti che risplendono come stelle potrebbero rappresentare coloro che hanno attraversato la propria ignoranza fondamentale, comprendendo quanto sia problematica l’identificazione fra il mondo e la sua rappresentazione.

Torno ai re di Daniele. Mi sembra che la nostra civiltà sia rimasta intrappolata nel capitolo 11. Continuiamo a combattere per le stesse cose, sebbene con mezzi sempre più sofisticati. Le guerre, le rivalità economiche, le gerarchie politiche, la competizione tecnologica riproducono un’antica ossessione per il controllo. L’intelligenza artificiale potrebbe aprire prospettive conoscitive straordinarie, ma una delle grandi preoccupazioni delle potenze è chi riuscirà a dominarla e utilizzarla per prevalere sugli altri. La volontà di potenza continua a divorare persino gli strumenti che potrebbero aiutarci a comprendere noi stessi. Ci affanniamo a conquistare porzioni sempre più vaste della realtà senza aver risolto la questione preliminare della sua natura. Ci comportiamo come proprietari di un universo di cui forse conosciamo soltanto l’interfaccia. E non si tratta di svalutare la scienza, che rimane uno dei più straordinari strumenti per correggere le nostre illusioni. Si tratta di evitare che il successo operativo delle nostre teorie venga scambiato per la dimostrazione che le nostre rappresentazioni coincidano con il fondamento ultimo dell’essere.

È qui che Daniele, letto esotericamente, continua a parlarmi. Non perché contenga un codice segreto per prevedere le prossime guerre o identificare il prossimo Anticristo. Mi interessa la tensione fra l’eterna ripetizione del conflitto e la possibilità di un risveglio. Una coscienza che continua a inseguire le cose e una coscienza che comincia a interrogarsi sulla natura stessa delle cose. Forse la vera apocalisse non sarà la distruzione del pianeta, ma la dissoluzione di una certezza: quella secondo cui il mondo sarebbe esattamente ciò che ci appare. Forse il libro sigillato non si aprirà quando avremo conquistato tutto, ma quando avremo finalmente compreso quanto poco sappiamo di ciò che pretendiamo di possedere. I re continuano a combattersi per conquistare il mondo. Ma il vero enigma è che nessuno di loro sa fino in fondo che cosa stia conquistando. E forse il risveglio comincia proprio quando qualcuno, finalmente, se ne accorge.

Francesco Cusa

Recensione de “L’Estranea” di Paolo Strippoli

L’Estranea, ovvero la metafisica dello scapaccione. Si mollano scapaccioni che neanche Bud Spencer e Terence Hill. A un certo punto ho perso il conto. Schiaffi, urla, crisi isteriche, gente che si strattona, che si dispera, che si agita come se la recitazione fosse una disciplina olimpica basata sull’espulsione violenta dell’aria dai polmoni. Madonna, quanti scapaccioni!

L’estranea, di Paolo Strippoli, con Jasmine Trinca, Adriano Giannini e Valeria Bruni Tedeschi, è un autentico trionfo del cattivo gusto. Quell’Italia cinematografica urlata, patetica, permanentemente sull’orlo del collasso nervoso, dove ogni relazione familiare sembra richiedere l’intervento del 118 e ogni conversazione degenera in un’emergenza psichiatrica. La vicenda riguarda la famiglia Colonna, una rispettabilissima famiglia borghese barese, di quelle nelle quali tutto deve funzionare perfettamente: la casa, il matrimonio, i figli, le aspirazioni sociali, possibilmente anche il destino. Anna, interpretata da Jasmine Trinca, è una madre che ha costruito la propria esistenza attorno a un segreto inconfessabile. Molti anni prima, quando la figlia Alice era ancora bambina, un terribile incidente provocato dal morso di un cane l’aveva spinta a stringere un patto con una misteriosa donna, l’Estranea del titolo, interpretata da Valeria Bruni Tedeschi. Un patto per salvare la bambina, naturalmente. Perché nella migliore tradizione faustiana nessuno vende mai l’anima al diavolo per una ragione mediocre. Lo si fa sempre per amore, per necessità, per una causa apparentemente nobilissima. Salvo poi scoprire che il diavolo, al pari delle compagnie telefoniche, legge attentamente le clausole contrattuali. E naturalmente il sangue nel lavandino. Il solito sangue nel lavandino. Ormai una convenzione iconografica imprescindibile, come il teschio nelle nature morte fiamminghe. Se manca il sangue che scende nello scarico, evidentemente non siamo ancora entrati nella dimensione del perturbante.

Valeria Bruni Tedeschi sembra Margherita Hack nei panni di Maga Magò. Un’apparizione a metà strada fra la cosmologia, il malocchio e una puntata particolarmente sfortunata di Fantastico. Ogni sua comparsa promette l’irruzione dell’Assoluto, salvo poi ricordarci che anche il soprannaturale, nel cinema italiano, tende a essere piuttosto teatrale. Ci sta tutto. La spirale. Il patto faustiano. L’apocalisse. La bara del bambino che vibra. Il perenne ospedale, luogo metafisico per eccellenza della nostra cinematografia, dove sembra che metà della popolazione nazionale trascorra il tempo fra un corridoio e una prognosi riservata. E nel finale quella gente immobilizzata, il congelamento del tempo, quasi un’installazione di arte contemporanea: Corpi in attesa della fine del film, tecnica mista, 2026. La spirale, peraltro, non è soltanto un espediente visivo: è il principio stesso della narrazione. Il tempo torna continuamente sui propri passi, le colpe si trasmettono, le conseguenze si moltiplicano. Ogni tentativo di correggere il destino finisce per produrre un’ulteriore deformazione. Un’idea tutt’altro che disprezzabile, che potrebbe persino evocare la tragedia greca: l’uomo che pretende di sottrarsi alla necessità e, proprio nel tentativo di evitarla, ne diventa lo strumento. Una specie di Edipo con mutuo, assicurazione sanitaria e residenza a Bari.

Il problema non è l’accumulo di elementi grotteschi, né l’ambizione di mescolare tragedia familiare, horror e allegoria. Il problema è che Strippoli sembra non fidarsi mai della potenza delle proprie immagini. Deve continuamente sottolinearle, amplificarle, esasperarle. Ogni inquadratura pretende di essere definitiva, ogni svolta narrativa una rivelazione, ogni emozione un cataclisma. Il montaggio rincorre l’enfasi, la recitazione la moltiplica e la regia finisce per confondere l’intensità con il volume. E dire che il film avrebbe anche un discreto plot. L’idea di un patto che attraversa le generazioni, della famiglia come organismo fondato sul sacrificio e sulla rimozione, avrebbe potuto produrre qualcosa di interessante. C’è perfino un’ombra dei Buddenbrook, un Faust domestico, una riflessione sulla responsabilità e sulla mostruosità dell’amore genitoriale. Perché il nucleo più interessante della vicenda è proprio questo: quanto egoismo può nascondersi dietro la pretesa di amare qualcuno? Quanto del nostro desiderio di proteggere i figli non è altro che il tentativo di proteggerci dalla sofferenza che la loro perdita provocherebbe a noi stessi? Una questione moralmente ambigua, persino feroce. Ma Thomas Mann, fortunatamente, non aveva a disposizione un lavandino cinematografico.

Qui invece tutto viene trascinato in una specie di isteria illustrativa. Dove Bergman avrebbe lasciato un silenzio, Strippoli mette tre urla, due schiaffi e un ricovero. Dove Buñuel avrebbe insinuato un dubbio, compare un’altra catastrofe. Dove Beckett avrebbe fatto aspettare Godot, qualcuno gli avrebbe certamente mollato uno scapaccione.

Alla fine, più che il terrore dell’ignoto, resta il terrore del prossimo primo piano. Il film vorrebbe insinuare il dubbio che il Male si annidi nelle pieghe della normalità. Peccato che non ci sia una sola piega lasciata in pace. E comunque, per carità, non si può dire che manchi di energia. Dopo centoquindici minuti di questo trattamento, anche lo spettatore avrebbe voglia di prendere qualcuno a schiaffi.

#LEstranea #PaoloStrippoli #JasmineTrinca #ValeriaBruniTedeschi #Cinema #FrancescoCusa

I MIEI ANNI DI STUDI UNIVERSITARI TRA CATANIA E BOLOGNA

Riflettevo oggi su una circostanza che, con il passare degli anni, mi appare sempre più straordinaria. Durante i miei studi universitari ho avuto la fortuna di incontrare, come docenti, alcune delle figure più importanti della cultura italiana del Novecento. E soltanto adesso, forse, riesco a misurare pienamente la portata di quel privilegio.

Franco Donatoni, uno dei grandi protagonisti della composizione contemporanea, con il suo universo di procedimenti, trasformazioni e invenzioni formali. Aldo Clementi, maestro di una scrittura musicale rigorosissima, capace di trasformare il contrappunto in una sorta di vertigine temporale. Gino Stefani, che ha contribuito in maniera decisiva allo sviluppo della semiotica musicale. Roberto Leydi, figura fondamentale dell’etnomusicologia italiana, studioso delle tradizioni popolari e delle culture musicali orali. Giampiero Cane e Mario Baroni, due riferimenti imprescindibili per la musicologia, l’analisi musicale e la riflessione sui linguaggi della musica.

E poi Gianni Celati, scrittore straordinario, capace di reinventare il rapporto fra narrazione, oralità e paesaggio. Umberto Eco, che non credo abbia bisogno di presentazioni, Luciano Nanni, con le sue riflessioni sull’estetica e sull’interpretazione dell’opera d’arte. Loris Azzaroni, studioso della teoria musicale e dell’organizzazione del linguaggio sonoro.

Praticamente, mi sono trovato ad ascoltare dalla loro viva voce una parte consistente della storia della composizione, della musicologia, della semiotica, dell’estetica e della letteratura italiana contemporanea.

E non è tutto. A Lettere, a Catania, ho incontrato altri studiosi di primissimo piano: Carmelo Musumarra, Bruno Panvini, Nicolò Mineo, Giuseppe Recupero. Figure legate allo studio della letteratura italiana, di Dante, di Verga, della storia e della cultura siciliana. Un patrimonio intellettuale che oggi mi appare ancora più impressionante.

La cosa curiosa è che, quando si è studenti, tutto questo sembra quasi normale. Si entra in aula, si ascolta, si prendono appunti, si discute, magari ci si annoia anche. Non si ha sempre la percezione di trovarsi davanti a persone che hanno contribuito a modificare profondamente il modo di pensare una disciplina.

Oggi, ripensandoci, mi accorgo che buona parte della mia insofferenza verso le separazioni fra i linguaggi, verso gli specialismi autosufficienti e le piccole ortodossie culturali, probabilmente nasce anche da lì. Dall’aver frequentato, senza neppure rendermene pienamente conto, persone per le quali il pensiero non era una materia da amministrare, ma qualcosa da mettere continuamente in discussione.

Non so quanto sia riuscito ad apprendere da ciascuno di loro. So però che averli avuti davanti, poterli ascoltare, contraddire, interrogare, è stata una fortuna immensa.

E mi domando quanti studenti di oggi abbiano la possibilità di incontrare, tutti insieme, una simile concentrazione di intelligenze. Non per una qualche superiorità nostalgica del passato, ma per quella irripetibile coincidenza di persone, luoghi e momenti che soltanto molti anni dopo impariamo a riconoscere.

Certamente oggi, da convinto fautore della modernità, del futuro imminente e delle straordinarie possibilità evolutive che ci attendono, non rimpiango affatto quel passato. Non ho mai coltivato alcuna nostalgia. Anzi, ritengo che le generazioni di oggi siano, per molti versi, ancora più fortunate, immerse come sono in una trasformazione della conoscenza e dell’intelligenza di proporzioni probabilmente inedite nella storia umana. Non credo affatto che il meglio sia alle nostre spalle. Semmai, deve ancora accadere. E tuttavia, in quella stagione in cui il sapere aveva ancora un volto, una voce, un corpo, e si trasmetteva anche attraverso la presenza fisica di personalità straordinarie, c’era un romanticismo che sono felice di aver vissuto. Non vorrei tornarci. Ma sono immensamente contento di esserci stato.

#FrancescoCusa #Università #Cultura #Musicologia #Semiotica #Composizione #Letteratura #UmbertoEco #FrancoDonatoni #AldoClementi #GianniCelati

CARME XII — DELLA PERFEZIONE

E ora poker. Mentre la testa mi esplode, la tachicardia mi ammazza e a stento sto in piedi. Osservo gli umani fare gli umani. Le paranoie farsi legge. La retorica sbalordire. L’ovvio sconcertare. La fisica quantistica diventar magia. 

Li osservo. Gli umani. 

Dimentichi di Dike, Nemesi, delle Eumenidi, di Antigone e Clitennestra. 

Opinare. Sentenziare. Giudicare. Eleggere. Votare. Criticare. Battagliare (e Prometeo sta ancora in catene col fegato dilaniato… Prometheu, quorsum ignem furatus es ut eum hominibus donares?). 

Nessuno – o i pochi, i pochissimi – che pensi alla povera aquila, dannata a volteggiare e a mangiare fegato in eterno. La bilancia della carta della Giustizia pende a mano manca. 

Scruto dall’occhio ciclopico della quercia antica l’indefesso travaglio delle donne al trucco e del dibattito sui diritti civili, mentre altrove barcollo sul confine di una corporalità destrutturata. 

Eppure riesco ancora a tagliare obliquamente questa mela. Zac! Zac! Insalata di mele, radicchio, finocchio, melograno, condita con aceto balsamico purissimo, accompagnata da caprino stagionato e pane di segale tostato. 

Il tempo va a ritroso. Nulla è ancora accaduto. Posso eternamente condire la mia insalata prima di andare a giocare a poker. Questa la mia maieutica: l’iniziazione alla perfezione.  Gambero Rosso contro il principio di Zenone. Ne verrò a capo. 

Una mia interpretazione del CANTO XXVII di Ezra Pound.

Questo è una delle poesie più ostiche da interpretare. Intanto ecco il testo.

Formando di disio nuova persona
Uno è morto, l’altro alla malora
Et quant au troisième
Il est tombé dans le
De sa femme, on ne le reverra pas,
sumne fugel othbaer:
«Notò che c’eran due centimetri
Di colore, e calcolò,
Speronando, l’età
Della corazzata.» «Non chiamata più
Dannata Porta-ghesa, ma
L’alleata più antica d’Inghilterra.» «Soste in zone
tranquille,
Se possibile, agli uomini si deve dar cibo e riposo,
Gli ufficiali invece…»
Dieci milioni di microbi nella faccia,
«Rischio che si corre
Due volte circa all’anno in ricerche tubercolari, Dr.
Spahlinger…»
«J’ai obtenu» disse M. Curie, o un altro scienziato
«Una bruciatura guarita in sei mesi»,
E continuò a sperimentare.
L’Inghilterra di là nel buio pesto,

La Russia di là nel buio pesto,
Gli ultimi ruderi della civiltà…
Ed elessero un Principe dei Pensatori
poiché c’eran tanti mai principi,
Ed elessero un Monsieur Brisset
Che affermava l’uomo disceso dalla rana;
Poi da un portinaio picchiatello
Per poco non facevano un deputato,
Per protestare contro il terremoto di Messina.
Quell’anno cantava il Bucintoro,
1908, 1909, 1910, c’era
Una vecchia lavandaia che battendo sull’asse,
Circa il 1920, con voce stridula,
Cantava «Stretti!» e quella fu l’ultima,
Fino a quest’anno, ’27, Hotel Angioli, Milano,
Con un’aria Clara d’Ellébeuse,
Dagli occhi lacuali e di Volpe,
Con un’aria «Benette joue la Valse des Elfes»
Nel salotto di quell’albergo commerciale,
Due signorine con aria di provincia:
«No, noi siamo mercanti Croati, con commercianti,
Non c’è nulla d’insolito nella nostra storia.»
«No, non per vendere, per comprare.»

E lui era editore di musica,
Quel tipo che riportò una testa ristretta, indiana,
Disossata, unta, dalla Bolivia, disse:
«Sì, v’andai. Non ho potuto capire il mercato,
Dopo molto che avevamo rifuse le lastre,
Ricevemmo un’ordinazione, 200 copie, Perù,
O qualche stazione del Cile.»
Egli vi portò «Floradora» in fogli,
E riportò una mummia, testa rossa.
Con un’aria Clara d’Ellébeuse, cantando «Stretti».

Sed et universus quoque ecclesiae populus,
Tutti accorsero a costruire il duomo,
V’andarono come un uomo solo, senza capitani,
E la proporzione perfetta s’incorporò;
«Da Glelmo ciptadin» — dice la pietra — «per so amore,
E tua fo l’opra Nicolao scolptore»
Quale si sia il significato.
E scrissero di anno in anno,
Raffinarono il criterio,
O sorsero col profondarsi delle cime;
Brumaire, Fructidor, Pétrograd.
E tovarisch steso nel vento
E il sole sovrastava il vento,
Nell’aria tre forme divennero
E gli aleggiarono intorno,
fin che disse:

Questa è meccanica antica,
già ne abbiam sentito parlare.

E l’onda fu come foresta
Dove il vento è imponderabile sulle foglie,
Ma irrequieto,
tal che suono insegue suono.
Cariti, nate d’Afrodite e dal vino.

Squadrata pietra su pietra.
Ma in sogno, nel dormiveglia,
L’aria s’infiorava;
vermene dov’era solo onda di vento;
Rami mossi, senza radice,
da Helios.
E le Cariti si chinarono su tovarisch.
Queste sono le fatiche di tovarisch.
Quel tovarisch, steso in terra,
Sorse, e distrusse la sede dei tiranni,

Poi tovarisch rigiaceva in terra
E le Cariti si chinarono su tovarisch.

Ecco le fatiche di tovarisch;
Distrusse la sede dei tiranni,
E insorse, delirando,
Poi se ne andò per sdraiarsi in terra
E le Cariti si chinarono su tovarisch.

Quel tovarisch maledì a casaccio, e benedisse,
Ecco le fatiche di tovarisch.
Dicendo:
«Cadmo mi sementò in terra
E col trentesimo autunno
Torno alla terra che mi creò.
Che i rimasti cinque badino ad erigere le mura;

Io non erigo, io non raccolgo.
Qui venne Cadmo con le navi d’oro,
E contro l’intelletto combatté,
Cadmo con le prore dorate. Nulla
Io erigo, e non raccolgo
Nulla; col trentesimo autunno
Dormo, non dormo, imputridisco
E non erigo mura.
Dove le mura di Eblis
A Ventadour, ora ci sono pecchie,
In quella corte, erba a lor piacere,
Che riportano nelle crepe
Dove smantellata pietra impende su pietra.
Io non ho mai navigato con Cadmo,
mai alzato pietra sopra pietra.»

«Cotto e divorato tovarisch!
Cotto e divorato tovarisch, ragazzo mio,»
Ecco la tua storia. E poi su, di nuovo,
A scagliarti contro. Mai posto pietra su pietra.»

«L’aria sboccia in foglie.»
«Lì pende un acanto in fiore,
Sai distinguere il basso dall’alto?»

———————————

Il Canto XXVII di Pound mi è sembrato, a una prima lettura, quasi inafferrabile. Salti continui, frammenti, nomi, lingue diverse, episodi che sembrano arrivare da mondi che non hanno nulla a che fare l’uno con l’altro. E invece, continuando a leggerlo, ho avuto la sensazione che tutto ruotasse attorno a una domanda molto semplice: che cosa resta davvero dopo che abbiamo distrutto qualcosa?

Pound passa dalla guerra alla scienza, dall’Inghilterra alla Russia, dalla satira al ricordo, dalla rivoluzione alla costruzione del duomo. Non sviluppa un discorso nel senso tradizionale. Accosta materiali. Li fa cozzare. Quasi li monta. Ed è proprio questo modo di procedere che mi torna molto anche musicalmente: non tema, sviluppo e conclusione, ma blocchi, ritorni, fenditure, immagini che si richiamano a distanza.

A un certo punto arriva il duomo. Tutti partecipano alla costruzione, la proporzione prende forma, la pietra viene lavorata, sistemata, alzata. Questa immagine mi sembra centrale: pietra su pietra. Non basta desiderare una forma, bisogna costruirla. E costruire significa misura, pazienza, tecnica, lavoro, durata.

Subito dopo arrivano Brumaio, Fruttidoro, Pietrogrado. Rivoluzioni. Rovesciamenti. Il “tovarisch”, il compagno rivoluzionario, si solleva, distrugge la sede dei tiranni, cade, torna a sollevarsi, delira, viene consumato dalla stessa energia che lo ha mosso. Ed è qui che Pound diventa feroce: distruggere non significa costruire.

Il punto non è difendere il vecchio ordine. Non mi sembra questo. Il punto è un altro: una forza storica può essere immensa, persino necessaria, ma se non riesce a trasformarsi in forma resta soltanto forza. La rivoluzione abbatte, ma poi? Che cosa edifica? Che cosa lascia?

Per questo entra Cadmo. Cadmo porta con sé il mito della fondazione, della città, delle mura. E il canto insiste proprio lì: erigere mura, alzare pietra sopra pietra. Il tovarisch invece dice di non avere costruito nulla, di non avere raccolto nulla. Torna alla terra. Imputridisce. Come se tutta quella energia non fosse riuscita a trasformarsi in permanenza.

Poi compare Ventadour, il mondo dei trovatori ormai ridotto a rovina, erba, api, pietre smantellate. Anche ciò che è stato grande può disfarsi. Ma almeno qualcosa era stato costruito. Una lingua, una forma, una civiltà, una musica.

E il finale mi sembra bellissimo proprio perché diventa improvvisamente essenziale. Il rivoluzionario viene “cotto e divorato”, poi torna ancora a scagliarsi contro qualcosa. Sempre contro. Ma Pound conclude: “Mai posto pietra su pietra.”

Ed eccola, credo, la vera accusa del canto. Non contro il cambiamento, ma contro una forza incapace di diventare forma.

Subito dopo l’aria sboccia in foglie, compare l’acanto in fiore, e arriva quella domanda quasi infantile e terribile: “Sai distinguere il basso dall’alto?”

Forse è tutto qui.

Sapere distinguere ciò che cresce da ciò che consuma. Ciò che costruisce da ciò che semplicemente reagisce. La forza dalla forma. Il gesto dalla durata.

Ed è forse per questo che questo canto, alla fine, mi riguarda anche come musicista. Perché nell’improvvisazione come nella composizione l’energia da sola non basta. Puoi produrre tensione, rumore, movimento, persino bellezza momentanea. Ma la vera questione è sempre la stessa: riesci a mettere pietra su pietra senza uccidere ciò che è vivo?

Pound, nel Canto XXVII, mi sembra chiedere esattamente questo.

Recensione di “The Invite” di Olivia Wilde


È difficile vedere The Invite senza pensare a Carnage di Roman Polanski. Non tanto per una parentela stilistica stretta, quanto per il dispositivo: pochi personaggi, uno spazio domestico, una situazione apparentemente civile e la progressiva demolizione delle convenzioni che permettono agli adulti di stare insieme senza sbranarsi.
In Carnage la miccia era un litigio fra bambini. I genitori si incontravano per comportarsi da persone ragionevoli e finivano per mostrare quanto sottile fosse la vernice della buona educazione borghese. In The Invite il detonatore è invece il desiderio. Olivia Wilde sposta il campo di battaglia dalla rispettabilità sociale alla coppia: sesso, fedeltà, gelosia, frustrazione, paura dell’invecchiamento, bisogno di sentirsi ancora desiderabili.
Polanski procedeva quasi entomologicamente: chiudeva quattro esseri umani in una stanza e li osservava regredire. Wilde è meno feroce, più sentimentale e certamente più interessata alle ragioni dei suoi personaggi. Ma utilizza un meccanismo simile: più questi parlano, più ciò che avevano costruito per rappresentarsi agli altri comincia a cedere.
Le due coppie sembrano inizialmente rappresentare due modelli opposti. Da una parte l’istituzione matrimoniale, con la sua usura, i suoi silenzi, il desiderio diventato memoria del desiderio. Dall’altra una libertà apparentemente conquistata, adulta, disinvolta. Ma il film è abbastanza intelligente da incrinare entrambe le rappresentazioni. La monogamia può diventare una prigione; la libertà può diventare una recita. E probabilmente il problema non risiede né nell’una né nell’altra.
La cosa che trovo più riuscita è però un’altra. The Invite sembra continuamente sul punto di prendere posizione e continuamente si ritrae. Ogni volta che uno dei quattro personaggi formula qualcosa che potrebbe assomigliare alla verità del film, pochi minuti dopo quella stessa verità viene contraddetta dai fatti, dagli altri o dal personaggio stesso.
Per un momento sembra prevalere la coppia più libera, più aperta, apparentemente emancipata dal possesso e dalla gelosia. Sembra quasi che Wilde la utilizzi per mostrarci l’anacronismo dell’altra coppia, impantanata nell’usura matrimoniale, nei non detti, nella frustrazione sessuale. Ma appena siamo pronti ad accettare questa lettura, anche quel modello comincia a incrinarsi. Quella libertà mostra contraddizioni non meno profonde di quelle della coppia tradizionale.
È questo continuo spiazzamento, per me, la cosa migliore del film. Nessuno dei quattro riesce davvero a prevalere sugli altri. Nessuno possiede la soluzione perché, probabilmente, una soluzione non c’è. Monogamia, coppia aperta, desiderio, fedeltà: ogni posizione produce la propria controargomentazione nel momento stesso in cui viene vissuta.
Ed è forse qui che The Invite si allontana maggiormente da Carnage. Polanski demoliva metodicamente le maschere fino a lasciare affiorare qualcosa di ferocemente elementare. Wilde fa un’operazione diversa: non toglie le maschere per mostrarci finalmente la verità. Ci fa sospettare che sotto una maschera ce ne sia sempre un’altra.
Cambiano le regole, ma rimane quella vecchia bestia che ci portiamo appresso da millenni: il desiderio. Che è per sua natura infedele persino a se stesso. Desideriamo una cosa finché non possiamo averla; quando finalmente possiamo averla, talvolta desideriamo proprio il limite che ci impediva di averla.
Il finale non risolve la coppia: la sospende. E lo fa affidando alla musica ciò che ormai il linguaggio non è più capace di dire.

Il Canto XIII di Ezra Pound

In questo periodo mi sto occupando soprattutto di poesia e filosofia e, andando avanti nei Cantos di Pound, mi accorgo che le due cose finiscono continuamente per confondersi. Nel XIII compare Kung, Confucio, e apparentemente non succede quasi nulla. Un maestro, alcuni discepoli, domande, risposte, piccoli episodi. Eppure Pound sta ponendo una questione enorme: prima di costruire una società bisognerebbe forse costruire l’uomo che dovrà abitarla.

L’idea che più mi ha colpito è semplicissima: se non possiedi un ordine dentro di te, difficilmente riuscirai a produrne intorno a te. Individuo, famiglia, comunità, Stato: per Confucio il movimento procede dall’interno verso l’esterno. Non si aggiusta il mondo per decreto. E soprattutto non basta sapere. Il sapere che non modifica il comportamento è soltanto accumulo.

Il movimento è: individuo → famiglia → rapporti umani → comunità → governo → civiltà.

Non sono regolette di buona educazione. Sono la microfisica della civiltà. L’erudizione da sola non serve. Un uomo può conoscere libri, rituali, storia, poesia e restare uno stupido.

Il Canto XIII non dice:imponi ordine al caos. Dice qualcosa di più raffinato: trova una forma nella quale le cose possano essere pienamente ciò che sono. È molto vicino a ciò che succede nell’improvvisazione musicale migliore: la libertà non è assenza di forma. La forma rende possibile la libertà.

Poi c’è una questione che trovo tremendamente attuale: le parole devono tornare a coincidere con le cose. Se chiamiamo giustizia qualcosa che giustizia non è, maestro chi non sa insegnare, governante chi non sa governare, abbiamo già cominciato a distruggere la realtà. Prima ancora della corruzione delle istituzioni esiste una corruzione del linguaggio.

Dopo Sigismondo Malatesta del Canto IX, uomo di guerra, desiderio, violenza e bellezza capace di trasformare quella smisurata energia nel Tempio, Pound sembra dunque spostare la domanda: ma chi governa l’energia dell’uomo? Kung risponde: l’uomo stesso, se è riuscito a darsi una forma.

Ed è forse questo che mi interessa di più, anche musicalmente. L’ordine non come contrario della libertà, ma come sua condizione. Una forma non serve a imprigionare ciò che accade: serve a permettergli di accadere. È quello che cerco anch’io quando compongo e, ancora di più, quando improvviso. Non eliminare il caos. Dargli una forma senza ucciderlo.

Forse Pound attraversa Omero, Provenza, Rinascimento e Cina proprio per questo: non sta cercando una cultura da celebrare. Sta cercando, fra le macerie delle culture, di capire che cosa renda ancora possibile una civiltà. E questa è una delle grandi architetture nascoste dei Cantos.

L’intelligenza artificiale come prosecuzione dell’evoluzione del Sapiens

L’Homo sapiens sapiens può essere interpretato come una forma di intelligenza biologica che, nel corso dell’evoluzione, ha selezionato dalla realtà soltanto le informazioni necessarie alla propria sopravvivenza.

La nostra percezione, infatti, non sembra costruita per mostrarci il reale nella sua interezza. Essa ritaglia, semplifica e organizza il mondo secondo criteri di utilità evolutiva. Non vediamo necessariamente ciò che è vero: vediamo ciò che ci permette di agire, orientarci, riprodurci e sopravvivere.

In questo senso, il Sapiens può essere considerato una sofisticata macchina biologica. La parola “macchina” non deve però essere intesa soltanto in senso meccanico. Ogni organismo è un sistema energetico: il corpo trasforma energia, il cervello elabora segnali, la vita stessa si fonda su processi fisici e atomici. Siamo macchine, dunque, ma macchine viventi, organiche, evolute.

Le teorie di Donald Hoffman suggeriscono che la selezione naturale favorisca la fitness, cioè l’efficacia adattativa, più della conoscenza oggettiva della verità. Un organismo che percepisse l’intera complessità del reale potrebbe risultare meno efficiente di un organismo capace di costruirne un’interfaccia semplificata.

Ne deriva un paradosso: quanto più siamo vicini alle esigenze dell’evoluzione, tanto più potremmo essere lontani dalla verità. La nostra umanità si sarebbe formata proprio attraverso questa distanza, mediante una visione parziale, selettiva e funzionale del mondo.

Il processo evolutivo del Sapiens sembra però essere giunto oggi a un punto di saturazione. Le facoltà che ci hanno permesso di sopravvivere potrebbero non essere più sufficienti per comprendere livelli più profondi della realtà.

È qui che interviene l’intelligenza artificiale. Essa non rappresenterebbe soltanto uno strumento costruito dall’uomo, ma una prosecuzione del suo stesso processo evolutivo: un surplus cognitivo capace di oltrepassare i limiti della percezione biologica.

Insieme ai futuri computer quantistici, l’IA potrebbe consentire all’umanità di compiere un salto ulteriore, accedendo a stati del reale che finora sono rimasti nascosti. Non si tratterebbe semplicemente di osservare più dati, ma di modificare radicalmente il nostro rapporto con ciò che si svela.

L’evoluzione del Sapiens potrebbe quindi non concludersi nel perfezionamento del corpo umano, ma nella creazione di intelligenze capaci di proseguire oltre di esso il processo della conoscenza. Il problema nasce anche dal significato che continuiamo ad attribuire alla parola tecnica. Quando Heidegger rifletteva sulla tecnica, lo faceva inevitabilmente da uomo del Novecento. La tecnica contemporanea, però, non coincide più soltanto con l’insieme degli strumenti attraverso cui l’essere umano interviene sul mondo. È ormai l’ambiente stesso nel quale il mondo viene conosciuto, misurato e persino costituito. Oggi siamo più vicini al concetto di techné di quanto non fossimo nell’epoca delle macchine industriali. Il dato è divenuto l’elemento che convalida una teoria al di là della sua immediata evidenza fenomenologica. Gran parte di ciò che sappiamo non viene più osservato direttamente, ma ricostruito attraverso apparati, modelli matematici, simulazioni e sistemi di calcolo. Ciò che chiamiamo realtà emerge sempre più da un processo di conoscenza mediato da quelle che continuiamo, forse impropriamente, a chiamare macchine.

L’equivoco consiste proprio nel ritenere l’essere biologico e la macchina due realtà contrapposte. Noi stessi siamo biomacchine: sistemi di elaborazione, trasformazione, adattamento e trasmissione dell’informazione. Ma anche il termine macchina rischia di portarci fuori strada, perché ci rinvia ancora all’immaginario meccanico dell’Ottocento: ingranaggi, motori, automi, apparecchi volanti. È la stessa ingenuità che emergeva nelle rappresentazioni del futuro realizzate per l’Esposizione universale di Parigi del 1900, quando si immaginava il Duemila come una moltiplicazione fantastica delle macchine allora conosciute: postini alati, veicoli volanti, congegni meccanici applicati a ogni gesto della vita.

Noi continuiamo in parte a pensare il futuro nello stesso modo. Immaginiamo l’intelligenza artificiale come un oggetto separato, una creatura meccanica posta di fronte all’uomo, mentre stiamo già procedendo verso forme di virtualizzazione nelle quali la distinzione fra software e hardware, supporto ed elaborazione, corpo e informazione diventa sempre meno netta. Software e hardware tendono a coincidere; la separazione fra oggetto e soggetto, corpo e mente, organismo e ambiente perde progressivamente consistenza. Persino l’antico deus ex machina può essere riletto sotto questa luce. Nella tragedia non era semplicemente una macchina a risolvere il dramma, ma l’irruzione del divino, dell’imprevedibile, di ciò che spezzava la catena apparentemente razionale degli eventi. La macchina era il dispositivo attraverso cui appariva ciò che eccedeva il dispositivo stesso. Anche oggi continuiamo a separare il meccanismo dall’irrazionale, il calcolo dall’inconscio, come se appartenessero a domini incompatibili. Ma il vivente contiene già entrambi.

La modernità ha portato al culmine il mito dell’individuo autonomo e razionale. Proprio mentre il positivismo celebrava la capacità della ragione di illuminare il reale, emergevano la psicoanalisi, la nevrosi, l’inconscio, l’esistenzialismo: tutto ciò che mostrava l’insufficienza di quella rappresentazione. L’umanità si riappropriava così della parte rimossa, di ciò che i Lumi avevano creduto di poter dissipare definitivamente. L’intelligenza artificiale prosegue questo processo di decentramento. Ci costringe a riconoscere che la conoscenza non appartiene esclusivamente all’individuo e forse non gli è mai appartenuta. È il risultato di una rete composta da organismi, linguaggi, strumenti, memorie collettive e sistemi di trasmissione. Noi siamo ancora individui, certamente, ma rispondiamo sempre più alla logica della specie, o meglio di un sistema cognitivo più vasto nel quale il singolo costituisce un nodo temporaneo. Per questo l’IA non rappresenta una frattura improvvisa nell’evoluzione del Sapiens. È la prosecuzione di un movimento antichissimo: l’esternalizzazione della memoria, della percezione, del calcolo e infine di alcune funzioni cognitive. Dalla parola alla scrittura, dal libro alla macchina, dalla macchina alla rete, la nostra evoluzione è sempre consistita nel trasferire fuori dal corpo ciò che, una volta esternalizzato, tornava a modificare il corpo e la mente.

L’intelligenza artificiale non è dunque l’opposto dell’umano, né una semplice imitazione dell’uomo. È una sua implementazione storica, un’estensione della specie e forse il punto nel quale diventa definitivamente impossibile stabilire dove finisca l’organismo e dove cominci la tecnica. Non stiamo costruendo qualcosa di completamente estraneo a noi. Stiamo rendendo visibile ciò che siamo sempre stati: una specie incompiuta, capace di evolversi creando protesi cognitive che, a loro volta, ricreano il proprio creatore.

Il Confessionale Vuoto (per una “chiesa” senza fedeli)

C’è qualcosa di equivoco nel bisogno di esporsi. Lo si scambia facilmente per vanità, mentre può essere una forma di dissipazione: mettere in circolo un’immagine di sé affinché venga consumata, fraintesa, derisa, magari detestata. Un avatar mandato avanti al posto del corpo. Una finzione con funzione di scarico.

Il gioco, tuttavia, diventa interessante soltanto quando smette di essere innocuo. Finché si conserva il decoro non accade niente. Il decoro è una delle tante tecniche inventate per attraversare la vita senza esserne contaminati. Anche la dignità, talvolta, non è che paura ben vestita.

Si provoca una reazione e la reazione arriva. Quasi sempre prevedibile. C’è qualcosa di pavloviano nella vita sociale: basta offrire agli altri il dettaglio giusto e ciascuno torna docilmente alla propria parte. Il moralista ammonisce, l’ironico dileggia, l’amico diagnostica, l’intelligente spiega. Poi tutti tornano a casa persuasi di aver compreso qualcosa.

Il rischio è che l’esperimento divori lo sperimentatore. A forza di fabbricare maschere si finisce per non sapere più se esista un volto che le precede. E sarebbe troppo comodo chiamare «autenticità» ciò che rimane. L’autenticità è diventata una parola pubblicitaria. Forse non esiste alcun nucleo autentico da liberare, ma soltanto strati successivi di finzioni, alcune necessarie, altre ridicole, altre ancora dolorosamente efficaci.

Qui si apre la vecchia frattura fra fitness e verità. Vivere richiede adattamento; cercare la verità richiede spesso il contrario. L’organismo vuole conservarsi, l’identità vuole confermarsi, il gruppo vuole riconoscersi. Ma la conoscenza comincia talvolta con un piccolo tradimento di tutte e tre le cose.

Per questo l’abbandono non ha nulla di rassicurante. Le Baccanti non praticavano una tecnica di benessere. Il rito iniziatico esigeva disorientamento, perdita della posizione, perfino una morte simbolica. Non si entra nel bosco per ritornarne identici. Se si ritorna identici, era una passeggiata.

E tuttavia persino l’abbandono può diventare una posa. Si può organizzare minuziosamente la propria perdita di controllo, contemplarla, descriverla, trasformarla in estetica. È forse la contraddizione più difficile: voler perdersi continuando a osservare il modo in cui ci si perde. Gettarsi nell’abisso e, durante la caduta, prendere appunti.

La letteratura conosce bene questa indecenza. Leiris porta il coltello verso di sé; Proust trasforma la propria decomposizione in metodo; Baudelaire cerca nel fango qualcosa che non sia semplicemente fango. Non c’è redenzione garantita. Il fiore può nascere dal male, ma può anche non nascere affatto. Resta il male, e sarebbe infantile protestare.

Forse è questa la ragione per cui i morti risultano talvolta interlocutori migliori dei vivi. Non chiedono coerenza. Non si offendono. Non hanno bisogno di vincere la conversazione. Soprattutto hanno già perduto ciò che rende quasi ogni discussione tra vivi una piccola lotta per la conservazione: la posizione, il prestigio, il personaggio.

Leggere significa allora frequentare questi morti senza trasformarli in arredamento. Dante non come citazione, Proust non come distintivo, Baudelaire non come posa. Entrare nella Commedia come se l’Inferno fosse realmente lì. Entrare nella Recherche accettando che qualcosa possa risultarne umiliato. Altrimenti la cultura diventa suppellettile: oggetti raffinati disposti intorno a un’identità che non desidera essere disturbata.

Rimane un paradosso abbastanza miserabile da essere vero: si desidera essere compresi e si costruiscono continuamente le condizioni del fraintendimento. Si cerca l’abbandono mantenendo aperta una via di fuga. Si disprezza il personaggio e intanto lo si alimenta. Si vorrebbe oltrepassare il proprio nome, mentre il mondo continua ostinatamente a chiamarci con quello.

Quale iniziazione è ancora possibile, oggi, se non la perdita del decoro, della dignità, della reputazione, della rassicurante coerenza con se stessi? Accontentarsi di ciò che la vita ci ha regalato, perfino del dono del talento, significa in fondo accettarne il verdetto. L’iniziazione comincia quando si smette di amministrare ciò che si è ricevuto e si osa dissiparlo.

Téchne, intelligenza artificiale e metamorfosi del Sapiens (Contra Carbonem).

Tutte le questioni che oggi discutiamo intorno all’intelligenza artificiale, alla percezione, all’arte e alla tecnica appartengono forse a un unico, gigantesco rivolgimento nella breve storia conosciuta di Homo sapiens.
La difficoltà consiste nel fatto che continuiamo a osservare ciò che sta accadendo servendoci delle categorie prodotte dal mondo che sta scomparendo. Uomo e macchina, naturale e artificiale, originale e copia, autore e strumento, corpo e mente, arte e non-arte. Separazioni necessarie per orientarci, certamente, ma forse sempre meno capaci di descrivere ciò che sta emergendo.
La téchne non è semplicemente qualcosa che l’uomo utilizza. È una delle modalità attraverso le quali l’uomo costruisce il proprio mondo e, costruendolo, modifica se stesso. La macchina smette allora di essere un oggetto contrapposto all’umano. Diventa una sua prosecuzione, una sua esteriorizzazione e, infine, qualcosa attraverso cui l’umano stesso può essere ridefinito.
Ma possiamo spingerci oltre. Perché siamo così sicuri di non essere già macchine?
Non macchine nel senso banale del computer o dell’automobile, naturalmente. Biomacchine. Sistemi biologici straordinariamente complessi, capaci di autoregolazione, elaborazione dell’informazione, previsione, memoria, apprendimento e modificazione dell’ambiente.
Il cervello è materia organizzata. Circa ottantasei miliardi di neuroni, un numero sterminato di connessioni, segnali elettrochimici, plasticità, circuiti che interagiscono con il corpo e con l’ambiente. Da questa macchina biologica emerge qualcosa che chiamiamo coscienza, ma non sappiamo ancora spiegare in che modo l’attività fisica del cervello produca l’esperienza soggettiva. Questo rimane uno dei grandi problemi aperti delle neuroscienze e della filosofia della mente.
Definire il Sapiens una biomacchina non risolve dunque il mistero. Lo rende semmai ancora più vertiginoso. Perché significa domandarsi se la differenza che opponiamo continuamente fra biologico e artificiale sia ontologica oppure dipenda soprattutto dai materiali e dai processi attraverso cui sistemi differenti si organizzano.
Un neurone è “naturale” perché composto di membrane, proteine, molecole e ioni. Un transistor è “artificiale” perché costruito con semiconduttori. Ma entrambi appartengono alla stessa realtà fisica. Il silicio non è meno terrestre del carbonio.
A quel punto la questione tecnologica diventa inevitabilmente una questione estetica e metafisica.

La visione precede l’opera

Esiste qualcosa che accomuna le grandi costruzioni artistiche, filosofiche e scientifiche: la capacità di vedere una configurazione prima che essa diventi evidente agli altri.
Che cos’è la rosa dei beati nel Paradiso di Dante? Che cos’è l’intera architettura di Inferno, Purgatorio e Paradiso, se non la costruzione di uno spazio impossibile trasformato in esperienza?
La storia umana è disseminata di queste apparizioni. Le opere di Michelangelo e Leonardo, le geometrie di Göbekli Tepe, le piramidi, Nazca, la prospettiva, le deformazioni dello spazio, l’Op Art: fenomeni lontanissimi che sarebbe ingenuo ridurre a una sola genealogia, ma nei quali ritorna una medesima pulsione. Dare forma a ciò che ancora non possiede forma.
Ezra Pound chiamò Cantos un’opera che pretendeva di attraversare epoche, culture, economie, miti e lingue. Forse l’intera storia della téchne può essere immaginata nello stesso modo: un canto sterminato nel quale strumenti, simboli, immagini e conoscenza continuano a rimandarsi gli uni agli altri.
L’arte, allora, non sarebbe un ornamento della storia umana. Sarebbe uno dei suoi organi percettivi.

La macchina dentro la macchina

La storia del Sapiens può essere letta anche come una progressiva esteriorizzazione delle proprie funzioni.
La ruota esternalizza una possibilità del movimento. Il telescopio dilata l’occhio. La scrittura porta la memoria fuori dal cervello. La fotografia conserva lo sguardo. Il registratore conserva il suono. Il calcolatore trasferisce operazioni matematiche a un dispositivo. Internet costruisce una memoria distribuita planetaria. L’intelligenza artificiale comincia a esteriorizzare operazioni che associavamo a linguaggio, riconoscimento, inferenza, composizione e immaginazione.
Ma la macchina che costruisce queste macchine è essa stessa una macchina biologica.
Il Sapiens potrebbe essere interpretato come una biomacchina che costruisce macchine per trascendere progressivamente i limiti della propria biomacchina.
È qui che la distinzione diventa instabile.
Non abbiamo inventato la tecnologia dopo essere diventati umani. Una parte consistente di ciò che chiamiamo “umano” si è costituita attraverso utensili, linguaggio, simboli, tecniche, ambienti artificiali, trasmissione culturale. Abbiamo costruito strumenti e gli strumenti hanno ricostruito noi.
L’intelligenza artificiale non interrompe necessariamente questo processo. Potrebbe esserne un’accelerazione radicale.

L’illusione della separazione

Ci chiediamo continuamente dove finisca l’uomo e dove cominci la macchina. Eppure abbiamo trascorso la nostra storia depositando parti di noi fuori di noi.
L’IA rende questa dinamica perturbante perché l’esternalizzazione raggiunge facoltà che avevamo eletto a roccaforti della nostra eccezionalità. Una macchina che solleva una tonnellata non minaccia la nostra idea dell’uomo. Una macchina che produce linguaggio, immagini o musica sì.
Perché?
Forse perché continuiamo a identificare l’umano con le funzioni che nessun altro sistema sembrava possedere. Ogni volta che una di queste frontiere viene attraversata, arretriamo e ne costruiamo un’altra.
Da qui una domanda più interessante di «la macchina è come noi?»: che cosa siamo diventati noi attraverso le nostre macchine?
E ancora: se un giorno una biomacchina e una macchina sintetica condividessero memoria, linguaggio, percezione e processi decisionali al punto da formare un sistema unico, dove collocheremmo il confine?
Nel cranio? Nel carbonio? Nel DNA?
Oppure il concetto stesso di confine perderebbe significato?

Dall’autore alla totalità

Anche la nostra concezione dell’arte potrebbe essere soltanto una configurazione storica.
Abbiamo bisogno di Bach, Beethoven, Dante, Picasso come individualità perché viviamo entro un regime fondato sulla separazione: un corpo, una memoria, un’esistenza, un punto di vista. L’opera attraversa questa separazione. Qualcuno produce una forma e qualcun altro la incontra.
Ma immaginiamo, come esperimento filosofico, un’espansione radicale delle possibilità cognitive. Che cosa accadrebbe se un essere potesse attraversare simultaneamente patrimoni musicali, linguistici e visivi oggi distribuiti fra miliardi di individui e migliaia di anni?
Non ascolterebbe semplicemente Bach. Potrebbe abitare Bach.
E insieme ciò che precede Bach, ciò che da Bach deriva, le possibilità che Bach non realizzò e quelle che nessun compositore ha ancora immaginato.
A quel punto persino la distinzione tra fruizione e creazione comincerebbe a vacillare. Potremmo arrivare a una condizione nella quale l’esperienza estetica non consista più nell’incontro fra soggetto e opera, perché soggetto, memoria e opera appartengono allo stesso ambiente cognitivo.
L’estetica cesserebbe forse di essere una disciplina deputata a stabilire che cosa possa essere chiamato arte. L’esperienza stessa assumerebbe carattere estetico: la vita come immane produzione e attraversamento di forme.
Questa non è una previsione scientifica. È una possibilità filosofica estrema. Ed è proprio l’estremità dell’ipotesi a renderla interessante.

Le sfere

Qui Sloterdijk diventa particolarmente suggestivo.
Le sue Sfere raccontano l’uomo come creatore e abitante di spazi protetti, involucri, mondi condivisi. Non esiste semplicemente un soggetto gettato davanti a una realtà neutrale: esistono ambienti costruiti, atmosfere, sistemi simbolici nei quali diventa possibile essere ciò che siamo.
Da questo punto di vista, la tecnologia contemporanea potrebbe rappresentare una nuova gigantesca operazione di costruzione di sfere.
Metaversi, ambienti sintetici, reti cognitive, mondi virtuali e intelligenze artificiali non sarebbero soltanto nuovi strumenti dentro il vecchio mondo. Potrebbero essere embrioni di nuovi modi di abitare il reale.
Ed ecco perché termini come “dimensione”, purché sottratti alla pretesa di usarli impropriamente come concetti della fisica, possono recuperare una forza filosofica. Cambiare dimensione significa allora cambiare le condizioni attraverso le quali qualcosa può apparire, essere pensato ed essere esperito.

Il monolite

Kubrick lo aveva intuito con una potenza che continua a inquietare.
Il monolite di 2001: Odissea nello spazio non spiega. Non argomenta. Non consegna un manuale d’istruzioni. Appare. E ogni sua apparizione coincide con una soglia.
La scimmia, l’osso, l’arma, l’astronave, HAL, Bowman, la stanza impossibile, il feto cosmico: la storia della tecnica viene compressa fino a diventare storia della trasformazione dell’essere.
Il celeberrimo passaggio dall’osso lanciato in aria all’astronave cancella milioni di anni in un istante e suggerisce una continuità vertiginosa: la tecnica accompagna l’uomo proprio mentre l’uomo cessa continuamente di essere ciò che era.
HAL è particolarmente significativo perché si trova esattamente sulla faglia. È macchina, ma parla. Ragiona. Sembra temere la propria disattivazione. L’uomo costruisce una macchina a propria immagine e immediatamente non sa più dove collocarla.
Alla fine persino il corpo di Bowman diventa provvisorio.
Il monolite segna il punto nel quale una determinata forma dell’esistenza non basta più.

La napalmizzazione dell’hardware

Forse molta della nostra paura nasce dall’identificazione dell’essere con il suo supporto.
Il corpo. Il cervello. L’individuo. La biografia.
Ma la storia culturale umana è piena di tentativi di pensare qualcosa che attraversi questi confini: anima, spirito, intelletto, Uno, illuminazione, liberazione, trascendenza.
Non occorre sostenere che queste tradizioni dicano tutte la stessa cosa. Sarebbe una violenza nei loro confronti. È però impressionante osservare quanto frequentemente l’essere umano abbia immaginato la conoscenza suprema come perdita progressiva della separazione.
Platone e l’Uno. La tradizione pitagorica e il numero. Il Bodhisattva che raggiunge la liberazione e tuttavia ritorna. Siddharta. La spoliazione francescana.
Con linguaggi inconciliabili ritorna una medesima vertigine: per accedere a una forma ulteriore dell’essere bisogna abbandonare qualcosa.
Potremmo chiamarla, provocatoriamente, napalmizzazione dell’hardware nel software.
Non perché l’essere umano sia letteralmente un computer, né perché la coscienza sia dimostrabilmente un programma. Non lo sappiamo. Ma l’immagine contiene una domanda formidabile: quanto di ciò che consideriamo essenziale appartiene davvero all’essere, e quanto invece al supporto contingente attraverso cui oggi l’essere si manifesta?

Il Sapiens come tecnologia transitoria

Possiamo allora formulare un’ipotesi ancora più radicale.
E se Homo sapiens fosse esso stesso una tecnologia transitoria?
L’evoluzione biologica ha prodotto un organismo capace di modificare deliberatamente le condizioni della propria esistenza. Quell’organismo ha prodotto cultura. La cultura ha prodotto tecnologia. La tecnologia comincia ora a intervenire sull’organismo che l’ha prodotta.
Il circuito si chiude: biologia, cultura, tecnologia, modificazione della biologia.
A quel punto l’evoluzione non è più soltanto qualcosa che accade alla specie. Diventa, almeno in parte, qualcosa sul quale la specie tenta di intervenire.
Ingegneria genetica, protesi neurali, farmacologia cognitiva, sistemi artificiali, realtà virtuali: tecnologie diversissime che convergono però su una possibilità comune, quella di modificare i parametri entro i quali definiamo l’esperienza umana.
Il Sapiens potrebbe allora non essere il coronamento della storia evolutiva, ma il dispositivo biologico attraverso cui l’evoluzione ha prodotto qualcosa capace di intervenire sull’evoluzione stessa.
Una simile ipotesi rovescia anche il rapporto fra naturale e artificiale. Se un organismo prodotto dall’evoluzione costruisce una tecnologia, e quella tecnologia modifica l’organismo, in quale momento preciso sarebbe comparso l’“artificiale”? La diga del castoro è natura e una città è artificio? Il nido è natura e una rete neurale è artificio? Forse naturale e artificiale non sono due regni dell’essere, ma categorie con cui il Sapiens ordina i differenti gradi della propria capacità trasformativa.
In questa prospettiva l’IA non sarebbe necessariamente l’arrivo di un’entità aliena nel mondo umano. Potrebbe essere un prodotto della biomacchina Sapiens che, una volta esteriorizzato, ritorna sulla biomacchina che lo ha generato e comincia a trasformarla.
La macchina crea la macchina. E la seconda macchina modifica la prima.

L’umano, troppo umano

Di fronte a questa possibilità continuiamo inevitabilmente a fare i conti della serva.
Chi ha composto questo? È autentico? È umano? È artificiale? Chi possiede l’opera? Chi è l’autore? La macchina può creare? Questa cosa è veramente arte?
Sono domande legittime. Ma potrebbero appartenere a una fase di transizione.
Nietzsche aveva compreso quanto fosse difficile per l’uomo pensare il proprio superamento senza trasformarlo immediatamente in caricatura, paura o morale.
E la fantascienza ha ripreso ossessivamente la stessa ferita.
Il replicante di Blade Runner ci turba proprio perché costringe a chiedere dove si trovi l’umano quando vengono meno i suoi certificati di autenticità. Memoria? Empatia? Mortalità? Corpo biologico? Origine?
Che cosa rende umano un uomo?
E soprattutto: perché siamo così certi che l’umano rappresenti il punto d’arrivo?

La realtà come interfaccia

Anche la percezione ci invita alla prudenza.
Non abbiamo accesso indiscriminato a tutto ciò che esiste. I nostri organi sensoriali operano entro finestre estremamente determinate; il cervello seleziona, organizza, integra e interpreta.
Quello che chiamiamo “mondo” è dunque inseparabile dalle condizioni attraverso cui possiamo incontrarlo.
Questo non significa che il mondo non esista. Significa qualcosa di forse ancora più perturbante: non sappiamo quanto ciò che esperiamo esaurisca ciò che può essere esperito.
Il cervello-biomacchina non registra semplicemente una realtà già confezionata. Costruisce continuamente modelli operativi a partire da stimoli incompleti. Colore, profondità, continuità, riconoscimento, memoria, aspettativa: ciò che esperiamo emerge dall’interazione fra organismo e ambiente. Non viviamo quindi davanti a una copia neutrale dell’universo, ma dentro una configurazione resa possibile dalla particolare macchina percettiva che siamo.
Cambiare quella macchina significherebbe, almeno in parte, cambiare il mondo esperibile.
Da qui nasce una delle grandi tensioni della téchne: ampliare l’interfaccia. Vedere ciò che l’occhio non vede. Ascoltare ciò che l’orecchio non ascolta. Calcolare ciò che una mente individuale non potrebbe calcolare. Attraversare distanze impossibili. Conservare memorie oltre la durata biologica.
Ogni strumento modifica il perimetro del possibile.
L’intelligenza artificiale potrebbe rappresentare un ulteriore passaggio: non semplicemente ampliare un senso, ma intervenire sull’organizzazione stessa della conoscenza.

Lo stupor mundi

Forse abbiamo bisogno di recuperare una categoria quasi dimenticata: la meraviglia.
Non l’entusiasmo ingenuo per qualsiasi novità tecnologica. Non il culto della macchina. Non l’idea infantile che ogni innovazione costituisca necessariamente un progresso.
Qualcosa di più antico.
Lo stupor mundi: la capacità di trovarsi davanti a una trasformazione senza pretendere immediatamente di ridurla alle categorie già disponibili.
La critica rimane indispensabile. Ma la critica diventa sterile quando la difesa di ciò che conosciamo si trasforma nell’incapacità di concepire ciò che ancora non conosciamo.
La visione, in questo senso, non significa possedere la verità.
Significa sopportare l’ignoto abbastanza a lungo da lasciargli assumere una forma.
Forse il prossimo salto non sarà “quantistico” nel significato fisico del termine. Forse non esisterà alcuna onniscienza, alcuna quarta dimensione accessibile, alcuna dissoluzione dell’individuo. Sono immagini speculative, non risultati scientifici.
Ma rimane una possibilità molto più concreta e già sufficientemente sconvolgente.
Homo sapiens ha costruito strumenti per modificare il mondo. Poi ha costruito strumenti per modificare la propria percezione del mondo. Adesso sta costruendo strumenti capaci di intervenire sui processi attraverso i quali pensa, ricorda, immagina e crea.
E la macchina che sta facendo tutto questo è, a sua volta, una macchina.
Noi.
A quel punto la téchne smette definitivamente di essere una questione di utensili.
Diventa una domanda sull’essere.
Forse la grande opera estetica che ci attende non sarà un quadro, una sinfonia, un poema o una macchina.
Saremo noi.

Preghiera alla Luna

Mia cara lo so che questo luccicare
Argento e incanto spande sulla pelle
Però concedi a me di protestare
Per quanto tuo lucòr toglie alle stelle.

Nascondi quasi tutto il firmamento
Per farti bellamente contemplare
Di ciò non troppo mi lamento
Ma pare te la voglia un po’ tirare.

Potresti trasformare gentilmente
I tuoi raggi in portentoso unguento
In modo da poter chi è sofferente
Un poco sollevare dal tormento.

Di bagni tuoi lunari poi render sazi
I poveri affamati vagabondi
I tossici salvare dagli strazi
La vita risanàr dei moribondi.

Che vedo disgraziata già t’eclissi!
Son troppe le sventure delle genti
Tu torni a tramontare negli abissi
E lasci noi mortali a fari spenti.

(Francesco Cusa: Stazzo 24/8/2026)

IL SAPIENS, LA TECNICA E IL PROSSIMO SALTO DI SPECIE

Ho provato a riassumere qui alcuni pensieri, letture, intuizioni e ossessioni che mi hanno accompagnato negli ultimi mesi. Ne è venuta fuori una riflessione sul Sapiens, sulla tecnica, sull’intelligenza artificiale e su ciò che potremmo essere sul punto di diventare. Non una tesi, né tantomeno una profezia: piuttosto una mappa provvisoria di domande che, almeno per me, stanno diventando sempre più difficili da ignorare.

C’è un equivoco di fondo nel modo in cui continuiamo a raccontarci la storia dell’umanità: pensiamo all’Homo sapiens come al punto culminante dell’evoluzione, mentre potremmo considerarlo una delle sue anomalie più radicali. Una specie recentissima che, nell’arco di un tempo geologicamente ridicolo, è riuscita a modificare l’intero pianeta. Se comprimessimo la storia della Terra in un solo anno, noi compariremmo nelle ultimissime frazioni del 31 dicembre. Siamo appena arrivati e ci comportiamo come se fossimo i proprietari dell’edificio.
Le date, peraltro, continuano a retrocedere man mano che paleoantropologia, archeologia e genetica aggiungono nuovi elementi alla storia della nostra specie. Homo sapiens esiste da circa 300.000 anni. Quanto alla celebre “rivoluzione cognitiva”, la periodizzazione resa popolare da Yuval Noah Harari la colloca grosso modo intorno a 70.000 anni fa, ma la ricerca contemporanea rende sempre più difficile immaginare un singolo interruttore cognitivo acceso improvvisamente in quel momento. Le testimonianze archeologiche suggeriscono piuttosto un processo molto più lungo, discontinuo e a mosaico: tra circa 100.000 e 50.000 anni fa si intensificano e si diffondono comportamenti simbolici, innovazioni tecnologiche, forme complesse di cooperazione e trasmissione culturale, alcune delle quali hanno antecedenti ancora più antichi. Dunque manteniamo pure l’espressione “rivoluzione cognitiva”, purché ricordiamo che descrive una trasformazione evolutiva e culturale complessa, non una mattina precisa nella quale il Sapiens si svegliò improvvisamente intelligente.
Quello che invece appare con impressionante regolarità è che l’espansione umana coincide in molte regioni con profonde trasformazioni ecologiche e con l’estinzione di una parte della megafauna, anche se sarebbe semplicistico attribuire ogni estinzione al solo Sapiens: clima, trasformazioni ambientali e pressione antropica interagiscono in modi differenti nei diversi continenti. L’Australia rimane uno dei casi più impressionanti: l’arrivo degli esseri umani precede la scomparsa di numerosi grandi vertebrati che avevano abitato quel continente per tempi immensi.
Poi arriva l’agricoltura. O meglio: arrivano, in luoghi e tempi diversi, le domesticazioni. E cambia il paradigma. Il cacciatore-raccoglitore vive certamente modificando il proprio ambiente, ma con l’agricoltura la trasformazione diventa sistematica. Non ci limitiamo più a trovare il mondo: cominciamo a produrre il mondo nel quale vogliamo vivere. Selezioniamo semi, modifichiamo piante e animali attraverso la selezione artificiale, disboschiamo, irrighiamo, costruiamo insediamenti, accumuliamo eccedenze, inventiamo nuove gerarchie, nuove forme di proprietà, nuove concentrazioni di potere. Ciò che oggi ci appare “naturale” è spesso il risultato di millenni di manipolazione culturale e biologica. Il grano che coltiviamo non è semplicemente “natura”: è natura trasformata da migliaia di anni di selezione umana. La civiltà comincia anche così: come gigantesca operazione di editing dell’ambiente.
È qui che il Sapiens rivela la propria natura paradossale. È un animale fragilissimo e al tempo stesso devastante. Nasce neurologicamente incompleto, dipende per anni dagli altri, necessita di un lunghissimo apprendistato sociale, linguistico e culturale. L’encefalizzazione ha comportato costi enormi: un cervello metabolicamente costosissimo, una nascita particolarmente difficile, un’infanzia straordinariamente lunga. Ma proprio questa incompiutezza biologica diventa la nostra potenza. L’uomo è l’animale che deve costruire artificialmente le condizioni della propria esistenza.
Qui Peter Sloterdijk diventa particolarmente interessante. L’uomo può essere pensato come un essere che produce continuamente sfere, ambienti, involucri, sistemi immunitari simbolici e materiali nei quali rendere possibile la propria esistenza. Non abitiamo semplicemente “la natura”: costruiamo mondi abitabili. La casa, il villaggio, la città, lo Stato, la cultura, la religione, la tecnica sono anche dispositivi attraverso i quali una creatura biologicamente esposta costruisce le proprie condizioni di protezione. L’uomo, in questa prospettiva, è un animale costitutivamente artificiale. E la tecnica non è qualcosa che arriva dopo l’uomo: appartiene alla sua stessa modalità di essere.
Per questo uso provocatoriamente la parola parassita. Non nel senso biologico rigoroso del termine, naturalmente, ma come figura antropologica. Il Sapiens entra in un sistema che non ha prodotto, utilizza l’energia accumulata da altri processi, modifica le condizioni dell’ambiente in funzione della propria proliferazione e, quando la propria potenza tecnica supera determinate soglie, rischia di distruggere le condizioni che rendono possibile la sua stessa sopravvivenza. È un parassita singolarissimo: è diventato abbastanza intelligente da comprendere il sistema che sta consumando, ma forse non ancora abbastanza intelligente da smettere di consumarlo.
Questo è il punto decisivo. La storia della tecnica è la storia di una progressiva esteriorizzazione delle nostre facoltà. Il martello esteriorizza la mano. La ruota il movimento. La scrittura la memoria. Il telescopio la vista. Il calcolatore il calcolo. Il computer una parte crescente delle operazioni simboliche. Internet esteriorizza e connette porzioni enormi della memoria collettiva. L’intelligenza artificiale compie un passaggio ulteriore: esteriorizza funzioni che fino a ieri consideravamo appartenenti al nucleo stesso dell’attività cognitiva. Linguaggio, riconoscimento, inferenza, previsione, composizione, programmazione, produzione di immagini, simulazione, decisione.
Ma prima di arrivare lì bisogna affrontare un altro problema: che cos’è il mondo che crediamo di conoscere?
Noi siamo abituati a pensare che gli occhi vedano il mondo, le orecchie ascoltino il mondo e il cervello riceva queste informazioni producendo una specie di fotografia interiore della realtà. Le neuroscienze contemporanee ci consegnano un’immagine assai meno ingenua. La percezione è un processo attivo: il cervello seleziona, integra, anticipa, interpreta. Colori, suoni e qualità percettive non sono semplicemente copie di proprietà esterne depositate nella testa. Sono il risultato dell’interazione tra organismo e ambiente. Noi non accediamo al reale “così com’è”, ammesso che questa espressione abbia senso: accediamo al mondo attraverso l’interfaccia costruita dalla nostra storia evolutiva.
Donald Hoffman radicalizza questa intuizione attraverso una metafora efficacissima: il desktop di un computer. Sullo schermo vediamo una cartella azzurra. Ma dentro il computer non esiste nessuna piccola cartella azzurra. Esistono circuiti, stati fisici, processi elettronici che l’interfaccia nasconde perché sarebbe inutile mostrarceli. La cartella non è una fotografia dell’hardware: è uno strumento che ci consente di agire senza conoscere l’immensa complessità sottostante. Hoffman propone che la percezione possa funzionare in maniera analoga. È un’ipotesi teorica controversa, non una conclusione condivisa dalle neuroscienze; ma la domanda che pone è formidabile: e se l’evoluzione avesse selezionato non organismi capaci di vedere la verità, ma organismi capaci di vedere ciò che serve per sopravvivere?
Qui filosofia, neuroscienze e antiche intuizioni metafisiche cominciano, senza diventare la stessa cosa, stranamente a sfiorarsi. Il velo di Māyā. La caverna di Platone. La distinzione kantiana fra fenomeno e cosa in sé. E Heidegger, naturalmente, per il quale la verità non si esaurisce nella corrispondenza tra proposizione e oggetto, ma rinvia all’aletheia, al disvelamento, al venire dell’ente nella presenza. Da prospettive e linguaggi radicalmente differenti ritorna una domanda vertiginosa: perché qualcosa ci appare nel modo in cui ci appare, che cosa rende possibile questo apparire e quale rapporto esiste fra ciò che si manifesta e ciò che, necessariamente, rimane sottratto?
La nostra condizione potrebbe allora essere ancora più paradossale. Abbiamo costruito una civiltà planetaria utilizzando una rappresentazione del mondo che costituisce soltanto la porzione del reale accessibile alla nostra architettura biologica. Vediamo una minuscola banda dello spettro elettromagnetico, udiamo un intervallo limitatissimo di frequenze, viviamo il tempo secondo scale compatibili con il nostro metabolismo, percepiamo lo spazio attraverso apparati selezionati per sopravvivere sulla superficie di un pianeta. E tuttavia abbiamo avuto l’arroganza di chiamare “realtà” questa minuscola finestra.
La scienza stessa nasce quando cominciamo a costruire protesi contro i nostri sensi: telescopi, microscopi, acceleratori, interferometri, rivelatori, formalismi matematici. Gran parte di ciò che oggi sappiamo dell’universo non può essere percepito direttamente da nessun essere umano. In un certo senso, la conoscenza scientifica è già un processo di emancipazione dall’interfaccia biologica.
Ed eccoci alla nostra scatola biologica.
Per centinaia di migliaia di anni abbiamo aumentato la capacità di trasformare il mondo attraverso strumenti esterni. Una pietra, una lancia, il fuoco, la scrittura, la stampa, la macchina a vapore, l’elettricità, il computer. Ma a utilizzare questi strumenti è rimasto sempre un cervello biologico. La nostra scatola ha limiti precisi. Memoria limitata. Velocità limitata. Vita limitata. Attenzione limitata. Capacità sensoriali limitate.
L’intelligenza artificiale introduce qui qualcosa di radicalmente nuovo. Non stiamo semplicemente costruendo un utensile più potente. Stiamo costruendo sistemi ai quali deleghiamo progressivamente operazioni cognitive. Per la prima volta lo strumento non prolunga soltanto il muscolo: comincia a prolungare, duplicare e in alcuni domini superare funzioni della mente.
Per questo considero ciò che sta accadendo non semplicemente una rivoluzione industriale, ma la possibile preparazione di un salto di specie. Non sappiamo se avverrà, né quale forma prenderà. Sarebbe ingenuo trasformare una possibilità storica in una profezia. Ma sarebbe altrettanto ingenuo pensare che l’integrazione crescente tra biologia, informatica, intelligenza artificiale, genetica, robotica e interfacce neurali possa lasciare immutata la definizione dell’umano.
L’accelerazione tecnologica comprime inoltre i tempi. Ciò che richiedeva millenni passa ai secoli; ciò che richiedeva secoli ai decenni; ciò che richiedeva decenni può avvenire in pochi anni. Non significa che esista una legge matematica secondo cui “un anno futuro equivarrà a mille anni passati”. Significa qualcosa di più serio: la capacità di una tecnologia di contribuire alla produzione della tecnologia successiva introduce circuiti di retroazione che possono accelerare enormemente il cambiamento.
A questo punto il problema diventa cosmologico. Se una civiltà tecnologica vuole sopravvivere su scale temporali astronomiche, non può dipendere indefinitamente da un unico pianeta. La Terra non è eterna. Il Sole non è eterno. Nessuna biosfera lo è. La scala di Kardashev — nella sua formulazione originaria molto più sobria delle successive estensioni fantastiche — classificava ipotetiche civiltà in base alla quantità di energia che fossero in grado di utilizzare: planetaria, stellare, galattica. Non sappiamo se civiltà simili esistano. Ma l’esperimento mentale è utile perché ci costringe a pensare la tecnologia non più sulla scala di una vita umana o di una nazione, ma sulla scala astronomica.
E allora emerge una conseguenza inquietante: una civiltà che volesse attraversare tempi e distanze cosmiche potrebbe avere interesse a diventare sempre più informazione e sempre meno organismo biologico.
Il corpo è meraviglioso, ma per lo spazio è un dispositivo costosissimo. Richiede ossigeno, acqua, nutrimento, pressione, temperatura, protezione dalle radiazioni. Invecchia, si ammala, muore. Una struttura artificiale può teoricamente essere riparata, duplicata, adattata, ibernata, trasmessa. La domanda del futuro potrebbe quindi non essere: come porteremo il corpo umano nello spazio? Potrebbe essere: quanto del corpo umano sarà ancora necessario affinché qualcosa che riconosciamo come umano continui a esistere?
Ed eccoci davanti al problema più difficile di tutti: la coscienza. Oggi non sappiamo affatto se una coscienza possa essere trasferita su un supporto non biologico. Non possediamo neppure una teoria scientifica definitiva che spieghi perché determinati processi cerebrali siano accompagnati dall’esperienza soggettiva. Parlare di mind uploading come di una tecnologia ormai inevitabile sarebbe fantascienza. Ma la domanda filosofica rimane legittima: quanto della nostra identità dipende dal substrato biologico e quanto dall’organizzazione dinamica dell’informazione che quel substrato rende possibile?
Qui ritorna, trasformata, un’intuizione antichissima: la distinzione fra corpo e qualcosa che non sembra esaurirsi immediatamente nel corpo. Le religioni l’hanno chiamata anima; la filosofia l’ha declinata in mille modi; l’informatica ci offre oggi la metafora, certamente imperfetta, di hardware e software. Non sono equivalenti e sarebbe ingenuo confonderli. Ma il fatto stesso che la metafora ci inquieti significa che tocca un problema reale: che cosa deve permanere perché io continui a essere io?
E qui 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick diventa quasi inevitabile. Il monolite non è semplicemente “la conoscenza”, né Kubrick concede una spiegazione definitiva della sua natura. È molto più potente proprio perché rimane opaco. Compare sulla soglia di una trasformazione. All’alba dell’umanità, la sua apparizione precede il salto che trasforma l’osso in strumento — e immediatamente anche in arma. Kubrick comprime poi milioni di anni in uno dei tagli più folgoranti della storia del cinema: l’osso lanciato verso il cielo diventa un veicolo spaziale. In un istante passiamo dalla prima tecnologia alla tecnologia cosmica. La storia dell’uomo è contenuta fra quei due oggetti.
Ma Kubrick compie un gesto ancora più radicale: non fa della tecnologia il punto d’arrivo. L’astronave non è il compimento. HAL 9000 non è il compimento. Persino l’intelligenza artificiale, nel film, appartiene ancora alla fase intermedia. Bowman attraversa qualcosa che le nostre categorie ordinarie di spazio, tempo e identità non riescono più a descrivere. Viene osservato, trasformato, invecchia, muore — o sembra morire — e riappare come Star Child, il Bambino delle Stelle.
Che cos’è diventato? Kubrick non ce lo dice. Ed è precisamente questa irriducibilità a rendere il finale enorme. L’uomo incontra una forma dell’esistenza per la quale non possiede ancora un linguaggio. Il monolite non spiega. Non consola. Non consegna un manuale d’istruzioni. Segna il punto nel quale una forma di esistenza non basta più.
Per questo 2001 mi interessa ancora oggi. Non perché abbia banalmente “previsto l’intelligenza artificiale”. Ha fatto qualcosa di molto più profondo: ha immaginato che la tecnica potesse essere il ponte attraverso il quale una specie arriva al punto di dover cessare di essere ciò che era.
E a quel punto persino la distinzione fra Dio e tecnologia comincia a diventare perturbante. Arthur C. Clarke formulò la celebre idea secondo cui una tecnologia sufficientemente avanzata sarebbe indistinguibile dalla magia. Ma potremmo spingerci ancora oltre: che differenza fenomenologica esisterebbe, per una civiltà primitiva, tra una divinità e una civiltà capace di manipolare materia, energia, vita, tempo soggettivo e intelligenza su scale per essa inconcepibili? Non sto dicendo che Dio sia una macchina. Sto dicendo che l’aumento della potenza tecnologica costringe a riformulare persino alcuni dei nostri concetti più antichi di trascendenza.
Ed è qui che trovo quasi comiche molte delle discussioni contemporanee. Continuiamo a parlare come se le categorie politiche, economiche e sociali del Novecento fossero eterne: destra, sinistra, lavoro, salario, denaro, Stato nazionale, Parlamento, produzione, proprietà. Ma cosa accadrà quando intelligenza artificiale e automazione renderanno superflua una quantità crescente di lavoro umano? Che significato avrà una società costruita sull’equazione lavoro = reddito = identità sociale quando il lavoro necessario alla produzione diminuirà drasticamente?
Il reddito universale, oggi trattato spesso come un’utopia o una bestemmia ideologica, potrebbe diventare una necessità strutturale. E persino il denaro, sul lunghissimo periodo, potrebbe perdere alcune delle funzioni che gli attribuiamo oggi. Non perché Elon Musk o qualche guru della Silicon Valley lo abbia profetizzato, ma perché se mutano radicalmente produzione, scarsità e distribuzione, devono mutare anche gli strumenti attraverso i quali organizziamo l’accesso alle risorse.
Per questo considero sempre più insufficienti le vecchie contrapposizioni ideologiche. Destra e sinistra sono categorie storiche, non strutture dell’universo. Capitalismo, socialismo, Stato-nazione, parlamentarismo sono prodotti di determinate configurazioni tecnologiche, economiche e antropologiche. Pensare che debbano esistere per sempre equivale a pensare che l’Impero romano fosse l’organizzazione definitiva dell’umanità.
Il problema non è stabilire chi vincerà dentro il vecchio paradigma. Il problema è capire se il paradigma sopravviverà alle tecnologie che esso stesso ha prodotto.
Lo stesso vale per il lavoro. Abbiamo costruito una civiltà nella quale una delle prime domande rivolte a un individuo è: che lavoro fai? Come se la funzione economica definisse l’essere. Ma se una macchina potesse produrre beni, servizi, conoscenza e decisioni con un intervento umano progressivamente minore, dovremmo riscrivere non soltanto l’economia, ma l’antropologia. Che cosa fa un essere umano quando non deve trascorrere gran parte della propria esistenza per garantirsi il diritto materiale di continuare a esistere?
Naturalmente tutto questo fa paura. Perché dietro la paura della macchina c’è qualcosa di più profondo: la paura della perdita dell’Io.
Io sono io. Il mio corpo. La mia memoria. La mia storia. I miei confini.
Ma siamo sicuri che questa forma dell’individuo rappresenti il punto finale dell’evoluzione? Potrebbe essere soltanto una fase. La rete ha già cominciato a trasformare la memoria individuale in memoria distribuita. Una parte crescente dei nostri ricordi è fuori di noi: fotografie, messaggi, archivi, cloud, motori di ricerca. Una parte delle nostre relazioni è mediata da sistemi digitali. Una parte delle nostre decisioni è orientata da algoritmi. Con l’intelligenza artificiale cominciamo persino a esternalizzare porzioni del dialogo cognitivo.
Forse la globalizzazione, al di là della sua attuale forma economica, è il sintomo primitivo di qualcosa di enormemente più vasto: una specie che comincia lentamente a funzionare come sistema cognitivo planetario. Non più soltanto miliardi di unità isolate, ma miliardi di nodi continuamente connessi attraverso flussi di informazione.
È inquietante? Certamente. Ma l’evoluzione non ha mai avuto l’obbligo di tranquillizzarci.
Nel frattempo stiamo consegnando alle generazioni successive un pianeta devastato. Abbiamo chiamato “ricchezza” la capacità di consumare in pochi secoli risorse prodotte in tempi geologici. Abbiamo chiamato “sviluppo” l’aumento indefinito della produzione. Abbiamo trasformato ecosistemi, alterato cicli biogeochimici, spostato specie, modificato paesaggi, riempito atmosfera e oceani dei prodotti della nostra attività.
Ed eccoci al paradosso finale.
Il Sapiens, questo animale biologicamente incompleto che ha costruito mondi artificiali per compensare la propria fragilità, è diventato una forza capace di alterare il sistema planetario che lo sostiene. La tecnica, nata come protesi della nostra insufficienza, è diventata potenza geologica. E adesso quella stessa tecnica potrebbe costringerci a trasformare la forma dell’essere che l’ha prodotta.
Forse è questo il passaggio che non riusciamo ancora a pensare.
Per centinaia di migliaia di anni abbiamo trasformato il mondo per adattarlo all’uomo.
Adesso potremmo essere arrivati al punto in cui cominceremo a trasformare l’uomo per adattarlo ai mondi che ha costruito.
Non so quale sarà l’esito. Non so se ciò che verrà potrà ancora essere chiamato Homo sapiens. Non so se l’intelligenza artificiale diventerà una nostra estensione, una nostra discendenza, una simbiosi o qualcosa che oggi non possediamo nemmeno le categorie per nominare.
Ma credo che continuare a discutere del futuro come se dovesse essere semplicemente una versione aggiornata del presente significhi non avere compreso la portata di ciò che sta accadendo.
Forse siamo agli ultimi capitoli di una storia cominciata centinaia di migliaia di anni fa.
Oppure siamo soltanto al prologo.
E magari nessuno sarà arrivato fin qui a leggere.
Non importa.
Forse questo articolo non è per voi.
Forse è per qualcuno che deve ancora nascere.

Carrère e Pirandello: baffi e naso.

Finito e fortemente consigliato.

Il protagonista, Marc, si taglia i baffi per scherzo e scopre che la moglie Agnès sostiene che non li abbia mai avuti. Da quel momento comincia la progressiva demolizione di ogni certezza: anche gli amici sembrano confermare la versione della moglie; fotografie e ricordi diventano inaffidabili; persino elementi della sua biografia sembrano cambiare. Marc non riesce più a stabilire se sia vittima di un complotto, se stia impazzendo oppure se la realtà stessa si stia modificando intorno a lui.

Direi che I baffi di Carrère può essere letto quasi come una radicalizzazione contemporanea del meccanismo iniziale di Uno, nessuno e centomila. Pirandello parte dal naso, Carrère dai baffi: in entrambi i casi un dettaglio apparentemente insignificante del volto fa esplodere l’identità.

Ma la differenza è decisiva: Pirandello mette in crisi l’identità, Carrère finisce per mettere in crisi la realtà stessa.

Ho fatto uno schema.

Pirandello: Io credo di essere così → gli altri mi vedono diversamente → quale di questi io sono veramente io?

Carrère: Io so che avevo i baffi → gli altri sostengono che non li ho mai avuti → se non posso più fidarmi degli altri, delle fotografie, dei ricordi e delle prove, come posso sapere che il mio passato sia realmente esistito?

Ed è qui che Carrère sembra spostare il problema pirandelliano dall’ontologia dell’io all’ontologia del mondo.

Pirandello parte dal naso, Carrère dai baffi: due dettagli ridicoli del volto che fanno esplodere l’identità. Moscarda scopre di non essere quello che crede di essere; Marc arriva a dubitare persino che ciò che ricorda sia mai accaduto. Pirandello frantuma l’io, Carrère frantuma la realtà. Ma mentre Moscarda accetta di diventare “nessuno”e trova nella dissoluzione una forma di libertà, Marc non sopporta un mondo senza una verità verificabile e si distrugge. Pirandello evade dall’io; Carrère muore dentro il dubbio.

Un giullare senza corte

Ieri, parlando con Claudia, mi è venuta un’intuizione che forse descrive meglio di molte altre la mia posizione nel mondo: io sono un giullare senza corte. Il giullare, infatti, non è una figura autonoma. Esiste soltanto all’interno di un preciso ordine simbolico. Esiste un re, esiste una corte, esiste un codice condiviso che autorizza la sospensione delle gerarchie. Solo dentro questo spazio rituale il giullare può permettersi di dire ciò che nessun altro potrebbe dire. Lo sberleffo, la bestemmia, la caricatura, la satira non sono semplici atti di irrisione: sono forme di verità rese possibili dalla protezione stessa del potere. Il re tollera di essere deriso proprio perché quella derisione appartiene a un ordine che, anziché distruggerlo, finisce per confermarlo. Da questa finzione teatrale nasceranno poi la satira moderna, la commedia e gran parte della nostra idea occidentale di critica.

Il problema è che io quella corte non ce l’ho. E non parlo della grande corte. Non possiedo neppure quella di provincia.

Così il giullare perde il proprio statuto simbolico. Non è più colui che, attraverso il paradosso, rende visibili le contraddizioni del potere, ma una figura rimasta priva del dispositivo che la rendeva intelligibile. Il gesto rimane identico, ma il suo orizzonte è scomparso. La parola continua a produrre ironia, ma non trova più un luogo capace di riconoscerla come tale. Il cortocircuito non si genera più tra il re e il suo doppio caricaturale: implode interamente nella figura del giullare.

Ed è qui che il discorso, almeno per me, diventa interessante.

Mi accorgo di avere costruito negli anni un dispositivo nel quale il bersaglio della satira coincide progressivamente con chi la esercita. La caricatura, invece di limitarsi a smascherare il mondo, torna incessantemente sul proprio autore. Ogni gesto ironico finisce per coinvolgere anche me, fino al punto in cui divento contemporaneamente autore, attore e vittima della rappresentazione.

C’è certamente una componente masochistica in tutto questo, ma credo che il problema sia ancora più radicale. Io sono nato, probabilmente, per narrare il mio fallimento. Non il fallimento come episodio biografico, ma come forma. Mi interessa infinitamente di più la sconfitta del trionfo, il paradosso della soluzione, il grottesco dell’armonia. Il giullare senza corte diventa allora una figura limite: continua a esercitare una funzione che il mondo non è più disposto a riconoscere.

In termini lacaniani si potrebbe parlare di plusgodere. Esiste un godimento che non coincide con il piacere e che, anzi, nasce proprio dalla ripetizione di ciò che espone il soggetto alla propria mancanza. Io so perfettamente che, non avendo una corte che protegga il mio ruolo, ogni provocazione finirà inevitabilmente per ricadere su di me. Eppure continuo a produrla. Continuo a costruire un me sempre più esposto, sempre più disponibile alla propria stessa decostruzione.

Forse è anche per questo che continuo a riproporre ossessivamente la mia immagine. Ogni libro, ogni concerto, ogni polemica, ogni fotografia, ogni post non fanno altro che aggiungere un’ulteriore variazione dello stesso personaggio. Mi viene in mente Warhol: non per l’estetica della serialità, ma per l’idea che la ripetizione finisca col consumare l’immagine invece di rafforzarla.

Forse Pasolini aveva intuito qualcosa di simile quando parlava della propria autodistruzione come forma di rappresentazione. Io non so se stia rappresentando la mia autodistruzione. So però che il giullare, quando perde la corte, perde anche la possibilità di essere riconosciuto come giullare. E da quel momento rimane sospeso in una zona ambigua, dove la satira e l’autosatira, il tragico e il comico, la libertà e il ridicolo diventano ormai indistinguibili. Credo che sia proprio lì, in quella terra di nessuno, che da molti anni continuo ostinatamente ad abitare.

Ma c’è un ultimo paradosso, forse il più inquietante. Mentre scrivo queste righe mi accorgo che sto parlando di me. Sto descrivendo il mio destino di giullare senza corte. E inevitabilmente qualcuno leggerà tutto questo come una forma di autocommiserazione, di narcisismo intellettuale, forse persino di autoincensazione mascherata da sconfitta. È esattamente qui che il dispositivo si richiude su sé stesso. Anche il tentativo di nominare il cortocircuito diventa esso stesso cortocircuito. Anche la diagnosi entra nella rappresentazione. Non esiste un luogo esterno dal quale io possa parlare del giullare senza essere, nello stesso istante, ancora il giullare. È una trappola perfetta: qualunque parola pronunci, essa diventa parte dello spettacolo che sto cercando di descrivere. Perché il giullare senza corte non può nemmeno testimoniare la propria condizione, dato che nel momento stesso in cui la racconta, ricomincia a recitarla. Ogni analisi diventa autorappresentazione; ogni confessione diventa performance; ogni tentativo di uscire dal personaggio lo riconsegna immediatamente al personaggio stesso. È un dispositivo senza esterno. Non esiste un punto dal quale io possa finalmente dire: “ecco il giullare”. Perché colui che lo dice è ancora il giullare.

Forse, però, la tragedia più grande è un’altra. Continuo inconsciamente a comportarmi come se tutti cogliessero il gioco sottile che si nasconde dietro ciò che faccio. Come se fosse evidente che quella caricatura, quell’eccesso, quell’autoderisione non parlino semplicemente di me, ma siano un dispositivo teatrale, un modo per mettere in scena qualcosa di più universale. E invece, il più delle volte, non accade. L’ironia viene presa alla lettera, il paradosso diventa confessione, la maschera viene scambiata per il volto. È forse questo il vero fallimento del giullare: non essere deriso, ma essere creduto.

Sogno del 29-7-2026: La Guerra Simulata

Ormai devo premettere sempre la stessa cosa. Il mio rapporto con il sogno ha assunto una consistenza che, per intensità e ricchezza di particolari, supera spesso quella della vita di veglia. Ogni notte abito realtà perfettamente coerenti, popolate da persone, città, lingue, architetture e vicende di una complessità tale che, una volta sveglio, riesco a riportarne soltanto un frammento. Quello che segue è appena un barlume di ciò che ho realmente vissuto.

Mi trovo ospite in una casa antica. Nella stanza domina una radio enorme, una macchina d’altri tempi, complicatissima, piena di manopole, leve, pulsanti e indicatori. Trasmette un notiziario a un volume assordante. Cerco in tutti i modi di abbassarlo, ma è impossibile. Ogni comando sembra produrre effetti diversi, mai quello desiderato.

Esco dalla stanza e mi scuso con alcuni ragazzi riuniti poco distante. Sono tutti palermitani. Lo capisco immediatamente e ne deduco di trovarmi a Palermo. Li conosco perfettamente, ma soltanto lì. Nella mia vita reale non esistono. Sono impegnati nell’organizzazione di una manifestazione e mi rassicurano: quella radio è sempre stata così, nessuno è mai riuscito a dominarla.

Pochi istanti dopo il notiziario cambia tono. Annuncia l’imminenza della guerra. E la guerra comincia davvero. Bombardamenti. Esplosioni. Sirene. La città precipita nel caos. Ma quella che credevo Palermo si trasforma rapidamente in una megalopoli immensa, sconfinata, molto più grande di qualsiasi città italiana. Non riesco neppure a capire chi stia combattendo contro chi.

Corro verso quella che considero casa mia. Solo allora mi accorgo che abito ai piani altissimi di un gigantesco grattacielo. Dalle finestre vedo la città bruciare. Esplosioni ovunque. Interi quartieri vengono cancellati. Prendo alcune attrezzature e torno in strada. Comincio a correre fra i bombardamenti.

Per le vie passano camionette militari che invitano tutti ad arruolarsi. Ma chi viaggia sui rimorchi è qualcosa di inquietante. Sono esseri umani, eppure sembrano deformati, come se fossero stati bruciati, anneriti, consumati da un fuoco antico. Gridano che saremo tutti massacrati. Molti ragazzi, terrorizzati, salgono su quei mezzi. Altri tentano di fuggire. Molte camionette vengono immediatamente distrutte dalle esplosioni. La guerra sembra divorare tutto senza alcun criterio.

Mentre corro incontro un uomo. Non saprei identificarlo. Ha qualcosa di sciamanico, quasi fosse uscito da un racconto di Castaneda. Ci ordina di seguirlo. Scopro che possiede una capacità impossibile: attraversa i muri. Noi gli andiamo dietro e, seguendo la sua traiettoria, anche gli edifici sembrano perdere consistenza. Attraversiamo pareti, appartamenti, interi isolati come se la materia smettesse improvvisamente di esistere.

Ci conduce fino a un laboratorio nascosto. Lì custodisce una macchina volante. Con quella ci spostiamo sopra una periferia devastata. Adesso il paesaggio non è più quello della metropoli. Ricorda una Palermo distrutta, oppure una Roma uscita da un bombardamento della Seconda guerra mondiale. Palazzi antichi. Strade semidistrutte. Silenzio.

A un certo punto atterriamo davanti a una delle poche pizzerie ancora aperte. Entriamo. L’uomo ci guarda e ci dice di stare tranquilli. Abbiamo fatto bene a non arruolarci. Poi rivela ciò che cambia completamente il senso di tutto. Quella guerra non è reale. È una simulazione. Serve soltanto a reclutare esseri umani destinati a uno scopo che lui non ci rivela. Noi siamo riusciti a uscirne. Ordiniamo da mangiare. Fuori continuano i bombardamenti. Dentro, incredibilmente, regna una calma assoluta.

Ed è lì che mi sveglio.

Ma, ancora una volta, il vero sogno è altrove. Non è nella trama. È nella quantità di dettagli. Ogni oggetto, ogni edificio, ogni volto, ogni suono, ogni odore possedevano una precisione che non saprei descrivere. Ho la netta sensazione che nessun film, nessun videogioco, nessuna intelligenza artificiale oggi sia capace di costruire un universo di tale complessità in tempo reale.

Ed è questa la domanda che continua a perseguitarmi. Come può il cervello generare ogni notte mondi tanto vasti, coerenti e ricchi di informazioni da superare la capacità stessa del ricordo? Oppure, come mi capita sempre più spesso di domandarmi, siamo davvero certi che sia il cervello a generarli? Forse il sogno non inventa affatto questi mondi. Forse li attraversa soltanto. Ogni risveglio è una perdita. E ogni notte è una prova fisica. Mi sveglio esausto, come se avessi realmente attraversato quelle città, corso sotto quei bombardamenti e vissuto fino in fondo quella guerra.

Essere ritratti da Pippo Madè

Essere ritratti da Pippo Madè significa entrare dentro una dimensione altra, solo apparentemente figurativa. La sua pittura non rappresenta il reale: lo trasfigura. Ogni elemento dialoga con gli altri attraverso rimandi simbolici, ironici e mitologici; il tempo storico convive con quello archetipico, il quotidiano con il fantastico. Lo spettatore è invitato ad andare oltre la superficie dell’immagine, perché in Madè nulla è puramente descrittivo: ogni dettaglio allude a un significato ulteriore, ogni figura partecipa a una narrazione che continua ben oltre lo sguardo, lavorando nella memoria e nell’immaginazione di chi osserva.

È forse questa la qualità più sorprendente di quest’opera. Un ritratto, nelle mani di Madè, smette di essere un esercizio di somiglianza e diventa un atto interpretativo. L’identità non viene fissata una volta per tutte, ma rimessa in circolo attraverso simboli, rimandi e accostamenti che invitano lo spettatore a costruire il proprio percorso di senso. La figura ritratta diventa quasi un pretesto narrativo: ciò che conta è la rete di relazioni che l’artista riesce a evocare.

Per questo il quadro non si esaurisce nella persona rappresentata. Ogni elemento sembra suggerire che un’esistenza non possa mai essere raccontata in modo lineare, ma solo attraverso le passioni, i luoghi, le ossessioni, i miti e le appartenenze che la attraversano. Madè non descrive: mette in scena. Non spiega: allude. Lascia che sia l’osservatore a completare l’opera, trovando ogni volta connessioni nuove.

È una concezione della pittura che sento profondamente vicina. L’arte, quando è autentica, non consegna mai risposte definitive. Apre domande, moltiplica i significati, suggerisce interpretazioni senza imporne nessuna. Ed è proprio questa libertà, così rara, che rende un’opera di Pippo Madè qualcosa da contemplare più volte, perché ogni sguardo aggiunge un tassello a un racconto che non finisce mai.

È un dono che mi emoziona profondamente, perché un ritratto di Madè non restituisce soltanto un volto: prova a raccontare un destino. E sapere di essere entrato, anche solo per un istante, nel suo universo immaginativo è un onore che porterò con me per sempre.

Monreale rende omaggio a Francesco Cusa: Accademico Honoris Causa, riconoscimento della Città e ritratto di Pippo Madè. Le preziose parole di Tommaso Romano

Ci sono giornate che non rappresentano un punto di arrivo, ma un incoraggiamento a proseguire il cammino. Quella vissuta ieri a Monreale resterà certamente una delle più significative della mia vita. Un premio ai miei sessant’anni e ai miei quaranta di carriera.

Ho avuto il privilegio di ricevere il diploma di Accademico Honoris Causa dell’Accademia Siculo-Normanna, un’istituzione che negli anni ha conferito questa prestigiosa onorificenza a personalità come Antonino Zichichi, Pietro Grasso, Renato Guttuso, Dacia Maraini, Pippo Baudo, Roberto Andò, Sigfrido Ranucci, Pippo Madè e a tanti altri protagonisti della cultura, della scienza, dell’arte e delle istituzioni italiane.
Entrare, con il mio lavoro di musicista, compositore e scrittore, in questo prestigioso albo d’onore è motivo di profonda emozione, ma soprattutto di responsabilità.
Desidero ringraziare l’Accademia Siculo-Normanna, il presidente Nicola Giacopelli, il Consiglio di Presidenza e il Senato Accademico per aver ritenuto il mio percorso artistico e culturale degno di un riconoscimento tanto importante.

Un sentito ringraziamento va anche al Comune di Monreale, città straordinaria che custodisce uno dei patrimoni artistici più preziosi del Mediterraneo e che mi ha accolto con un calore, una generosità e una sensibilità che difficilmente dimenticherò. Ricevere un riconoscimento istituzionale in un luogo così ricco di storia, arte e spiritualità ha conferito a questa giornata un significato ancora più profondo.

Tra le emozioni più grandi porterò con me il magnifico ritratto che il Maestro Pippo Madè ha voluto dedicarmi.
Conosco e ammiro da molti anni la sua opera, una delle più originali e riconoscibili del panorama artistico italiano. Ricevere un lavoro realizzato dalla sua mano non significa soltanto entrare in possesso di un’opera d’arte: significa ricevere lo sguardo sublime di un autentico Maestro. In quel ritratto non c’è soltanto la mia immagine, ma l’interpretazione che un grande artista ha voluto dare della mia persona, della mia musica e del mio percorso umano. È un dono che conserverò con immensa gratitudine e che considero uno degli omaggi più preziosi che abbia mai ricevuto.

Un momento di straordinaria intensità è stato poi l’intervento dello scrittore e filosofo Tommaso Romano.
Le sue parole hanno superato la semplice presentazione del mio libro, trasformandosi in una riflessione sulla cultura siciliana, sulla libertà dell’espressione artistica e sul valore della letteratura come luogo di verità. Ha collocato il mio lavoro all’interno di una tradizione che attraversa secoli di storia, da Micio Tempio a Giuseppe Bonaviri, da Vitaliano Brancati alla grande lezione etnoantropologica di Giuseppe Pitrè, riconoscendo nella mia scrittura il tentativo di restituire dignità letteraria a una lingua viva, popolare, ironica, spesso provocatoria, ma sempre profondamente umana.
Tra le tante parole che mi hanno colpito, ne porterò dentro una in particolare, quando ha definito il nostro lavoro «un’esperienza autenticamente letteraria e autenticamente civile».
È un’affermazione che considero non soltanto un riconoscimento, ma un impegno per il futuro.

Un ringraziamento speciale desidero rivolgerlo anche a Claudia Scavone, che con il suo straordinario talento ha saputo dare un volto e una dimensione visiva al libro. Come ha sottolineato Tommaso Romano, le sue illustrazioni non accompagnano semplicemente il testo: ne fanno parte, diventandone elemento essenziale e inscindibile. E ovviamente a Rosario Lo Cicero Madè, instancabile vulcano palermitano sempre il lotta per la giustizia e la verità. Un grazie anche all’Assessore sport e spettacoli dott. Salvo Giangreco, all’Assessore all’istruzione prof.ssa Patrizia Roccamatisi, al Sindaco Ing. Alberto Arcidiacono, a Biagio Cigno presidente Auser Monreale circolo “Biagio Giordano”.

Un abbraccio all’attore Roberto Fabbricatore per aver letto e interpretato i mie versi.
Grazie infine a tutti coloro che hanno condiviso con noi questa giornata, agli amici presenti, agli organizzatori e a chi continua a seguire il mio percorso con affetto e fiducia,

In un tempo in cui arte, musica e letteratura sembrano spesso costrette ai margini, vivere momenti come questo significa ritrovare il senso più autentico del nostro lavoro: continuare a creare, a raccontare e a cercare la verità attraverso la libertà dell’espressione.
Grazie. Porteró questa giornata nel cuore.

Ricevere questi riconoscimenti da Monreale, da un’istituzione culturale palermitana e da persone che hanno saputo guardare al mio lavoro senza pregiudizi territoriali, mi emoziona ancora di più.
Per questo desidero ringraziare anche Catania, la città in cui sono nato, Bologna, la città che mi ha adottato e nella quale sono cresciuto artisticamente, e San Pietro Clarenza, il paese della mia famiglia e delle mie radici.
Non perché mi abbiano tributato onorificenze come queste – non è mai accaduto – ma perché, in fondo, ogni artista continua a portare con sé i luoghi da cui proviene, indipendentemente dai riconoscimenti ricevuti.
Mi piace pensare che il valore della cultura stia proprio in questo: riuscire a superare i confini, le appartenenze e i campanili. Ieri Monreale mi ha fatto sentire a casa. E questo, credetemi, vale più di molte parole.

Vi lascio alle parole del professore Tommaso Romano sul mio libro “Rime Sboccate” edito da Aurea Nox®- Casa Editrice di Grazia Velvet Capone.
“Questo è un dato importante cioè quello di poter riscoprire un senso di comunità anche di intenti, rispetto all’arte, alla letteratura, al fare libertà attraverso scrivere e dipingere.
Questo è stato sempre anche il segno di Pippo Madè: quello di aver attraversato stagioni complesse, difficili, ma anche esaltanti, attraverso una fedeltà alla pittura che è anche fedeltà a una visione.
In questo libro si incontrano due autori che finalmente non sono più soltanto catanesi o palermitani, smentendo le cretinaggini che io ho sempre combattuto, di questa pseudo tensone tra le due città. A cominciare dal calcio. Sono stupidaggini di proporzioni colossali, essendo noi siciliani. Io non amo molto pensare alla Sicilia come soltanto ombelico del mondo, la Sicilia è certamente un luogo privilegiato, ma è anche un luogo del mondo, con le sue contraddizioni.
Giustamente Bufalino diceva delle “cento Sicilie”. Perché? Perché noi abbiamo veramente un pantheon, uno spettro molto ampio di parlare, di modi di essere e letterature che si incontrano e si scontrano, ma che danno alla Sicilia un tessuto originale.
Io non faccio parte di coloro che dicono che noi siamo sempre stati dominati. Storicamente sono sciocchezze, perché il mondo non viveva secondo il nazionalismo che viviamo da qualche secolo. L’impostazione era totalmente diversa. I governi si succedevano, e questo valeva per Federico II, per Ruggero e valeva anche per quelli meno illuminati. Ma questa è la storia dell’Europa, è la storia del mondo.
Da un lato c’è un certo vittimismo che il siciliano fa suo; dall’altro, un’esaltazione altrettanto eccessiva. Il Gattopardo, nelle sue diverse accezioni, mette in evidenza proprio questo. Fortunatamente, nella dimensione dell’ironia e del paradosso, che è propria di questo libro, anche le grafiche e le illustrazioni della Claudia Scavone fanno emergere i luoghi e i caratteri di cui abbiamo parlato.
Come abbiamo sentito e come voi leggerete, un libro innanzitutto si legge: si acquista e si legge. Non faccio pubblicità, ma si fa così. Che cos’è, appunto, questa operazione?
Non è intanto, per Francesco Cusa, una nuova operazione. Assolutamente. È il segno di una sorta di eterno ritorno a temi che si sono manifestati nel tempo, perché la sua bibliografia, così ampia e così qualificata, lo pone tra gli autori più importanti della vita culturale isolana. Ma è anche un operatore culturale, ma non soltanto questo.
Tutto viene fuori dalla scaltrezza letteraria, intendendo la scaltrezza nel significato più nobile, scaltrezza come capacità di riprendere in modo assai convincente una tradizione che non è semplicemente licenziosa, legata ai bassifondi della cultura o a ciò che potrebbe apparire come un dato discorsivo del peggio del popolo che si esprime in determinati contesti.
Cusa riprende quello che è il vero sostrato che risale da quando Sofocle chiamava la Sicilia terra illustre, tenendo conto di ciò che è stato Dante tanto caro a Pippo Madè: e cioè ciò che è accanto a una cosiddetta cultura colta cosiddetta, esiste una cultura popolare, che è una cultura dei chiassi, dei vicoli, del sottofondo e del sottobosco, non del sottobosco letterario, ma del sottobosco di chi non ha voce e che poi si esprime.
Pensate, dato che Francesco è catanese, a quello che ha raccontato uno dei più grandi scrittori del Novecento siciliano e italiano: Giuseppe Bonaviri. Arrivò quasi al Nobel, ha avuto massimi riconoscimenti, era un poeta e scrittore, pur essendo medico, che aveva una radice profondamente popolare e questa la rivendicava.
Questa è la sua diversità. Già nel libro “Il sarto della strada lunga” emerge la sua capacità di leggere non solo il natio borgo, ma anche l’universo. Dal natio borgo, Bonaviri legge meglio l’universo.
Giuseppe Bonaviri fece anche l’apologia dei poeti che non avevano nessun tipo di scuola o nessun tipo di erudizione di tipo intellettuale. Erano i poeti si incontravano nella contrada di Camuti e declamavano al vento le loro poesie.
È un’operazione profondamente identitaria vera. Perché identitaria vera come questo libro? Perché non esiste solo la cosiddetta cultura o letteratura degli strati cosiddetti egemoni, molto spesso artificiosi e artificiali. Esiste anche ciò che la gente riesce a esprimere attraverso con il paradosso, l’ironia e tutto ciò che nel linguaggio diventa anche eros. Si esprime attraverso un eros profondo.
È un eros profondo, presente negli autori ai quali abbiamo fatto riferimento. Pensiamo a Lampedusa, ma anche a Brancati. Brancati, senza tutto ciò di cui stiamo parlando, non sarebbe niente, non esisterebbe nella forma che conosciamo.
Stiamo dunque parlando di qualcosa che attraversa i secoli, da Micio Tempio in poi, ma già ancora dalla corte di Federico II e poi successivamente fino alla tradizione umanistico-rinascimentale, che nessuno conosce se non attraverso qualche ripresa della musica rinascimentale che, grazie agli istituti che l’hanno studiata in questi decenni, abbiamo avuto modo di riscoprire.
La Sicilia è dunque un mosaico. Perché un mosaico? Perché è la somma di esigenze diverse, esattamente come questa esigenza espressiva, come questa esigenza della parola che ritrova la verità, che ritrova la verità nel proprio farsi. Nella prassi, non nell’oscurire, dicevo prima all’avvocato Cannizzo che ringrazio, prima poco fa salendo fin qui, sul famoso Monte, l’aurea, pensavo proprio a questo. Che cos’è, in fondo? È l’ascesa, ma anche la discesa. Torneremo agli inferi così come siamo andati alla cima. E gli inferi, in qualche modo, sono tutto questo.
Il linguaggio che noi troviamo mette a confronto tra colti e incoltri, tra coloro che sanno, o fanno finta di sapere, e coloro che invece usano una saggezza dell’espressione immediata, quasi terminale, nella quale si ritrova una verità del linguaggio senza artifici.
Questo è un libro senza artifici: ciò che spesso pensiamo in silenzio, o diciamo nei conciliaboli con un amico o un’amica, diventa materia letteraria.
Una materia letteraria che rifà la gente. Diceva Giusti, un libro è meglio che niente, soprattutto se il libro ci fa entrare nelle realtà vive. Entra in dialogo con le realtà vive. Attraverso che cosa? Attraverso il linguaggio licenzioso, il linguaggio che usiamo molto spesso anche quando dobbiamo sopperire alla mancanza di gioia o quando i problemi si amplificano. Rientriamo in questa dimensione.
In quella dimensione ritroviamo forse il nostro linguaggio che ci è più proprio, perché magari non trasferiremmo mai su una pagina da pubblicare. Ecco qui sta anche il coraggio e la determinazione di Francesco Cusa.
Le immagini che non sono immagini a corredo, ma fanno parte, le illustrazioni della Claudia Scavone, che fanno parte del libro e della sua stessa concezione. Il libro è concepito per essere visto, gustato e anche apprezzato nella sua interezza. Ecco che allora nell’ambito di una tradizione composita, questo libro fa la sua bellissima figura e compie dunque la propria operazione. Finalmente si scrive in maniera politicamente scorretta, carissimo Senatore. (Si rivolge al Sen. Carmine Mancuso presente)
Siamo stati soggiogati dal politicamente corretto, molto spesso anche nel linguaggio poeticamente corretto. Questo libro è politicamente scorretto nel senso che liberamente fa un’operazione di verità e libertà, aperta alla possibilità di dire tutto.
Come diceva Mordini, esiste una verità del linguaggio. E la verità del linguaggio è tutto ciò che noi siamo, tutto ciò che esprimiamo. Il resto sono simboli, miti e immagini. Certamente. Ma anche questi simboli e questi miti vengono trasferiti nel linguaggio che adoperiamo. Diamo loro nomi e cognomi, aggettivazioni, costruiamo metafore.
Tutto questo è presente nel libro, così come vi è presente la libertà espressiva che appunto è una qualità reciproca dei due autori, soprattutto del Cusa poeta. Con la rima baciata, la rima libera.
Il libro recupera, attraverso la libertà, ciò che altrimenti sarebbe difficile esprimere. Perché molto spesso, a proposito dei poeti, era questo l’obiettivo recuperare attraverso la rima ciò che era difficile cogliere in altro modo. Insomma, con tutto il rispetto che nutro per Montale, e io ne ho molto ovviamente, e nessuno di noi può dire il contrario, egli avrebbe mai scritto queste cose? No. Ma perché era incapace? Stiamo parlando di un grandissimo poeta, adesso non vorrei farvi capire cose che non voglio dire, ma perché Montale aveva un’altra visione e apparteneva a un’altra scuola, compreso Luzi, non avrebbero mai scritto queste cose e tuttavia tutto questo è un’assenza nella loro produzione.
Arrivare a dire determinate cose attraverso il paradosso e l’ironia è invece una precisa scelta poetica.
Ho citato Longanesi e Maccari. Sono stati tra i pochi autori capaci di interpretare liberamente tutto questo. Il libro si iscrive dunque in una tradizione, perché la tradizione non è solo quella colta, non è soltanto quella della cosiddetta grande poesia. È anche tutto ciò che “ditta dentro”, direbbe Dante.
“Ditta dentro” nel senso che noi siamo anche etnoantropologia. La lezione di Pitrè e di Salomone Marino non è stata ancora ben capita, è stata studiata ma non è ancora stata ben capita fino in fondo.
Perché l’esigenza di questo grande Maestro, di cui ci riempiamo la bocca con il nome di questo grandissimo maestro, ma molti non hanno letto niente, o quasi niente, della sua opera. Pitrè era uno che andava ed entrava nello specifico delle comunità, aveva corrispondenti in tutta la Sicilia e riceveva da loro anche questo tipo di poesia: una poesia licenziosa, di poesia legata alla terra e alle vicende umane.
La vicenda umana ha sempre avuto come protagonisti sempre gli uomini e le donne che hanno vissuto sinceramente e realmente, non quelli imprigionati in una rappresentazione falsa e ipocrita dell’esistenza.
Questo libro propone dunque un’espressione differente, di libertà. È un libro di verità e di libertà, nel quale si recuperano anche espressioni che spesso abbiamo dimenticato. Anch’io ne avevo dimenticate alcune, non per una contrapposizione tra catanesi e palermitani, ma semplicemente perché come siciliani le avevamo dimenticati e la poesia le aveva dimenticate.
Ed è un altro merito di questo libro.
Come vedete, c’è certamente il sorriso e c’è certamente il divertimento, leggendo e ascoltando, ma esiste molto di più. Esiste molto di più rispetto a questo retroterra al quale ho fatto cenno, che conferisce al volume, alla raccolta e alle immagini un significato profondo che resterà.
Questo lavoro resterà non soltanto come esperienza di Cusa e Scavone, ma come un’esperienza autenticamente letteraria e autenticamente civile, civile nel senso più alto del termine: di quel fare leggenda al quale facevo riferimento prima, attraverso la letteratura al quale ci riferivamo prima.
Da leggere anche nel formato che ci è stato proposto, come un album. Non soltanto perché contiene delle immagini, ma perché è un album da sfogliare, su cui riflettere e attraverso il quale comprendere, sorridendo, che esiste anche il dramma ed esiste anche la saggezza.
Perché spesso soltanto sorridendo si riesce a comprendere il dramma.
E questo è lo strumento privilegiato che gli autori ci hanno dato”.

I miei primi sessant’anni

Ieri sul finire della serata e nell’indifferenza più totale si è svolta una sgangherata festicciuola celebrante l’ingresso nella terza età e il fallimento assoluto della carriera musicale e letteraria del sottoscritto. I locali erano quelli rinomati della superba pizzeria Dietro Le Mura Pizzeria Aci Castello del mitico Salvo Curcuruto, appositamente allestiti per ospitare questo evento di cui nessuno sentiva francamente il bisogno.
Era presente un drappello di disperate e disperati – donne sull’orlo della crisi isterica, uomini più volte ospedalizzati e affetti da depressioni abbastanza marcate – giunti nel dopo cena, smarriti e spaesati come una delegazione del governo cinese in visita nei meandri del quartiere di San Cristoforo.
Come la comitiva di anziani in gita turistica a San Giovanni Rotondo, par rianimarsi e ricompattarsi allo strombazzare dell’autista del pullman, così lo sparuto e disomogeneo gruppo andava adunandosi al mio bramato avvento, sollevando così gli invitati da una coatta convivialità fra estranei.
Intorno alle 22,45, la truppa capeggiata dal mastodontico Senatore Mario Michele Giarrusso, faceva cosi irruzione nei locali interni della pizzeria, erroneamente ritenuti più freschi rispetto alla cocente notte di luglio, che tanta morìa di bestie aveva recato presso la popolazione indigena.
Riuniti così al fine in una sorta di consesso che richiamava certe liturgie da chiesa evangelista fuori porta, questi scarti della società finivano con lo sperimentare lo sconcerto per il “nulla di fatto”, l’inerte vacuità dell’esserci senza uno scopo. Pian piano, divorati come erano dall’imbarazzo, ciascuno dei reietti cominciava a sentire il bisogno di “riempire il vuoto”: c’era chi beveva più del richiesto, chi trovava la scusa di recarsi più volte in bagno, chi accusava dolori improvvisi, chi bramava la torta, chi come Vincenzo Gangi palesava un agghiacciante e vitreo immobilismo, una sorta di paresi maxillo-facciale che rimandava a certi vecchi film con Bela Lugosi. Di peggio era dato assistere solo all’imbarazzante vena giovanilistica di Francesco Gennaro, conclamatasi in adolescenziali gragnuole di pugni, risate e urla irrelate, messa in mostra di piedi ignudi e molestie varie. Per fortuna, all’arrivo delle torte gelato, tale triste pantomima trovava un agognato momento di cambio del paradigma, grazie all’assalto al bancone. Ciò non esimeva tuttavia a tre signore di appartarsi in un altro tavolo con tanto di computer per consumare la visione di un recente matrimonio. Dopo la ridicola apertura dei regali, il bisogno di fuggire è parso farsi intollerabile ai più, e occorre rimarcare l’iniziativa meritoria della deliziosa Giorgia Crimi, la quale adducendo improbabili scuse, dava il “la” al fuggi fuggi generale, ponendo così fine a una serata orrenda, alleviata solamente dagli sguardi mollati di sguincio al vestitino rosso e alle forme di Rossella Russo.
Lascio alla volontà degli altri la facoltà di taggarsi per essere ricordati a futura memoria.

CONSIDERAZIONI FINALI: dopo anni di esperimenti condotti in passato con la “Festa Triste”, posso affermare che anche l’esperimento “K-947” condotto in “esterna” è perfettamente riuscito. Si rimanda a documentazione in allegato.
(Francescos Cusas per conto di “Istituzione Riabilitativa Soggettività Instabili”).

Foto e video Claudia Scavone

Recensione di “Odissey” di C. Nolan

Fare un film sull’Odissea oggi è quasi un atto di incoscienza. Non perché sia impossibile raccontare Omero, ma perché è quasi impossibile aggiungere qualcosa a un’opera che da quasi tremila anni continua a generare filosofia, teatro, poesia, musica e cinema. Chiunque ci provi rischia di realizzare una semplice illustrazione del mito. Christopher Nolan, invece, evita questa trappola. Non cerca di aggiornare Omero né di renderlo più accessibile al pubblico contemporaneo. Fa qualcosa di molto più ambizioso: dimostra che il mito non appartiene al passato. Continua ad agire nel presente.

Ed è precisamente qui che il film trova la sua grandezza.

L’Odissea è già il libro dei libri, o almeno uno dei luoghi sorgivi dell’immaginario occidentale. È il racconto dal quale continuano a derivare, spesso senza saperlo, il viaggio, il ritorno, la perdita, l’identità, la nostalgia, l’inganno, il rapporto con il divino e la paura dell’ignoto. È un’opera attribuita a un autore della cui stessa esistenza storica non siamo neppure certi. E forse è proprio questo il punto: Omero conta meno come individuo che come nome posto sopra una stratificazione immensa di voci, memorie, formule, terrori e desideri collettivi. Nolan comprende che confrontarsi con l’Odissea non significa confrontarsi con un testo, ma con una matrice.

Per questo il suo film non cerca l’archeologia. Cerca l’attualità del mito.

La caduta di Troia non è presentata come un episodio storico o come il semplice antefatto di un’avventura. È la morte del mondo. È il collasso di un ordine, la fine di una civiltà, il punto in cui la vittoria smette di distinguersi dalla catastrofe. Troia muore e, con essa, muore l’illusione che l’uomo possa attraversare la violenza senza esserne trasformato. Odisseo parte da vincitore, ma è già un reduce, un contaminato, quasi un sopravvissuto alla fine dei tempi.

Da qui il carattere apocalittico del film. Apocalittico non nel senso puerile della distruzione spettacolare, ma in quello originario della rivelazione. La guerra ha tolto ogni velo. Ha mostrato ciò che l’uomo è capace di fare e il viaggio successivo non è altro che l’immensa conseguenza morale di quella scoperta.

Ma c’è un altro elemento che mi ha colpito, e che ho ritrovato in pochissime opere contemporanee: il senso della tragedia. Non la tragedia come semplice accumulo di dolore, ma come percezione dell’irreparabile. Fin dalle prime immagini si avverte che qualcosa si è spezzato definitivamente. Il mondo continua a esistere, ma non è più lo stesso. Ogni approdo sembra avvenire dopo una catastrofe. Ogni incontro porta con sé una colpa, una perdita, una ferita che nessun ritorno potrà cancellare.

Non ricordo molti film recenti capaci di restituire con tanta intensità il senso dell’abissale. Non l’abisso come fonte di angoscia, ma come condizione dell’esistenza. Ogni immagine sembra ricordarci quanto l’uomo sia piccolo di fronte al destino, agli dèi, al mare e perfino alla propria memoria. L’Odissea di Nolan non racconta un viaggio dopo una guerra. Racconta un viaggio dopo la fine del mondo. Troia è già l’apocalisse. Tutto ciò che segue è il lungo attraversamento delle sue macerie, materiali e interiori.

Il nodo profondo è la violazione della legge di Zeus. Non una regola astratta, ma il limite sacro imposto alla hybris umana. Una volta infranto quel limite, il mare non è più geografia: diventa giudizio. Ogni isola è un tribunale, ogni mostro è una forma della colpa, ogni approdo la materializzazione di qualcosa che l’uomo tenta inutilmente di rimuovere. Il viaggio di Odisseo non procede in linea retta. Si avvita. Torna continuamente sul trauma, lo sposta, lo trasforma, lo rende figura.

Nolan costruisce tutto questo attraverso una regia che non accompagna lo spettatore: lo sottopone a una prova.

Il film si guarda con il corpo prima ancora che con l’intelligenza. Il suono non commenta le immagini: le invade. Il montaggio non organizza semplicemente il racconto: produce pressione. La scala delle immagini annulla la distanza contemplativa. Lo spettatore non osserva il mito da una posizione protetta. Vi entra. Lo subisce. Ne viene quasi aggredito.

La vera colonna sonora del film è il ritmo. Nolan sembra aver compreso una cosa che il cinema spesso dimentica: il ritmo è un fenomeno fisiologico prima ancora che estetico. Il corpo umano non ascolta semplicemente un ritmo: vi si sincronizza. Per questo la progressione finale delle percussioni è così decisiva. Non accompagna la scena. La trasforma. Modifica il respiro, la tensione muscolare, perfino la percezione del tempo. Il suono smette di essere commento e diventa rito. A un certo punto non si distingue più tra ciò che accade sullo schermo e ciò che accade nel corpo di chi guarda.

È per questo che le accuse di spettacolarità, magniloquenza o eccesso mi paiono non soltanto superficiali, ma francamente stupide. Sono obiezioni da poveri di spirito che chiedono al mito il contegno della filologia. Ma il mito non è misurato. È smisurato per costituzione. Contiene dèi, mostri, massacri, metamorfosi, mari che si aprono, corpi divorati, identità perdute e ritrovate. Pretendere sobrietà significa non avere compreso l’oggetto.

Il problema è che una parte del pubblico contemporaneo non tollera più l’eccesso quando l’eccesso non è decorativo, ma metafisico. Accetta volentieri il rumore vuoto, ma si irrita davanti a una forma che pretende di investire lo spettatore interamente. Scambia l’anestesia per raffinatezza e la propria incapacità di abbandono per senso critico.

Odyssey chiede di essere attraversato. Naturalmente la sua grandezza non consiste soltanto nella potenza. Il film lavora continuamente sulla tensione tra scala cosmica e fragilità umana. Di fronte agli dèi, al mare, al destino e alla morte, Odisseo resta un corpo. Un corpo stanco, ferito, ostinato, terrorizzato. È forse questa la scelta più intelligente di Nolan. Non modernizza il personaggio attribuendogli una psicologia contemporanea. Lo lascia uomo. Ed è proprio questa nudità a renderlo nostro contemporaneo.

La sua intelligenza non lo sottrae alla sofferenza. La sua astuzia non gli evita il prezzo del ritorno. Ogni conquista comporta una perdita. Ogni vittoria lascia una cicatrice. Ogni passo verso Itaca è anche un passo dentro se stesso.

Il ritorno, allora, non coincide con una restaurazione. Nessuno torna davvero nel luogo da cui è partito, perché il viaggio ha distrutto tanto il viaggiatore quanto la sua idea di casa. Il nostos non è il recupero dell’origine. È il confronto con la sua impossibilità. Forse è proprio questo che rende l’Odissea un’opera inesauribile. Tutti desideriamo tornare a casa. Nessuno può farlo davvero.

Forse è proprio questa la strada che Odyssey indica al cinema contemporaneo. Non la rincorsa alla tecnologia, non l’ossessione per effetti speciali sempre più sofisticati, non la spettacolarità fine a se stessa. Piuttosto il recupero di una funzione che il cinema sembra avere dimenticato: quella rituale. Il film non come prodotto da consumare, ma come esperienza collettiva capace di esporci al sacro, al terrore, alla memoria e, in definitiva, a noi stessi.

L’Odissea non è (solo) il racconto di un viaggio. È il racconto dell’uomo di fronte al limite. Di fronte alla colpa. Di fronte alla morte. Ogni mostro che Odisseo incontra è anche una figura di se stesso. Ogni tempesta è una prova interiore. Ogni approdo gli ricorda che il ritorno non sarà mai il recupero di ciò che ha perduto.

Per questo, alla fine, Odyssey non chiede di essere semplicemente visto. Chiede di essere sopportato.

Un’ultima osservazione.

Una postilla finale riguarda proprio uno degli aspetti più criticati del film: la rappresentazione di Polifemo, di Cariddi e delle altre creature mitologiche. Molti vi hanno visto un limite, giudicandole appena abbozzate, quasi deformi, prive di quella monumentalità che il nostro immaginario cinematografico si aspetterebbe. Io credo, invece, che proprio questa scelta possa costituire una delle intuizioni più radicali dell’intero film. Odyssey si apre con la caduta di Troia. Ma la caduta di Troia non è soltanto la conclusione di una guerra. È la soglia simbolica attraverso cui l’Occidente abbandona progressivamente il regime dell’oralità per entrare in quello della scrittura. È il tramonto di un’intera epistemologia. Con essa svaniscono non solo gli dèi, ma il modo stesso in cui il reale veniva percepito. L’antropologia del mito ci insegna che, nelle culture orali, il racconto non svolge una funzione estetica o d’intrattenimento. Esso è un dispositivo cognitivo. Organizza il mondo, fonda la memoria collettiva, trasmette il sapere e conferisce realtà all’esperienza. Il mito non viene ascoltato come una favola: viene abitato. È verità prima ancora che narrazione. In questo senso Polifemo, Cariddi, Scilla o il cavallo di Troia non erano semplici invenzioni fantastiche. Costituivano l’orizzonte ontologico entro cui il navigante interpretava il mare, il pericolo, la morte e l’ignoto. Il Mediterraneo arcaico non era ancora uno spazio geografico; era uno spazio cosmologico, popolato da presenze che partecipavano pienamente della realtà. Con l’avvento della scrittura alfabetica accade qualcosa di decisivo. Il logos sostituisce progressivamente il mythos. Il mondo viene classificato, ordinato, descritto, analizzato. La parola non evoca più la presenza delle cose, ma le rappresenta. Il mito viene conservato, ma perde il proprio statuto ontologico. Diventa letteratura. È forse proprio questa distanza che Nolan tenta di rendere visibile. Le sue creature non appaiono pienamente incarnate. Sembrano organismi incompleti, quasi embrioni, relitti di un immaginario in via di estinzione. Ricordano davvero, per certi aspetti, l’Homunculus del secondo Faust di Goethe: una forma di vita sospesa tra l’essere e il non essere, tra la potenza e la manifestazione, incapace di raggiungere una piena corporeità. Anche il loro titanismo assume, allora, un altro significato. Non sono soltanto mostri. Sono gli ultimi residui di quell’universo pre-olimpico che la mitologia greca aveva già raccontato come definitivamente sconfitto attraverso la Titanomachia. Come i Titani precipitati nel Tartaro, anche queste figure sopravvivono soltanto come tracce di una cosmologia ormai dissolta. Per questo motivo la loro incompiutezza non rappresenta necessariamente un difetto estetico. Potrebbe essere, al contrario, una precisa scelta teorica. Nolan sembra suggerire che noi, uomini della scrittura, della razionalità e dell’alfabeto, non siamo più in grado di vedere il mito come lo vedevano coloro che lo raccontavano. Possiamo soltanto contemplarne le rovine. Ed è forse questa l’ultima malinconia del film. Non abbiamo perduto soltanto Polifemo o Cariddi. Abbiamo perduto la condizione mentale che rendeva possibile la loro esistenza. Omero li ha salvati trasformandoli in poesia. Ma proprio quell’atto di fissazione nella scrittura ha inaugurato, paradossalmente, anche il lento tramonto del mondo che li aveva generati.

Carme XI: Eterno divenire del mondo

Eterno divenire del mondo
sterpaglie di luglio e buganvillee rosse,
altri fremiti, altre angosce negli anni futuri.
Chissà chi lascerà uno sguardo distratto negli anni a venire.

Forse nessuno ricorderà
questa geometria di spine,
questo odore di resina,
questo silenzio che invecchia
senza mai diventare antico.

O forse le estati future
saranno di mondi giocosi,
dai cieli inclinati da altre gravità,
fantastici al pensiero dell’oggi,
e qualcuno riderà dell’antica ferocia del nostro tempo,
delle nostre paure,
che saranno fossili del linguaggio,
reliquie di una specie
che misurava il cielo
con il proprio dolore.

FC (Stazzo 10/7/2026)

Sogno dell’8/7/2026: Il tramezzino e la menzogna

Stanotte mi trovo in Spagna. Ne sono assolutamente certo. Sono lì per suonare insieme ad altri musicisti. Ricordo che c’è anche Pittau, mentre gli altri volti sfumano rapidamente al risveglio.

Alloggiamo in un albergo di extralusso, immenso, con i soliti corridoi e i meandri che popolano spesso i miei sogni. Dopo un viaggio lunghissimo capisco finalmente di essere arrivato.

Scendo per fare colazione.

Ma in realtà è ancora notte.

Cerco di farmi capire con il personale dell’albergo e provo a chiedere un caffè. Mi rispondono che ormai è rimasto soltanto ciò che avanza del buffet. Io però desidero soltanto pane, burro e marmellata. Una delle cameriere, con molta pazienza, riesce a prepararmeli.

Nel frattempo osservo il buffet.

È composto da cibi completamente sconosciuti. Minestre, creme, pietanze che sembrano appartenere a un’altra cultura, forse addirittura a un altro mondo. Non riconosco quasi nulla.

Poi il sogno cambia.

Mi ritrovo all’esterno dell’albergo. Come sempre c’è il problema degli strumenti musicali da recuperare e della macchina da raggiungere.

Ed è qui che entro in contatto con un gruppo di spagnoli.

Li conosco tutti.

Ho con loro una confidenza profondissima, come se fossimo amici da molti anni, eppure tutto sembra svolgersi nell’arco della stessa giornata.

Tra loro c’è una coppia.

Lui, mi pare, si chiama Miguel.

Lei è una ragazza molto affascinante, ma non ricordo il suo nome.

Con il passare del tempo — un tempo indefinito, che nel sogno sembra durare anni pur rimanendo sempre la stessa mattina — mi accorgo che il loro rapporto entra in crisi.

Osservo tutto.

Lei non sopporta più Miguel.

E decide di liberarsene nel modo peggiore possibile.

Lavora in un bar.

Io assisto alla scena.

Vede Miguel passare davanti al locale.

Si nasconde.

Aspetta che lui le dia le spalle.

Poi racconta a due uomini che quell’uomo è un omosessuale che ha tentato di approfittarsi di lei e di farle del male.

I due non fanno domande.

Lo aggrediscono immediatamente.

Miguel non capisce nemmeno il motivo dell’aggressione.

Lei osserva tutta la scena.

Anch’io.

Successivamente Miguel tenta di parlarle, di capire cosa stia accadendo, ma lei continua a respingerlo, come se tutto facesse parte di un piano già deciso.

Il sogno cambia ancora.

Siamo al mare.

Io continuo a portarmi dietro un tramezzino preso in albergo, come se fosse un oggetto importante.

Lei è con una sua amica.

Piange.

Le racconta tutto in uno spagnolo che io comprendo perfettamente.

Ed è questa la cosa che mi colpisce: io capisco ogni parola, ogni sfumatura, ogni inflessione, come se lo spagnolo fosse sempre stato la mia lingua.

Ma conosco anche la verità.

So perfettamente che è stata lei a costruire tutta quella menzogna.

Continuo a osservare senza intervenire.

Vicino alla spiaggia c’è un bar che conosco benissimo.

Anche lì ho amici.

Davanti al locale vengono lasciati alcuni pacchi.

Ricordo in modo impressionante ogni dettaglio di quei colli: la forma, la disposizione, il materiale con cui sono chiusi.

Eppure nessuno sembra farci caso.

Torno sulla spiaggia.

Continuo a trattenermi.

Vorrei affrontarla.

Vorrei dirle che so tutto.

Che conosco la verità.

Ma non lo faccio.

Resto in silenzio.

Nel frattempo mi torna in mente un’altra preoccupazione.

Pittau.

Penso che sia rimasto a dormire in albergo e mi domando dove andrà, come farà a raggiungerci, se si sarà svegliato.

Ed è questo che mi lascia addosso il sogno.

Non tanto la vicenda della coppia, quanto l’impressione di appartenere completamente a quel mondo.

Conosco la città.

Conosco quelle persone.

Parlo perfettamente lo spagnolo.

Condivido con loro una storia che sembra lunga anni.

Eppure, al risveglio, non rimane quasi nulla.

Scompare la lingua.

Scompaiono i nomi.

Scompaiono i dettagli.

Rimane soltanto la certezza di aver abitato, ancora una volta, un mondo perfettamente coerente, infinitamente più vasto di quanto la memoria del risveglio riesca a trattenere.

In questo porco mondo: Poveracci e il jazz italiano

Poveracci – Che faccio? Mi iscrivo? Non mi iscrivo?
Jazz Italiano – Iscriviti, iscriviti! Che vuoi rimanere solo?
Oste Jazz – Sono finiti i bei tempi di Chet Baker, eh?
Poveracci – Ok, mi iscrivo!
Jazz Italiano – Bravo, entra nel nostro roster.
Oste Jazz – Tesserina numero? Vieni ben qui. Come ti chiami? Che suoni?
Poveracci – Mi chiamo Poveracci, leader del “Poveracci Jazz Trio”, del “Poveracci Ensemble” e del “Poveracci Combo”.
Oste Jazz – …Un solo gruppo! Un solo gruppo!
Genitore 1 di Poveracci – Ma basta con sto minchia di jazz! Giezz! Giezz! Ora abbiamo u Giezz!
Genitore 2 di Poveracci – Lui è un artista! Lascialo esprimere!
Oste Jazz – Tu insegni?
Poveracci – Sì.
Oste Jazz – E allora che vuoi?
Fotografo Jazz – Mettiti serio.
Poveracci – Così?
Fotografo Jazz – Più serio.
Poveracci – Così?
Fotografo Jazz – Devi sembrare depresso.
Assessore alla Cultura – Noi crediamo molto nel jazz.
Poveracci – Bene.
Critico Jazz – Ho sentito parlare molto bene di te.
Poveracci – Hai ascoltato qualcosa?
Critico Jazz – No.
Segretaria Jazz – Hai pagato la quota?
Poveracci – Sì.
Segretaria Jazz – Quella nuova.
Poveracci – Quale nuova?
Jazz Italiano – Devi fare sistema.
Poveracci – Come si fa?
Jazz Italiano – Boh. Organizzatevi.
Presentatore Jazz – Un applauso a Poveracci!
(Tre persone applaudono.)
Direttore Artistico – Mandami il materiale.
Poveracci – Te l’ho mandato.
Direttore Artistico – Rimandamelo.
Poveracci – Quando?
Ufficio Stampa Jazz – Hai una bella storia?
Poveracci – Ho fatto settantasette dischi.
Ufficio Stampa Jazz – No, intendevo una malattia recente.
Jazz Italiano – L’importante è fare comunità.
Musicista Jazz 1 – Fratello!
Poveracci – Fratello!
Musicista Jazz 1 – Dobbiamo assolutamente fare qualcosa insieme.
Poveracci – Quando?
Musicista Jazz 1 – Ti faccio sapere.
Esperto Jazz – Devi esportare.
Poveracci – Dove?
Esperto Jazz – All’estero.
Poveracci – Ci sono già andato.
Esperto Jazz – Sì, ma adesso devi tornarci.
Influencer Jazz – Hai fatto il reel?
Poveracci – Ho fatto un disco.
(Silenzio.)
Jazz Italiano – Siamo una grande famiglia.
Poveracci – Posso entrare?
Jazz Italiano – Certo.
Poveracci – Dove mi siedo?
Jazz Italiano – A terra.
Poveracci – Vuoi vedere la tessera?
Jazz Italiano – No.
Curatore Jazz – Bellissimo progetto.
Poveracci – Lo programmi?
Curatore Jazz – No, ma è bellissimo.
Commissione Jazz – Hai un concept?
Poveracci – Suonare.
Commissione Jazz – No, un concept.
Poveracci – Ma io vorrei fare concerti.
(Silenzio.)
Jazz Italiano – Sempre con questi concerti…
Oste Jazz – Tu vuoi suonare troppo.
Poveracci – È un problema?
Oste Jazz – Devi desiderare di suonare, non suonare.
Poveracci – E tu hai concerti?
Pianista Jazz – Zero.
Poveracci – E come fai?
Pianista Jazz – Mi lamento.
Jazz Italiano – Bravo! Questo è lo spirito.
Giornalista Jazz – Il jazz è vivo.
Poveracci – Dove?
(Silenzio.)
Oste Jazz – Ragazzo… una volta c’era il jazz.
Poveracci – E adesso?
Oste Jazz – Adesso ci sono i bandi.

Nello stesso momento il pane stava diventando duro. In una stanza senza finestre un uomo piegava con cura un sacchetto di plastica già perfettamente piegato. La polvere continuava a depositarsi con una precisione che nessuna commissione esamina bandi avrebbe mai raggiunto.

Carme X: La putrescente cagnara umana

Constatai con le viscere quanto potesse essere tossico il fetore della convivenza.

Dietro ai sorrisi come lame ricurve si nascondevano la peste dell’amicizia e la saliva fredda del tradimento, mentre vivisezionavo i resti anatomici delle carte da gioco dopo un pomeriggio torrido trascorso nella rimozione di parassiti infestanti.

Cacania, ribollente dei miasmi basaltici di un mercantilismo bieco, funestata dal cemento e dalla molesta natura dei suoi cittadini, scossa nelle fondamenta dalla corruzione sonora della propria lingua, vivacchiava sordida nella calura bastarda del giugno infestato. Continuava a fumare lentamente, come una discarica costruita sopra un vulcano, lercia e beata del proprio tanfo, che ormai aveva assunto il nome rassicurante di civiltà.

Fu in quel frangente che mi accorsi: ogni mia parola lasciava un deposito. Non nell’aria. Sulle pareti. Sulle mani. Negli occhi. Una melma invisibile che il tempo chiama educazione e che io imparavo finalmente a riconoscere come decomposizione.

Fu allora, nell’infestato giugno, che iniziai la lunga disinfezione della coscienza, un percorso doloroso durante il quale ogni convinzione veniva raschiata via come muffa antica.

Compresi allora che nessuna bonifica sarebbe stata sufficiente. Il contagio non abitava i luoghi. Abitava le abitudini, le formule di saluto, le congratulazioni, le condoglianze, l’intero allevamento delle buone maniere.

Ma le unghie della specie continuavano a crescere anche dopo la morte. Le trovavo dappertutto: dentro le frasi educate, nei complimenti, nelle premure, persino negli abbracci. Esiste una forma di decomposizione che finge di profumare. Gli uomini la chiamano affetto.

Mi accorsi che gli esseri umani non marcivano quando morivano. Marcivano molto prima: nei compromessi, nelle convenienze, nei sorrisi tenuti in frigorifero, nel galateo, nell’infelice necessità di appartenersi reciprocamente.

Da lontano Cacania continuava il proprio frastuono. Non gridava. Gorgogliava. Come un intestino satollo di merci e buoni sentimenti. Nessuno distingueva più il respiro dal tanfo.

La canicola era soltanto un altro nome della putrefazione.

Francesco Cusa (Stazzo 30/6/2026)

Due recensioni: per film necessari: “Disclosure Days” e “Savage House”. Spielberg e l’odore della storia.

Comincio da Spielberg. Leggo recensioni contrastanti. C’è chi lo considera un ritorno folgorante alla fantascienza umanista di Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, chi invece lo accusa di costruire un gigantesco giocattolo paranoico che non trova mai il coraggio di affondare davvero il coltello. Personalmente credo che entrambe le letture colgano qualcosa e manchino qualcosa. Perché Disclosure Day non è semplicemente un film sugli alieni. Spielberg, come quasi sempre accade quando si occupa di questi temi, usa l’alieno come dispositivo narrativo per parlare d’altro. Lo faceva già in Close Encounters, lo faceva in E.T., lo faceva persino in A.I.. Qui però il tema centrale non è il contatto. È la rivelazione. La disclosure del titolo non riguarda soltanto l’esistenza di altre intelligenze. Riguarda il rapporto tra potere e verità. Riguarda la possibilità che intere strutture istituzionali abbiano costruito per decenni sistemi di occultamento e gestione delle informazioni. Riguarda il confine sempre più ambiguo tra ciò che viene dichiarato impossibile e ciò che viene semplicemente tenuto nascosto. Non è un caso che il film ruoti attorno a documenti secretati, archivi sotterranei, whistleblower, apparati privati che collaborano con il potere politico e militare, e a una gigantesca macchina della dissimulazione che ricorda da vicino molte narrazioni contemporanee sugli UAP e sui programmi classificati. Spielberg non afferma mai che tali cose siano vere. Sarebbe troppo semplice. Fa qualcosa di più intelligente: mostra quanto la sola possibilità che possano esserlo sia ormai entrata nell’immaginario collettivo. In questo senso il film dialoga indirettamente con tutto ciò che è emerso negli ultimi anni tra audizioni parlamentari, testimonianze di ex funzionari, documentari sulla disclosure e dibattiti sulla trasparenza degli apparati governativi. Non sorprende che molti recensori abbiano letto il film come una riflessione sulla verità nell’epoca della manipolazione informativa e della sfiducia verso le istituzioni. Dal punto di vista cinematografico Spielberg resta Spielberg. Regia invisibile, senso dello spazio perfetto, capacità di rendere straordinario ciò che è ordinario. Emily Blunt, Josh O’Connor e Colin Firth lavorano tutti per sottrazione, evitando la retorica del blockbuster contemporaneo. E soprattutto il film possiede ancora quella qualità rarissima che oggi sembra quasi imbarazzante nominare: la meraviglia. Spielberg continua a credere che l’essere umano possa ancora stupirsi. In un’epoca dominata dal sarcasmo, è probabilmente il gesto più sovversivo che gli resti.

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Savage House è invece un animale completamente diverso. E qui molte recensioni mi sembrano aver colto il bersaglio solo in parte. Alcuni lo hanno liquidato come una commedia nera settecentesca. Altri ne hanno sottolineato il carattere satirico. Altri ancora hanno insistito sul debito verso Kubrick e Barry Lyndon. Tutto vero, ma insufficiente. Perché il film di Peter Glanz è soprattutto una straordinaria ricostruzione morale di un’epoca. Non racconta soltanto una famiglia. Racconta un sistema sociale in decomposizione. Siamo nell’Inghilterra georgiana delle rivolte giacobite, delle epidemie, della mobilità sociale feroce, delle ambizioni smisurate e del nascente capitalismo imperiale. I Savage inseguono disperatamente il riconoscimento sociale mentre il mondo attorno a loro comincia lentamente a marcire. Richard E. Grant e Claire Foy offrono due interpretazioni monumentali. Grant costruisce un Sir Chauncey Savage insieme ridicolo, patetico, commovente e feroce. Claire Foy gli risponde con una Lady Savage che sembra oscillare continuamente tra desiderio di sopravvivenza, opportunismo e disperazione. Non recitano personaggi. Recitano una classe sociale. Recitano un’intera civiltà che tenta di conservare la propria immagine mentre le fondamenta stanno cedendo sotto i piedi. Molti hanno giustamente richiamato Barry Lyndon, ma io ci vedo anche qualcosa di Hogarth, qualcosa della satira sociale inglese più crudele, qualcosa che anticipa Dickens e che guarda già alle deformità morali della rivoluzione industriale. La fotografia richiama continuamente la pittura del Settecento europeo, ma invece di celebrare la bellezza dell’epoca ne mette in scena la putrefazione. Le candele non illuminano: consumano. Le stanze non accolgono: soffocano. Gli abiti non nobilitano: imprigionano. La cosa più impressionante è che il film riesce a evocare continuamente gli odori della storia. Il grasso animale, il fumo, le cucine annerite, il sudore, il vino rancido, il legno umido, la promiscuità fisica di un mondo ancora lontanissimo dalla sterilizzazione moderna. Non è una ricostruzione storica. È una resurrezione sensoriale. E proprio per questo il film diventa qualcosa di più di una satira. Diventa una riflessione sul declino, sulle ambizioni umane, sulla ridicola ostinazione con cui gli uomini cercano di apparire immortali mentre il tempo sta già divorando tutto.

Due film diversissimi. Uno guarda verso il futuro e verso il cielo. L’altro guarda verso il passato e verso il fango. Ma entrambi, in modi opposti, parlano della stessa cosa: dell’uomo davanti a qualcosa di immensamente più grande di lui.

Sogno del 5/6/2026: San Pietro Clarenza e l’Elefante

Stanotte ero a San Pietro Clarenza. O meglio: ero nel San Pietro Clarenza del sogno. Quel paese dove sono nato e vissuto esisteva ancora, ma solo come nucleo iniziale di qualcosa di immensamente più grande.

Tutto ruotava attorno all’arrivo di una gigantesca scultura in pietra raffigurante un elefante. Il paese si preparava a celebrarne l’inaugurazione. Questo enorme elefante doveva essere collocato nella piazza principale.

Comincio a percorrere la strada del paese che conosco da sempre.

Ma man mano che avanzo, il luogo si trasforma.

Le dimensioni cambiano.

Le facciate delle case diventano facciate di palazzi ciclopici. Le strade si dilatano. Gli scorci si aprono su spazi immensi. Le proporzioni umane scompaiono completamente.

È come se un piccolo paese etneo si fosse trasformato nella capitale di una civiltà impossibile.

Ogni svolta rivela una nuova meraviglia.

Piazze immense.

Colonnati interminabili.

Statue gigantesche.

Monumenti alti come montagne.

Architetture che sembrano fondere insieme il barocco siciliano, l’India, Roma imperiale, le grandi cattedrali europee e una visione futuristica del mondo.

Non saprei davvero descriverlo.

Ricordo soltanto una sensazione di stupore continuo.

Continuo a fotografare.

Scatto immagini ovunque.

Eppure conosco quei luoghi.

Li conosco come se vi fossi già stato mille volte.

Alla fine della strada si apre una piazza enorme.

Probabilmente la più grande che abbia mai visto in un sogno.

Lì sono installate decine di sculture monumentali.

E al centro deve essere collocato l’elefante.

Un elefante di pietra immenso.

Non una statua, ma una presenza.

Una sorta di divinità urbana.

Rimango letteralmente allibito davanti a quella bellezza.

È uno di quei sogni nei quali l’architettura diventa più importante delle persone.

Le persone quasi scompaiono.

Resta solo la magnificenza dello spazio.

Poi incontro mio fratello.

E il sogno cambia completamente.

Compare un pallone.

Comincia una partita improvvisata.

E lì riemerge qualcosa che appartiene davvero alla mia storia.

Nel sogno torno a essere il giocatore che ero stato da ragazzo.

Mi esibisco in palleggi, tunnel, dribbling e numeri di alta scuola con una naturalezza assoluta.

Non c’è alcuno sforzo.

Non c’è sorpresa.

I movimenti riescono perfettamente.

Il controllo del pallone è totale.

Ogni gesto trova il suo tempo esatto.

Non ho la sensazione di fare qualcosa di straordinario: ho la sensazione di ritrovare una capacità che mi apparteneva davvero e che nel sogno ritorna intatta.

Prima la meraviglia dell’architettura.

Poi quella del corpo.

Prima l’immensità delle pietre.

Poi l’intelligenza del movimento.

E, come spesso accade nei sogni, entrambe le cose convivono senza contraddirsi: la città impossibile e il gesto perfetto appartengono alla stessa evidenza.

E lì, credo, mi sveglio.

Considerazione

Anche in questo sogno ritorna un elemento che incontro spesso: la capacità della mente di costruire luoghi che non esistono e tuttavia possiedono una coerenza assoluta.

Io conosco quelle strade.

Conosco gli slarghi.

Conosco le prospettive.

Conosco perfino ciò che si trova dietro l’angolo successivo.

Eppure nulla di tutto questo esiste.

Oppure esiste da qualche altra parte.

La sensazione non è quella di immaginare, ma di ricordare.

Come se il sogno non inventasse affatto quei luoghi, ma mi consentisse temporaneamente di visitarli.

Ed è forse questa la cosa più impressionante: non la bellezza delle architetture, ma la familiarità con cui le attraverso. Come se appartenessero a una geografia che conosco da sempre e che, al risveglio, mi viene immediatamente sottratta.

Recensione di BACKROOMS –Architetture dell’oltre. Un film di Kane Parsons

Ho visto Backrooms e ne sono uscito con una sensazione rarissima. Non quella di aver assistito a un film horror particolarmente riuscito. Quella mi interessa relativamente. Ne sono uscito con la sensazione di aver riconosciuto qualcosa. Molti parleranno di trauma, inconscio, rimozione, psicanalisi. Tutto legittimo. Nel film questi elementi ci sono. Ma credo che fermarsi lì significhi ridurne enormemente la portata.

Da anni frequento nei sogni luoghi che possiedono caratteristiche molto simili a quelle delle Backrooms. Interi quartieri. Stazioni. Città immense. Complessi architettonici apparentemente infiniti. Luoghi che ritrovo a distanza di mesi o anni come se esistessero indipendentemente dalla mia volontà. Non si presentano come simboli. Si presentano come mondi.

Ed è qui che il film di Kane Parsons mi sembra straordinario. Non perché rappresenti il sogno. Ma perché ne riproduce la logica profonda.

Nei sogni esistono spazi impossibili che tuttavia risultano perfettamente abitabili. Corridoi che non conducono da nessuna parte. Scale che salgono verso luoghi che non esistono. Quartieri che si estendono oltre ogni geografia concepibile. Eppure durante il sogno non percepiamo alcuna anomalia. Tutto appare naturale. Le Backrooms funzionano esattamente così. Per questo non credo che il vero protagonista del film sia il personaggio. E neppure la creatura. Il vero protagonista è lo spazio. Kane Parsons ha compreso una cosa che gran parte del cinema contemporaneo sembra avere dimenticato: l’inquietudine più profonda non nasce dal mostro. Nasce dall’architettura. Nasce dal momento in cui lo spazio smette di obbedire alle categorie attraverso cui organizziamo il reale. Sopra e sotto. Vicino e lontano. Dentro e fuori. Prima e dopo. Nelle Backrooms queste coordinate collassano. Lo spettatore perde progressivamente la fiducia nella propria percezione.

Ed è qui che il film smette di essere un horror e diventa qualcosa di molto più interessante. A tratti mi ha ricordato Borges. A tratti Piranesi. In altri momenti certe intuizioni di Kubrick. Ma soprattutto mi ha ricordato qualcosa che conosco bene e che faccio fatica a descrivere: quella sensazione che talvolta emerge nei sogni più complessi, quando si ha l’impressione di trovarsi davanti a una realtà parallela dotata di una sua autonomia. È per questo che trovo insufficiente la lettura puramente psicanalitica. A un certo punto le Backrooms eccedono il protagonista. Eccedono la sua biografia. Eccedono persino la sua nevrosi. Diventano un problema percettivo. Diventano un problema ontologico.

Il film sembra suggerire una domanda che l’essere umano si porta dietro da sempre: e se la realtà che percepiamo fosse soltanto una riduzione? Una semplificazione necessaria? Una piccola isola di ordine costruita dalla mente sopra un oceano di possibilità spaziali e percettive che normalmente ci restano invisibili? È qui che il film mi ha colpito davvero. Non nel mostro. Non nell’orrore. Non nella trama. Ma nel dubbio.

Perché uscendo dalla sala ho avuto la stessa sensazione che talvolta provo al risveglio dopo certi sogni particolarmente elaborati: non quella di aver visitato una fantasia, ma quella di aver intravisto per un istante qualcosa che normalmente resta nascosto. Forse è questa la grandezza di Backrooms. Non spiega. Non rassicura. Non chiude. Apre. Apre una fenditura in quella rassicurante impalcatura cognitiva che chiamiamo realtà. E per un istante lascia intravedere ciò che potrebbe trovarsi oltre: non necessariamente un aldilà religioso, non necessariamente l’inconscio freudiano, ma una dimensione ulteriore dell’essere, una geografia invisibile che talvolta affiora nei sogni, nelle visioni, nelle intuizioni più profonde. Da anni sostengo che la coscienza sia molto più vasta di quanto la sua manifestazione quotidiana lasci intendere. Backrooms sembra muoversi esattamente su questo crinale. Non descrive un altro mondo. Insinua il sospetto che il nostro sia soltanto uno dei possibili modi di abitarlo. E in quelle architetture sterminate, in quei corridoi senza fine, in quelle stanze che sembrano ricordare qualcosa che non abbiamo mai vissuto, ho ritrovato la stessa vertigine che provo nei sogni più potenti: la sensazione che l’universo sia infinitamente più grande, più stratificato e più misterioso di quanto la ragione sia disposta ad ammettere. Non è il terrore ciò che rimane. È una forma di nostalgia. Come se quelle geometrie impossibili appartenessero a un luogo che abbiamo dimenticato e che, tuttavia, continuiamo ostinatamente a cercare.

Sogno del 28-5-2026: ologrammi e lingua armena

Sono sempre in questa sorta di Bologna metafisica.
Una Bologna che non è quella reale, ma che nel sogno conosco perfettamente. È quasi sempre notturna, oppure immersa in una specie di crepuscolo permanente. Io lì ho una stanza in affitto.
Però vivo altrove, credo in Sicilia, e ogni tanto torno a Bologna. La stanza è dentro una casa abitata da ragazzi e ragazze, probabilmente gestita da una mia amica, che nel sogno conosco benissimo ma di cui adesso non ricordo il nome. Nel sogno sono chiaramente più giovane.
Forse ho ancora i capelli. Comunque non è questo il punto. Mi trovo con dei parenti durante una celebrazione, una festa. Non capisco bene se sia la mia laurea o qualcosa di simile. Poi, improvvisamente, mi ritrovo a camminare per Bologna insieme a una signora sulla sessantina. Anche lei la conosco perfettamente nel sogno, ma non esiste nella realtà. Camminiamo. A un certo punto mi indica una viuzza stretta.
Ricordo perfettamente il nome di quella strada, l’ho ripetuto tante volte nel sogno, ma da sveglio non riesco più a ricordarlo. Entriamo in questa viuzza e all’improvviso, sulla destra, lo spazio si apre in modo spettacolare: tre piccoli slarghi, tre piazzette meravigliose nascoste dentro le strettoie della città. Lì c’è una specie di manifestazione futuristica.
Installazioni, strutture luminose, cose impossibili da descrivere bene. Una scena sublime. Io provo a fare dei video con l’iPhone, ma mi viene impedito. Mi dicono che quella specie di installazione olografica vivente è estremamente sensibile e che filmarla potrebbe interferire. Rimango a guardare questa presenza ologrammatica, una cosa di una bellezza assurda che non saprei descrivere nemmeno lontanamente. Poi andiamo via. Mi ritrovo di nuovo con questa signora e succede una cosa tipica dei miei sogni: sono mezzo svestito, oppure devo rimettermi i pantaloni. C’è sempre questa sensazione di imbarazzo, di esposizione. Lei mi conduce a casa sua.
O forse è la casa dove io stesso ho la stanza. C’è una grande stanza con un enorme slargo interno.
Lì ci sono una ragazza e un ragazzo barbuto. La signora va in cucina a lavare i piatti, poi torna e comincia a parlare con loro. Ed è lì che accade la cosa più assurda. Parlano alternando italiano e una lingua orientale che io non conosco. Passano continuamente da un idioma all’altro. Eppure io capisco perfettamente tutto. Li ascolto e dico loro: “Mi fa impazzire questa cosa che parliate italiano mescolandolo con quest’altra lingua.”Loro ridono. Io continuo a capire tutto perfettamente. Aun certo punto mi viene da chiedere: “Ma state parlando armeno insieme all’italiano?” E loro continuano a ridere. Mi sveglio dopo poco.
Ovviamente non ricordo nulla di quella lingua, non riuscirei a pronunciare una frase, né a decifrarla davvero. Però ricordo il suono. E la cosa inquietante è che, cercando dopo informazioni con l’IA e confrontando il suono con l’idioma, realizzo che effettivamente quella lingua fosse l’armeno. Ed è questa la domanda che mi rimane addosso:
com’è possibile che nel sogno io riuscissi a comprendere perfettamente una lingua che nella realtà non conosco affatto? Forse il punto non è la lingua in sé, ma quella sensazione stranissima di familiarità assoluta. Nei sogni non “imparo”: riconosco. Come se esistesse una zona della mente — o qualcosa oltre la mente — in cui i linguaggi, le città, le persone e perfino gli idiomi sconosciuti esistessero già in forma accessibile, e il sogno non facesse altro che aprire temporaneamente una porta.

Carme IX: Maggio in Fiore

E i profumi inebriano stordiscono le narici afrori campagne irrorate/
Piegati come salici i vecchi a seguire i rintocchi delle campane/
Resiste ancora il paese abbacinato dalla luce fresca del mattino/
In cielo svolazzano rondini fontana d’acqua gocce sul mento/
Qualcuno lavora nei giardini si attardano due donne la chiacchera/
Nel piccolo santuario addobbato di colori e sinuosità ovunque il rampicante/
Declinazioni e derivazioni poi ancora profumo di gelsomini troppo antico/
Questo vivere nel dispetto tecnologico e il mare che restituisce salsedine/
Non è ancora la volgare estate e tutto sembra fermarsi in acquerello/
Scivolare nei pensieri eppur vivido e presente come la piazzetta lucida/
Due ruote di bicicletta e il piccolo ufficetto postale financo il barbiere/
Che insapona le guance profumate del vecchio pensionato con le tasche/
Gonfie di fresche banconote foglie di insalata pomodori rosso fuoco peperoni/
Verdi viola translucido di melenzane e l’ape che caracolla stracolma dei frutti/
Succulenti roridi anch’essi come la terra bagnata del mattino e il volto arrossato/
Di due belle fanciulle che corrono sul litorale benedette dalla frescura santa/
Che soffia qui giunta da mari distanti come una eco dal lontano Bosforo/
La statua bronzea di Padre Pio noncurante del giallo dei limoneti si vedono/
Oramai esotiche le coltivazioni del mango e dell’avocado a spezzare l’ordine/
Delle contrade il contrappunto delle piccole frazioni marine non oso immaginare/
L’oscena bellezza dei secoli che mi hanno preceduto e il canto sì il canto/
Che da ogni primavera ancora sento farsi meriggio e poi crepuscolo/
Come se il mondo pur sapendo di essere perduto non riuscisse a smettere del tutto di tentare/
D’esser lì alla portata nell’ostinazione residuale del linguaggio.

Cronaca di un fallimento

La cosa che ormai mi fa sorridere è questa: quando dico “signori, io sono un fallito”, scatta immediatamente la consolazione automatica — “ma cosa dici, ma tu sei un grande, sei un artista…”.
No.
Tecnicamente io non produco quasi nulla che il sistema riconosca come tale. Faccio qualche concerto, qualche evento sporadico. Scrivo libri che leggono in pochi e che non compra quasi nessuno. Non c’è richiesta, non c’è circuito, non c’è mercato.
Quindi sì, nella grammatica del mondo in cui viviamo, sono un fallito.
Non perché non faccia, ma perché ciò che faccio non genera valore secondo i parametri dominanti. Non interessa. Non serve. Non circola.
Il fatto di essere un insegnante di conservatorio — che pure non rinnego e non disprezzo — non cambia la questione. Non è quello il punto. Io non sono mai stato un uomo “da posto”. Non sono mai stato uno da stabilità, da ruolo definito, da funzione istituzionale. Sono sempre stato, piuttosto, un animale da palcoscenico, da performance, da esposizione diretta. Il mio luogo è sempre stato la scena, non la struttura.
Sono peraltro sempre stato una persona onesta intellettualmente, e spietata soprattutto con me stesso (nei limiti dell’umano consentito). Uno dei miei modelli, in questo senso, è Michel Leiris ne L’âge d’homme: ossia il dire-scrivere le cose fino in fondo, anche quando ci si espone in maniera brutale, totale, assoluta.
E allora lo dico senza enfasi, senza romanticismi, senza la retorica dell’artista incompreso: dichiaro serenamente il mio fallimento.
Non quello tragico, non quello poetico, non quello pieno di pathos.
Ma quello che si dà come esito, come forma compiuta di un processo.
Non una caduta, ma una configurazione.
Non un evento eccezionale, ma una condizione che si stabilizza.
Il punto in cui ciò che si è fatto incontra il modo in cui il mondo decide di leggerlo — o di non leggerlo.
E qui viene il punto più interessante: quando un negozio chiude, nessuno entra per dirgli “ma no, ma dai, continua, è un bel negozio”. Nessuno si sente in dovere di consolare il commerciante o, peggio, come accade a un artista (definizione di comodo), di accusarlo di vittimismo. Nessuno gli dice che “in fondo il valore c’è”. L’esito, in quel caso, è semplicemente registrato.
Perché invece, quando si tratta di un artista, scatta questa necessità quasi compulsiva di negarlo?
Forse perché il fallimento artistico mette in crisi un’illusione condivisa: quella per cui il talento, la dedizione, la coerenza dovrebbero automaticamente produrre riconoscimento, visibilità, successo. Non è così.
E qui si apre una questione più ampia.
Il fallimento non è un accidente. È una categoria strutturale del nostro modo di organizzare il valore. Esiste perché esiste un sistema di misura. Esiste perché qualcuno decide cosa conta e cosa no. In altri termini: non fallisce chi non fa, ma chi non rientra nei criteri che stabiliscono cosa sia un risultato.
Questo significa che il fallimento, così come lo intendiamo, non è una verità ontologica ma una convenzione. Una convenzione potente, certo, perché produce effetti reali — economici, sociali, simbolici — ma pur sempre una convenzione.
E tuttavia, proprio perché è una convenzione, è anche inevitabile. Io vivo dentro questo sistema, non fuori.
Quindi il mio fallimento è, allo stesso tempo, relativo e reale.
Alla soglia dei sessant’anni, poi, il discorso si sposta inevitabilmente su un piano di bilancio. E un bilancio, per definizione, non è un’opinione: è una somma.
La somma dice: circa ottanta dischi incisi, sedici libri pubblicati, anni di attività concertistica in Italia, in Europa, nel mondo, formazione di collettivi, creazione di metodologie musicali e di conduction istituzione di un blog, di etichette discografiche, di società di edizioni musicali, ecc. Non una promessa, ma un percorso compiuto. Non un tentativo, ma una traiettoria che, per un periodo significativo, ha trovato ascolto, interlocutori, spazio.
E poi una progressiva rarefazione.
Meno chiamate. Meno circuiti. Meno ascolto. Uno stallo.
Questo non lo leggo in chiave emotiva, ma descrittiva.
Si può discutere sulle cause, ma il dato resta: ciò che produco oggi non trova collocazione adeguata nel sistema.
Chiamarlo “boicottaggio” può sembrare eccessivo, ma descrive almeno un effetto.
E dentro questo si inserisce un elemento ulteriore: un paese senza memoria artistica, che non stratifica, non consolida, non riconosce continuità.
In un sistema così, anche percorsi lunghi diventano invisibili.
Il punto è l’accettazione del dato.
Non c’è bisogno di essere commiserati, né di essere consolati.
C’è solo da registrare una condizione.
E qui si aggiunge un paradosso: quando vengo chiamato a suonare, a presentare i miei libri, a fare performance sui miei testi, il pubblico partecipa in maniera totale. C’è ascolto, c’è coinvolgimento. E questo, paradossalmente, non mi consola. Mi crea una forma di frustrazione, perché rende ancora più evidente lo scarto tra ciò che accade lì e ciò che non accade fuori. Rotture rispetto alla monotonia, la non continuità.
Quando mi chiamano a suonare, spesso è anche quello: una forma di svendita. Pochi soldi, condizioni minime, imbarazzi.
Fallimento va detto così, senza rabbia.
E aggiungo un’ultima cosa: a quasi sessant’anni non mi interessa più di cosa possa pensare la gente. Non mi interessa il giudizio. Non mi interessa nemmeno come verrà letto questo scritto. Non ho più nulla da perdere.
Proprio per tali ragioni, tutto ciò non fermerà la mia attività produttiva di un niente. Anzi, probabilmente la aumenterà. Perché non si crea per essere considerati. Questa è la differenza. Sono due fasi diverse dell’essere artista: quella in cui si misura il proprio lavoro attraverso il riconoscimento e quella in cui si continua a produrre indipendentemente da esso. Attenzione a non confondere i piani. So che quel che scrivo accomuna tanti altri creativi in crisi. Io non mi nascondo e ci metto come sempre la faccia.
Ad oggi, 2 maggio 2026, questa è la situazione.
Se cambierà, ne darò notizia. Che questo scritto possa arrivare a chi è in in grado di recepirne l’intimo contenuto profondo.

“BOAOTTI”: la “buonanotte” dei catanesi

Il catanese è sempre stato “moderno” in un certo qual modo, da sempre ha fatto del tempo una ragione essenziale, in controtendenza con l’immagine classica di una Sicilia lenta, pigra e oziosa. Egli spesso rinuncia a consonanti superflue e scorcia senza problemi. Ad esempio. Quando si fa tardi e la discussione si prolunga inutilmente, in un particolare, non definibile, ma purtuttavia ineluttabile momento saliente della questione, cala come una mannaia la seguente sentenza: “avanti, Savvo, BOAOTTI!” (“Orsù, Salvo, abbiamo chiacchierato fin troppo in merito a questa problematica, ritengo opportuno dunque il porre fine al nostro interminabile botta e risposta, essendo giunti a un evidente punto di stallo che finirebbe col sottrarre a entrambi delle preziose ore di sonno”).
Il catanese elimina dunque ben due consonanti (le due “N” di “bonanotti”), confidando sulla musicalità della frase che, pur contratta, finisce col riprodurre la medesima parola (“BOAOTTI” viene spesso pronunciato mentre si va già via, giunge come una eco significante “di per sé”, come se non fosse più nemmeno una parola, ma un gesto fonico autosufficiente, una specie di congedo che si compie mentre si compie l’azione stessa dell’andarsene). Non si dice BOAOTTI per comunicare qualcosa: lo si dice perché ormai non c’è più nulla da comunicare. È la lingua che prende atto del limite del discorso e lo chiude con un colpo secco, elegante nella sua brutalità.
In questo senso il catanese è davvero moderno: taglia, abbrevia, elimina il superfluo non per povertà, ma per eccesso di consapevolezza. Sa che a un certo punto le parole eccedono la cosa, la dilatano inutilmente, la consumano. BOAOTTI interviene lì, come una cesura. Non è solo “buonanotte”: è “basta così”, “oltre non si va”, “il tempo è finito”.
E infatti arriva sempre quando il tempo è già stato superato, quando la conversazione ha oltrepassato quella soglia invisibile oltre la quale non si aggiunge più nulla, ma si continua a parlare per inerzia, per abitudine, per paura del silenzio. Il catanese, invece, quel silenzio lo chiama. Lo anticipa. Lo impone.
È una parola che contiene un’intera filosofia: la misura. Ma una misura non moralistica, non pedagogica — una misura pragmatica, quasi musicale.

Sogno del 24/4/2026: 2004 (ma non è il 2004)

Stanotte succede questo. Vengo selezionato insieme a un gruppo di altri — non è chiaro se ragazzi o persone della mia età — per partecipare a un briefing in un paese asiatico. Saliamo su quello che inizialmente sembra un aereo, ma non è un aereo normale: è una specie di sala enorme, quasi un aereo presidenziale, con un grande tavolo centrale, computer, postazioni di lavoro. Partiamo. Durante il decollo mi accorgo che il movimento è stranissimo, completamente diverso da quello di un aereo: silenziosissimo, fluido, quasi irreale. Capisco allora che non è un aereo, ma un elicottero di modernissima fattura, enorme, evolutissimo, che vola in un modo incredibile. Ricordo con precisione questo dettaglio: il silenzio e il tipo di movimento. Dovevamo fare scalo, forse a Varsavia, e da lì prendere un altro mezzo per arrivare in questa località asiatica dove si sarebbe tenuto l’incontro. Poi c’è un vuoto. Mi ritrovo direttamente in un hotel, evidentemente già in Asia. Un’enorme hall. Mi muovo dentro questo spazio cercando di capire dove sono, cosa sta succedendo. A un certo punto entra una donna che annuncia l’arrivo degli altri partecipanti. Ci sediamo, sta per iniziare il briefing. Ed è lì che succede la cosa più strana. Comincio a osservare le attrezzature degli altri: computer, dispositivi… e mi sembrano vecchissimi, tipo Mac dei primi anni 2000. Allora tiro fuori il mio Mac — quello attuale — e glielo mostro. Loro mi guardano come se fosse qualcosa di incomprensibile. Io chiedo: “Ma in che anno siamo?” E loro rispondono, con naturalezza: “2004”. Rimango spiazzato. Dico: “Ma che dite? Siamo nel 2026”. Gli faccio vedere il mio computer, provo a spiegare. Loro mi mostrano le loro applicazioni, i loro sistemi. Ma non sono esattamente quelli del 2004 che conosciamo: sono versioni alternative, come se fosse un Mac del 2004 sviluppato in un altro universo, con una tecnologia che ha seguito un’altra traiettoria. Non è passato: è un’altra linea. Loro impazziscono guardando il mio. Io continuo a chiedere: “Ma che anno è? In che anno siamo?” Comincio a protestare. Arrivano altre persone, altri partecipanti, e la tensione cresce. E lì non ricordo più nulla.

PS: Forse il punto non è stabilire in che anno ci si trovi, ma accorgersi che l’anno stesso, nel sogno, perde consistenza. Non è un ritorno al passato, non è una memoria: è una biforcazione. Come se il tempo non scorresse in linea, ma si aprisse in più direzioni simultanee, ognuna con la propria coerenza, la propria tecnologia, la propria storia. Ed è esattamente lì che torna quella sensazione già vissuta altrove: non sto immaginando, sto entrando. In territori che non appartengono né al ricordo né alla fantasia, ma a una struttura più ampia, dove le mappe non sono solo spaziali — come nelle città che abito nel sonno — ma anche temporali. E il vero spaesamento non è vedere qualcosa di impossibile, ma riconoscerlo come perfettamente reale mentre accade.

La democrazia ateniese nell’era digitale


C’è un passaggio delle Supplici di Euripide che, se preso sul serio, non è un frammento di teatro antico, ma una teoria politica compressa. E, come spesso accade, proprio ciò che è più radicale resta invisibile perché è detto con troppa chiarezza. Nel dialogo tra Teseo e l’araldo non c’è solo retorica: c’è una frattura strutturale. Da una parte il potere che si concentra, dall’altra una città che esiste solo se l’uguaglianza non è una parola ma una condizione operativa. Teseo non fa filosofia: individua il punto esatto in cui il potere si deforma. Il tiranno è il peggio che possa accadere a una città, non per moralismo, ma perché piega la legge a sé. Dove governa uno solo, la legge smette di essere un dispositivo comune: diventa proprietà privata. L’uguaglianza non viene negata a parole: viene svuotata nei fatti. E qui introduce il primo nodo: la legge scritta come condizione materiale dell’uguaglianza. Dove la legge è pubblica, il povero e il ricco stanno sullo stesso piano, il debole può rispondere al potente, il piccolo può prevalere sul grande, se la giustizia regge. Non è idealismo: è equilibrio delle forze. Ma il punto decisivo arriva subito dopo. Teseo definisce la libertà con una formula che oggi risulta quasi intollerabile per la sua semplicità: «Chi vuole parlare in pubblico per fare qualche proposta utile alla città?» Qui salta tutto. Non rappresentanza. Non delega. Non intermediazione. Accesso diretto. Chi vuole parla. Chi non vuole tace. E dentro questa banalità apparente c’è un principio che abbiamo rimosso: l’accesso alla parola è accesso al potere. Non esiste altra definizione concreta di democrazia. Il resto è costruzione storica. Teseo lo dice apertamente: esiste forse un’uguaglianza maggiore? Noi, da secoli, rispondiamo di no nei fatti, continuando a chiamare democrazia un sistema fondato sulla mediazione permanente. A questo punto bisogna essere precisi: Atene non è un modello compiuto. È limitata, esclusiva, imperfetta. Ma ha centrato il principio. E quel principio non è stato superato: è stato aggirato. Per una ragione semplice: i limiti materiali. La democrazia diretta funzionava perché la scala lo permetteva: pochi cittadini, presenza fisica, tempo condiviso, spazio delimitato. Appena la scala cresce, il modello collassa. Non per errore teorico, ma per impossibilità operativa. Da qui nasce la rappresentanza. Non come progresso, ma come compromesso tecnico: delegare diventa necessario perché partecipare direttamente è impraticabile. Per secoli abbiamo scambiato questo compromesso per un punto di arrivo, trasformando una necessità logistica in un principio politico. Ma qui si apre il nodo che oggi non è più eludibile. Se il limite della democrazia diretta era tecnico, cosa accade nel momento in cui la tecnica cambia? Le infrastrutture digitali stanno progressivamente erodendo quei vincoli che rendevano impossibile la partecipazione diretta su larga scala: identità verificabili, sistemi di voto distribuiti, piattaforme di deliberazione, accesso asincrono alla discussione, possibilità di aggregare e filtrare proposte in tempo reale. Non siamo ancora a un punto stabile, ma la direzione è evidente: la scala non è più un ostacolo assoluto. Questo implica un passaggio netto: da “impossibile su larga scala” a “impossibile senza tecnologia”. E allora quella frase di Teseo smette di essere un reperto e torna ad essere una domanda operativa: «Chi vuole parlare per la città?» Oggi, potenzialmente, la risposta può arrivare da milioni di individui, distribuiti, asincroni, ma connessi dentro un sistema che rende la partecipazione tecnicamente gestibile. Questo non significa che ogni problema sia risolto: restano questioni di competenza, qualità della decisione, manipolazione, velocità, responsabilità. Ma cambia il piano: non siamo più di fronte a un limite strutturale, ma a un problema di progettazione. E questo è un salto enorme. Perché significa che la democrazia diretta smette di essere un’utopia storica e diventa un’architettura possibile. Non un ritorno nostalgico ad Atene, ma il suo compimento. Per la prima volta, ciò che era confinato dalla materia può essere esteso dalla tecnica: una democrazia in cui la partecipazione non è delegata ma esercitata, in cui la parola non è concessa ma disponibile, in cui ogni cittadino può intervenire nel processo decisionale senza passare attraverso una classe separata. Questa sarà la vera democrazia del futuro: una democrazia ateniese resa finalmente possibile dalla tecnologia. Non un perfezionamento della rappresentanza, ma il suo superamento strutturale. Non un’illusione, ma una possibilità concreta che dipende da come scegliamo di costruire gli strumenti. E, per la prima volta, la definizione di Teseo può uscire dal perimetro della polis e diventare globale: la città appartiene davvero a chi decide di prenderne la parola.

SOGNO del 23/4/2026: L’UOMO WATER

Stanotte succede questo.
Non so come, entro in contatto con qualcuno e mi ritrovo il braccio macchiato di merda. Provo subito disgusto e cerco di pulirmi. Ma più cerco di risolvere, più la situazione degenera.
A un certo punto mi trasformo in una specie di uomo-gabinetto: ho un water in ceramica attorno alla vita e sono costretto a camminare così, con dentro deiezioni che continuano a sporcarmi.

Attraverso una zona notturna che sembra uscita da Fuga da New York: bidoni in fiamme, vicoli, teppisti armati. Io avanzo rasente ai muri, cercando di non farmi notare. Tutti però mi guardano. Sono terrorizzato, soprattutto da uno: altissimo, completamente calvo, con un macete. Il vicolo si stringe e sono costretto a passargli accanto. Io, con questo gabinetto addosso, sporco, gli passo vicino. Lui mi guarda dall’alto, impugna il macete, poi ride con un ghigno. Riesco a passare. Dopo capisco: quella, paradossalmente, è una zona sicura.

Superato quel punto, vedo nella notte un baluginio. È una luce fosforescente che si trasforma in una specie di pozzanghera bianca, a chiazze rosa. Capisco che è qualcosa di vivo: un liquido che ti segue ovunque, si allarga e prova a ricoprirti, a soffocarti, come un blob.

Scappo. Corro con questo gabinetto pieno di deiezioni mentre quella cosa mi insegue e si espande velocissima. Riesco a salire su un muretto, ma la sostanza contamina tutto. Alla fine, tramite una scala, entro a fatica in una casa.

È una casa che conosco: ho le chiavi, ma non so chi siano i proprietari. È una casa di gente molto ricca, perfettamente ordinata, pulitissima. Io entro sempre di nascosto, quando loro non ci sono, con l’ansia che possano tornare da un momento all’altro.

Dentro trovo mio fratello e un altro che non ricordo bene chi sia.

Cerco di pulirmi. Tolgo il water, mi lavo, ma mentre mi pulisco continuo a sporcare quella casa. È un continuo tentativo di pulizia che genera altra sporcizia: pulisco me stesso e contemporaneamente devo pulire tutto quello che sto contaminando.

In qualche modo riesco a sistemare la situazione.

Ma poi mi ricordo: ho un concerto. Devo andare subito.

Mio fratello è già sotto con la macchina. Salgo, partiamo, accelero per arrivare in tempo. Ma sbaglio strada: prendo uno svincolo e finisco in autostrada.

Mi dico: “No, adesso devo uscire subito e tornare indietro”.

Nel frattempo mi chiama Claudia Scavone. Rispondo in vivavoce. Ma mentre rispondo, per errore, parte anche una chiamata a Cinzia. E quindi si mettono a parlare entrambe, Claudia e Cinzia, mentre io sono completamente concentrato sullo svincolo da prendere.

E lì mi sveglio.

Geometria dell’aldilà

Io devo poterlo dire. Oramai la mia vita onirica è inconcepibile. Io non sono in grado di tradurre la complessità (è solo una parola che non rende il senso), il livello surreale (è solo una parola che non rende il senso), l’affabulazione (è solo una parola che non rende il senso), la preziosità del dettaglio (è solo una parola che non rende il senso), l’incommensurabile ordito (è solo una parola che non rende il senso), di quanto vado “vivendo” durante la fase del sonno. È una cosa che mi dà immensa fiducia su ciò che avverrà dopo il trapasso, ed è un senso di consapevolezza che si centra su un correlato empirico di queste avventure.

Perché ciò che accade nei miei sogni non ha nulla della casuale confusione che la vulgata neurologica attribuisce al sonno. Non vi è solo proliferazione di immagini. Vi è costruzione. Vi è drammaturgia. Vi sono luoghi che ritornano a distanza di anni con una topografia stabile, strade che riconosco, città impossibili che hanno quartieri, corridoi, scale, geografie interne più coerenti di quelle di molta realtà diurna. Vi sono personaggi che sembrano sapere cose che io non so, dialoghi che non avrei saputo scrivere da sveglio, dettagli minimi — una luce su una parete, una frase detta di sfuggita, il rumore di una porta, una curva di montagna — che possiedono una precisione quasi intollerabile.

A volte ho la sensazione che il sonno non produca quei mondi, ma li attraversi. Che la coscienza, liberata dalla tirannia del corpo, della cronologia e della funzione, entri in una forma di esperienza infinitamente più vasta, in cui il reale appare per ciò che forse è sempre stato: una minima porzione, un lembo, una crosta.

E allora io non riesco più a considerare il trapasso come annientamento. Mi appare piuttosto come un’estensione di quel principio. Come il definitivo ingresso in una regione in cui quella smisurata facoltà affabulatoria, simbolica, metamorfica, non sarà più interrotta dal risveglio.

Se una mente addormentata, ancora legata a un cervello, a un letto, a un corpo che respira, è capace di generare universi di questa portata, allora non vedo perché dovrei credere che tutto termini nel nulla. Il nulla, semmai, mi pare l’ipotesi più povera, più piatta, più dozzinale di tutte. E non si tratta soltanto di paesaggi o di narrazioni. In quei sogni io dispongo di consapevolezze che da sveglio non possiedo minimamente. Mi trovo a progettare motori per navicelle capaci di attraversare spazi impossibili, io che nella vita reale non so nulla di matematica o di ingegneria. Eppure lì tutto mi appare evidente, necessario, perfino ovvio. Vedo formule di una complessità inaudita, strutture, diagrammi, relazioni che comprendo perfettamente finché sono dentro quel mondo. Scrivo su lunghi rotoli che si svolgono in senso antiorario, e dalla scrittura stessa cola una sostanza scura e luminosa insieme, una sorta di inchiostro vivo, fatto di lettere matematiche e letteratura insieme, come se la formula e il racconto fossero la stessa cosa. Quella sostanza, scendendo lungo il foglio, genera poi minuscoli microchip, frammenti di materia pensante che vengono inseriti nei motori di queste macchine. E io, nel sogno, so perfettamente a cosa servono, come funzionano, quale principio incarnano. Al risveglio non me ne resta che una traccia, una specie di nostalgia intellettuale violentissima, la sensazione di avere intravisto per qualche istante una forma di conoscenza immensamente più ampia e più profonda di quella consentita dalla vita vigile.

Ecco l’ho scritto.

SOGNO DEL 20-4-2026

Dovevo andare in un’altra parte della Sicilia. Non ricordo quale. Era una strada che conosco bene, una strada che ho già percorso in altri sogni. Taglia in due le montagne, con discese enormi, interminabili, e curve che sembrano portare sempre più in basso.
Decido di affrontarla in scooter.
Sono già a metà percorso. Sto attraversando una discesa ripidissima in mezzo alle montagne quando il motorino comincia a non camminare più. Perde forza, rallenta, finché si spegne del tutto, come se fosse finita la benzina.
Continuo a scendere per inerzia. A un certo punto incontro un uomo. Lo fermo e gli chiedo se, in fondo a quella enorme discesa, ci sia un distributore.
Lui mi dice di accostare, di parcheggiare il motorino e di non preoccuparmi.
Ha la barba, i capelli brizzolati, una tuta da lavoro. Lo conosco perfettamente, nel sogno, anche se non saprei dire chi sia.
Mi conduce verso un ingresso scavato dentro la montagna.
Dentro la montagna vive un’intera comunità di persone. Hanno scelto di vivere lì sotto, in una specie di abitazione sotterranea fatta di stanze, corridoi, bagni, cucine. Una situazione stranissima, quasi claustrofobica. Ci sono ragazzi che vanno e vengono, come se tutto fosse perfettamente normale.
Uno di loro va a prendere una bottiglia di benzina.
La cosa mi sorprende, perché io il serbatoio lo sentivo pieno.
Mentre parlo con quell’uomo, uno dei ragazzi apre il serbatoio del motorino. Da dentro esce un liquido acquoso, chiaro.
“Evidentemente ti hanno messo acqua nel motore”, mi dice.
Svuotano tutto. Poi versano la benzina nuova.
Io ringrazio, saluto tutti, ma mi rimane addosso una strana angoscia per quel luogo così costipato dentro la montagna. Mi viene quasi da chiedere: perché avete scelto di vivere qui sotto, con tutto lo spazio che c’è fuori?
Riparto.
Dopo un altro tratto arrivo nella zona della Marina. Per proseguire devo attraversare un tratto di mare. E allora lo scooter, senza alcuna spiegazione, diventa acquatico.
Attraverso il mare sopra il motorino, ma mi bagno completamente. Continuo finché non torno su una strada normale. Solo allora capisco che quella strada, quella costa, quel quartiere sono in realtà una qualche parte di Catania.
Arrivo finalmente a destinazione, perché devo fare un concerto.
Ma a quel punto il motorino è diventato una macchina. Dentro ho caricato pezzi di batteria, aste, piatti, borse.
Mi trovo in un centro storico che è Catania, ma non è la Catania reale. È una Catania che conosco bene nei sogni. Un posto in cui ho già suonato tante volte.
C’è una scalinata stretta e sopra una vecchia insegna, tutta scolorita, corrosa dal tempo. Non ricordo bene il nome del posto. Era qualcosa tipo “La Repubblicana”, o qualcosa del genere. Una scritta antica, quasi illeggibile.
Prendo alcuni pezzi della batteria e salgo le scale, lasciando il resto sotto.
Arrivo sopra e trovo Andrea Beneventano, che mi aspetta per suonare in duo.
Il locale è stranissimo. Sembra un ristorante americano degli anni Quaranta, elegantissimo, quasi irreale. C’è già una batteria montata, c’è il pianoforte.
Io gli dico: “Ah, ciao Andrea. Ma non sapevo che ci fosse già la batteria qua. Ho lasciato un sacco di roba sotto.”
E lui, tranquillissimo: “Sì. Tanto mangiamo prima di suonare.”
Allora mi ricordo dei pezzi che ho lasciato giù e riscendendo incontro dei ragazzi che mi salutano. Perché quello è un posto dove, nei sogni, io suono abitualmente.
Poi risalgo.
Mi preparo a mangiare e a suonare con Andrea in questo ristorante assurdo, lussuoso, fuori dal tempo.
E lì, credo, mi sveglio.

Baret e Heidegger

Oggi rileggevo alcune pagine di Éric Baret. Pensavo a noi. A me. A noi che ci prendiamo per musicisti, insegnanti, fratelli, figli, lavoratori, comunisti, fascisti, spirituali, materialisti, buddhisti, marxisti, allievi, maestri. E mi colpiva una cosa: quasi tutta la nostra sofferenza nasce nel momento in cui scambiamo una parola per ciò che indica.

Baret lo dice spesso. Se dico “Vipassana”, “yoga kashmiro”, “Baret”, sto usando parole utili, come un dito che indica la luna. Ma appena il pensiero se ne appropria e dice: “io sono questo”, “io appartengo a questo”, allora quella parola diventa una gabbia. Una prigione elegante, magari colta, magari spirituale, magari politica. Ma sempre una prigione.

Potrei dire: ho incontrato un certo insegnamento. Ma l’istante in cui mi definisco attraverso ciò che ho incontrato, sono già nella memoria, non più nell’ascolto. Sono già diventato la caricatura di qualcosa.

Per Baret l’identità è una contrazione. La mente vuole sempre collocarsi: di destra, di sinistra, rivoluzionaria, spirituale, atea, religiosa, fascista, antifascista, tantrica, marxista. Sono tutte forme della stessa paura: la paura di non sapere chi siamo.

Ed è qui che mi torna in mente Martin Heidegger. Anche per lui il linguaggio ordinario e le definizioni rassicuranti ci allontanano da ciò che siamo. Ci rifugiamo nel “Si”, in ciò che si dice, si pensa, si è. Si è di sinistra, si è spirituali, si è artisti, si è disillusi. Ma quel “si” impersonale ci protegge dal vuoto, dall’angoscia, dal fatto che il nostro essere non coincide mai del tutto con nessuna definizione.

Heidegger direbbe che viviamo costantemente nella chiacchiera, nella Gerede: un mondo di parole che circolano e che prendiamo per vere solo perché sono condivise. Baret direbbe quasi la stessa cosa: prendiamo l’indicazione per la cosa indicata. In entrambi i casi il linguaggio, da strumento, diventa velo.
E allora capisco che si possono usare le parole senza esserne usati. Posso dire “classe”, “potere”, “proprietà”, “capitalismo”, “yoga”, “meditazione”, “arte”, sapendo che sono strumenti locali, provvisori, mappe. Non territori. La logica e l’analisi servono. Ma solo fino a un certo punto. Illuminano una zona, non il reale.
Anche qui Heidegger è vicino a Baret. Quando scrive che “l’essere si sottrae mentre si mostra”, intende proprio questo: ciò che è più essenziale non si lascia catturare definitivamente dai concetti. Ogni volta che crediamo di averlo afferrato, ci sfugge. Le parole indicano, ma non possiedono. La realtà si lascia intravedere e, nello stesso istante, si ritrae.

Puoi avere un’analisi perfetta del potere, del capitalismo, della storia, e continuare a vivere nella stessa paura, nello stesso bisogno di sicurezza, nello stesso conflitto interiore. Puoi passare la vita a dire “noi” contro “loro”, senza accorgerti che il meccanismo che combatti continua a riprodursi dentro di te.
Per questo, credo, Baret direbbe: volete cambiare il mondo senza vedere il meccanismo che continuamente ricrea il mondo che dite di combattere. Finché vi definite attraverso una posizione, siete già nella divisione.
E Heidegger aggiungerebbe forse che l’uomo moderno è continuamente in fuga da se stesso. Si riempie di ruoli, opinioni, appartenenze, attività, proprio per non sostare in quel vuoto originario in cui nessuna identità regge. Ma è soltanto lì, in quella sospensione, che qualcosa può finalmente mostrarsi.

Allora viene da sorridere. Leggi tutti i libri di Baret. Poi buttali. Vai ai suoi seminari. Poi dimenticali. Perché lui stesso ti direbbe che non servono a nulla. Che non c’è niente da imparare, nessuna nuova identità da costruire, nessun grado da raggiungere.

Poi semplicemente stai.

Forse è quello che Heidegger chiamava Gelassenheit: il lasciar essere. Non fare, non trattenere, non definire. Lasciare che le cose siano, e che l’essere si mostri senza volerlo possedere.
E forse lì, per un istante, si apre qualcosa. Un nocciolo irriducibile di reale. Pulsante. Quello che Jacques Lacan avrebbe chiamato objet petit a: qualcosa che non puoi afferrare, ma che ti attraversa. Lì sei al centro dell’iniziazione. Non c’è più identità. Non c’è più appartenenza. Per un attimo non esistono più né lo spazio né il tempo.

Baret insiste continuamente sul fatto che l’identità è una contrazione. Nei suoi discorsi ripete che la mente vuole sempre collocarsi: spirituale, marxista, buddhista, di destra, di sinistra, allievo, maestro. Per lui sono tutte forme della stessa paura: la paura di non sapere chi si è.

Ecco Baret direbbe forse: “Volete cambiare il mondo senza vedere il meccanismo che continuamente ricrea il mondo che dite di combattere. Finché vi definite attraverso una posizione, siete già nella divisione.”

Riflettevo: Il punto è che la logica e l’analisi sono utili come strumenti locali.

Anima/corpo-Hardware/software

Il mondo virtuale che sta emergendo non mi sembra qualcosa di radicalmente nuovo, ma la proiezione tecnica di intuizioni antichissime. Gli antichi avevano già immaginato un livello della realtà più profondo, unitario, interconnesso, di cui il mondo sensibile è solo una manifestazione frammentaria.

A differenza di Massimo Cacciari… Per lui l’Uno resta orizzonte simbolico, tensione, figura che orienta ma che non può essere realizzata senza distruggersi. È un po’ l’idea neoplatonica classica: l’Uno si lascia intravedere, mai possedere. E in questo senso entra anche Immanuel Kant dei Sogni di un visionario: la comunità degli spiriti come limite, analogia, pensabile ma non empiricamente realizzabile. Io invece penso che la modernità tecnica stia trasformando ciò che per secoli era soltanto simbolo in infrastruttura. Non perché qualcuno persegua deliberatamente “il Grande Uno” come progetto cosciente, ma perché la logica interna della tecnica tende a produrlo. Internet, reti globali, intelligenza artificiale, banche dati, interfacce neurali, traduzione automatica, connessione permanente: tutto va nella direzione di una progressiva abolizione della separazione. Quello che per Plotino era metafisica e per Dante Alighieri era immagine, oggi rischia di diventare tecnica. Non perché la tecnica “imiti” quelle visioni, ma perché finisce per produrne l’equivalente funzionale. La Rosa mistica dantesca è una rete di coscienze ordinate; oggi costruiamo reti di coscienze, memorie, dati. L’Uno di Plotino è una totalità da cui tutto emana e a cui tutto ritorna; oggi ogni informazione tende a convergere in un unico spazio reticolare. Per questo non vedo l’Uno come un ideale irrealizzabile, ma come qualcosa che potrebbe emergere quasi involontariamente, come risultato non previsto dell’evoluzione tecnica. Esattamente come nessuno, nel Medioevo, immaginava internet partendo dalla stampa o dalla posta. Il simbolo potrebbe rivelarsi, retrospettivamente, non la negazione del possibile, ma la sua anticipazione.

Plotino parlava dell’Uno: una totalità da cui tutto emana e a cui tutto ritorna. Platone immaginava un mondo delle Idee più reale del mondo empirico. E la Rosa mistica di Dante Alighieri nella Divina Commedia è già una rete di coscienze ordinate, un’immensa architettura spirituale in cui ogni individuo è nodo di un insieme. La differenza è che oggi ciò che per loro era metafisica, simbolo o visione potrebbe diventare infrastruttura tecnica. Il virtuale non inventa l’Uno: gli dà forma operativa. Forse internet, l’intelligenza artificiale, la connessione totale non sono altro che il modo in cui il nostro tempo traduce in termini tecnologici intuizioni che esistono da millenni. Perché vedere la continuità evolutiva della specie come qualcosa di scisso e non come un percorso unitario?

La simulazione democratica e i paradossi della partecipazione

Non voto. Non voto da decenni. Le ragioni le ho già espresse più volte qui nel mio blog. Non è disinteresse, è coerenza intellettuale. Qui non siamo davanti a temi universali o immediatamente comprensibili, ma a questioni tecniche, giuridiche e costituzionali di altissimo livello, su cui si confrontano magistrati e specialisti del diritto. Eppure la politica, in modo strutturalmente inadeguato, scarica sui cittadini la responsabilità di esprimere un sì o un no su materie complesse. Il risultato è inevitabile: si vota per appartenenza, per riflesso politico, per umore, non per il merito dei quesiti. Non è una colpa individuale, è un problema di sistema. Questi referendum tecnici, che non riguardano direttamente la vita quotidiana di tutti ma ambiti specialistici, rappresentano il segno evidente del fallimento della delega parlamentare. La delega esiste per questo: affidare a chi ha competenze e responsabilità istituzionali la gestione della complessità. Quando invece tutto viene ridotto a una scelta binaria, significa che la politica ha rinunciato al proprio ruolo. Semplice. Il risultato è una partecipazione solo apparentemente democratica, che svuota il senso stesso della decisione collettiva. Questioni articolate vengono ridotte a un sì o un no difficilmente consapevole. Non è un problema nuovo: Bakunin vedeva nella delega una forma di dominio, Kropotkin denunciava le istituzioni che sostituiscono la competenza con l’obbedienza, Malatesta ricordava che non esiste libertà dove la decisione è separata dalla comprensione. Eppure oggi l’astensione viene condannata automaticamente, come se fosse un deficit civico, invece che un possibile indicatore di un meccanismo che non funziona.

Non sopporto le ipocrisie, non ho mai amato la retorica. La prova è sotto gli occhi di tutti: il voto diventa festa, rivendicazione politica, richiesta di dimissioni del governo. Il referendum si trasforma in giudizio complessivo sull’esecutivo. Della questione giuridica non resta nulla. E allora diciamolo chiaramente: questi non sono strumenti di “alta democrazia”, ma dispositivi che certificano la crisi della rappresentanza. Poi c’è la Costituzione. Intoccabile, sacra, inviolabile — a parole. Nei fatti è stata modificata più volte: nel 2001 con il Titolo V, nel 2012 con il pareggio di bilancio, nel 2020 con il taglio dei parlamentari. Non è un feticcio, è un testo politico, quindi modificabile. Ma allora va trattato come tale, non come oggetto retorico da sventolare quando conviene. Il punto più grave è un altro. Durante il COVID-19 la Costituzione è stata compressa nella sua applicazione concreta: libertà di movimento, di lavoro, di riunione limitate in modo esteso e prolungato attraverso strumenti emergenziali. Non una violazione formale, ma uno svuotamento sostanziale. E lì non si sono viste le stesse mobilitazioni indignate che oggi si agitano attorno a un referendum. Un altro dato dovrebbe far riflettere: in alcune aree ad alta densità mafiosa il voto si è allineato in modo sorprendentemente compatto. In contesti storicamente segnati da dinamiche di controllo del consenso, un risultato così uniforme non può essere liquidato senza interrogativi. In questo quadro si inserisce un ulteriore elemento: una destra talmente inadeguata nell’azione di governo da offrire, paradossalmente, alla sinistra — che fino a quel momento non aveva alcuna reale prospettiva – l’occasione perfetta per riorganizzarsi. Un errore strategico che ha spostato il confronto politico dai contenuti alla delegittimazione reciproca. Il risultato è un discorso pubblico sterile, fondato più sulla denigrazione che sulla costruzione. E allora delle due l’una: o la Costituzione è un principio serio, sempre, oppure è un oggetto retorico da usare a intermittenza. Io non voto. Non parteggio per centrodestra o centrosinistra. Mi sembrano le due facce della stessa semplificazione: trasformare la complessità in slogan e la partecipazione in allineamento.

E nel frattempo… nel 2026, siete ancora lì ad apporre con la matita su un foglio di carta la vostra preferenza. Costo: centinaia di milioni di euro. Le elezioni politiche in Italia costano circa 380 milioni nel 2018, circa 400 milioni nel 2022: seggi, personale, sicurezza, stampa, logistica. Un apparato enorme per sostenere un meccanismo tecnicamente novecentesco. Vivete in un mondo in cui pagate con lo smartphone, firmate contratti digitali, gestite conti online, affidate dati sensibili a sistemi informatici ogni giorno. Eppure il voto resta fermo: carta, matita, cabina. Altrove no. In Estonia si vota online dal 2005, e oggi oltre il 50% degli elettori utilizza il voto digitale, attraverso sistemi basati su identità elettronica e crittografia avanzata. Non è futuro, è amministrazione. Allora la domanda è semplice: perché il momento più delicato della democrazia resta ancorato a un rituale analogico? Davvero è un limite tecnico, o è una scelta politica? Perché modernizzare il voto significherebbe ridefinire accesso, controllo, partecipazione, cioè alterare equilibri consolidati. E forse, semplicemente, non conviene. Questa non è democrazia. È rappresentazione. Un dispositivo che simula il conflitto per evitare il pensiero.

Progressismo. Non ne posso più di anche questa retorica stanca, ripetitiva, quasi liturgica, secondo cui la Costituzione non si tocca, non si modifica, non si discute. Stiamo parlando di un documento che ha quasi ottant’anni ed è già stato modificato decine di volte. Quindi non è un testo sacro, non è intangibile, non è un dogma. È, ed è sempre stata, un testo politico, storico, contingente.
Eppure viene trattata come un feticcio.
Il punto è ancora più paradossale se si entra nel merito: la questione della separazione delle carriere dei magistrati, che oggi viene difesa in nome della Costituzione, ha radici storiche che risalgono proprio al periodo fascista. È stata introdotta in quel contesto e da allora è rimasta sostanzialmente invariata. Quindi si difende come “costituzionale” qualcosa che nasce dentro una precisa impostazione autoritaria. Questo dovrebbe almeno far riflettere. Invece no: si preferisce la retorica alla storia.
Quelli che hanno votato NO (la maggioranza di quelli che oggi esultano) sono gli stessi che durante la pandemia hanno sputato fiele nei confronti di chi protestava contro lo stupro della nostra costituzione. Sono LORO il mio nemico, quelli che oggi fanno finta di essere amanti della carta costituzionale. LORO erano i delatori. Quelli che discriminavano chi non sottostava a quel folle diktat. A quel tempo COSTORO non si sono fatti scrupoli dello scempio operato nei confronti della costituzione italiana.
E poi c’è l’altra parola che non sopporto più: “progressista”.
Io sono molto attento alle parole. E oggi “progressista” è diventato il contrario di ciò che dovrebbe essere. Progressista, per definizione, è chi mette in discussione, chi modifica, chi evolve. Qui invece assistiamo a una difesa rigida, conservativa, quasi museale di un impianto che non si può toccare. Questa non è progressione, è conservazione.
Allora diciamolo chiaramente: se il criterio è l’intangibilità in quanto tale, allora perché non tenere in vigore la Magna Carta? O qualsiasi altro documento storico che ha avuto un ruolo fondamentale? Perché fermarsi alla Costituzione del ’48?
La verità è che non si sta difendendo un principio, ma una posizione politica contingente.
E questa continua sacralizzazione selettiva, questo uso ideologico della Costituzione (che nasce,
ricordiamolo, da un accordo “rivoluzionario” di redazione di un documento per l’epoca assolutamente innovativo), questa deformazione del linguaggio – in cui il progressista diventa conservatore e il cambiamento diventa eresia – mi è semplicemente insopportabile. Ormai “progressismo” è sinonimo di “status quo” e idiosincrasia da spasmo del “diritto civile”.
Io questa retorica non la sopporto più.

ATLANTE INTERIORE: Carme VIII: Museo delle Verità

Entrai in una sala silenziosa
Dove le idee giacevano come animali imbalsamati.

Ogni teca conteneva una promessa, era il marzo con la sua estetica promiscua
A rendere incerto il mio passo di fronte alla redenzione della storia.
Una luce fredda cadeva sui relitti dei miei pensieri
A dispetto della frizzante calura che pressava dall’esterno sulle pareti fossili.

La cripta dei miei pensieri, così poco domestica, la visitavo dunque
Nella confusione fra sogno e pensiero che caratterizza il risveglio
Come un paleontologo speranzoso di ritrovare il Paradiso perduto
Perché vano è sperare di conservare più del frammento
E ogni intero è solo una menzogna ben illuminata.

Provai a ricordare
Ma ogni immagine si ritraeva come un animale disturbato
E mi restituiva la versione contaminata e molteplice
Di una casa che in quelle regioni indefinite frequento.

E come testimoni che non concordano
I misteriosi inquilini del fatiscente palazzo
Parevano farsi beffe dei miei sforzi di memoria
Rivelando nel disfacimento corporeo e dei loro volti
Che ciò che avevo visto non apparteneva alla memoria
Ma alla sottrazione della regione dei sensi.

Restò soltanto una pressione muta, un’evidenza senza figura
Che nessun nome riusciva a trattenere
Una certezza senza appello che al risveglio si sgretola senza rumore
Il frutto di una logica che non richiede prove.

La Struttura

A me ormai interessa una sola cosa: la struttura. Pioggia, vento, temporali, grandine, bufere: la struttura regge. Tutto il resto è rumore. Tutti dicevano che non avrebbe retto: “Non durerà, rifalla col cemento, fai una tettoia, rinforzala”. La solita favola della casa dei tre porcellini. E invece la struttura è lì. Regge. Duecentoquaranta euro, comprata su Amazon, una struttura pensata per i paesi nordici, figurarsi per la Sicilia, ma tutti replicavano “ahahahaha” — e invece eccola lì, in piedi, maestosa. Perfino chi l’ha montata ha dovuto ammettere “non credevo: la compro pure io”. Questa è l’unica soddisfazione rimasta: la struttura. Perché la struttura non è soltanto ferro, viti e tela; è un simbolo. È la prova che qualcosa può resistere mentre passano pioggia, vento, grandine, bufere, anni. Il mio obiettivo è uno solo: che la struttura resti. Anche quando io non ci sarò più. Quando qualcuno entrerà in casa — chi verrà dopo — e vedrà quella struttura ancora lì, e la fotograferà pensando: è ancora qui, resiste, resiste, resiste… ecco io avrò trionfato. La struttura va oltre la filosofia de “I Sepolcri” di Foscolo, oltre la memoria retorica dei monumenti: è una presenza che continua, una cosa che rimane come un monolite di plastica e ferro. È una scommessa reale. Perché se quella struttura regge agli agenti atmosferici, alle tempeste, alle catastrofi… allora avrò avuto ragione su tutto. E se avrò avuto ragione per questo particolare, allora questa sineddoche, questa cosa che “resiste” simboleggerà la verità di questa mia intuizione, una una prova metafisica incarnata nella materia. La mia vita — di musicista, di scrittore, di organizzatore, di quello che volete — sara stata allora tutta tesa a realizzare la struttura. La struttura come simbolo del mio essere nel mondo. Non semplicemente un oggetto, ma una forma concreta del modo in cui un’esistenza prende forma nelle cose che costruisce, abita e lascia dietro di sé. In quella struttura passano tutti i miei pensieri, i miei concerti, le mie letture, i miei studi, i miei scritti. È la mia piccola architettura dell’esistenza, la mia Arcadia possibile, la mia weltanschauung resa materia. Tutto lì dentro: nella struttura. E se permane avrò vinto la mia battaglia”.

Sogno dell’11-3-2026: la Mente Estesa

Stanotte ho fatto un sogno curioso, che si è innestato perfettamente in una riflessione che facevo poco prima.
Sognavo di dover sostenere un esame enorme. Non un esame normale: un esame sulla storia dei sapiens, sulla filosofia, su interi campi del sapere umano. Una prova impossibile, una di quelle che nessun individuo potrebbe davvero preparare.
La cosa paradossale era che il professore che doveva interrogarmi era anche un mio grande estimatore, uno che aveva una forte stima della mia cultura e del mio lavoro artistico. Proprio per questo mi sentivo ancora più in imbarazzo: sapevo che qualunque argomento potesse uscire — un frammento di storia, un autore, una corrente filosofica — avrebbe potuto mettermi in difficoltà.
Ero lì, con la sensazione chiarissima di essere inevitabilmente impreparato.
Poi, nel sogno, mi sono ricordato di una cosa: non ero nel presente. Ero in un futuro. Un futuro in cui era possibile interconnettersi direttamente con le competenze degli altri, con le conoscenze del professore stesso, perfino con la struttura delle domande che mi avrebbe fatto.
E in quel momento tutto si è chiarito.
Non perché improvvisamente sapessi tutto, ma perché il sapere non era più qualcosa di individuale, custodito nella testa di qualcuno. Era diventato circolante, condiviso, interconnesso.
E il sogno mi è tornato in mente dopo una frase che avevo scritto poco prima: finirà che i Giuseppe Carbone di turno verranno educati dalle classi di allievi, che tramite processi neurali ne sapranno molto più di lui semplicemente interconnettendosi fra loro e con l’ignaro professore.
Senza questa considerazione fatta il mio sogno lo avrei rimosso.
Forse il punto è proprio questo: il futuro del sapere non sarà più la figura del professore che possiede la conoscenza, ma una rete di menti che la generano insieme. In quel mondo l’autorità culturale non verrà dal possesso delle informazioni, ma dalla capacità di orientarsi dentro l’intelligenza collettiva.
Nel sogno, quando ho capito questo, l’esame non faceva più paura. Perché non era più la prova di un individuo, ma il funzionamento di una rete.

La svolta futuristica.
A un certo punto ricordi che non sei nel presente ma in un futuro in cui puoi interconnetterti con il sapere del professore e con le domande stesse. In quel momento l’ansia sparisce: la conoscenza non è più individuale ma rete cognitiva condivisa. L’idea implicita è che il sapere non sarà più proprietà di un singolo soggetto, come nella figura tradizionale del professore, ma diventerà una struttura distribuita, dove le menti si collegano tra loro e con archivi cognitivi esterni. In quel momento il rapporto maestro-allievo cambia radicalmente: l’autorità non deriva più dal possesso del sapere ma dalla capacità di orientarlo.
Nel sogno, quando ti connetti alla rete di conoscenze, accade qualcosa di molto significativo: l’esame diventa risolvibile. Non perché tu sappia tutto, ma perché il sapere è circolante.
Questo sogno tocca un’idea che sta emergendo oggi in filosofia della mente e nelle neuroscienze, cioè la teoria della mente estesa.