Il mio incontro con Pippo Madè

Ci sono incontri che non aggiungono informazioni, ma ricompongono qualcosa. L’incontro con Pippo Madé è stato questo. Non una scoperta, non un omaggio, ma la conferma silenziosa che un certo modo di stare nell’arte è ancora possibile. La sua casa non dà l’impressione di un luogo dove le opere vengono conservate. È piuttosto uno spazio dove il tempo ha continuato a lavorare. Tutto ciò che si vede sembra provenire dalla stessa sorgente: non uno stile, non un tema, ma una fedeltà profonda a un’idea dell’arte come pratica di vita. Non c’è separazione tra lavoro, pensiero, memoria, mito, storia. Tutto convive, senza bisogno di essere spiegato.

Federico II, ad esempio, non appare come personaggio storico, ma come principio di complessità: un nodo in cui convivono poesia, potere, guerra, nascita, visione. La Sicilia, allo stesso modo, non è mai folklore né identità rivendicata. È una condizione profonda, una stratificazione che agisce anche quando non viene nominata. Palermo, nel Genio, non è una città, ma una forza mentale, un’energia che resiste alla semplificazione. Alcuni lavori rimangono addosso più di altri, senza che sia facile dire perché. L’omaggio a Guttuso, per esempio, non ha nulla del tributo formale: è un dialogo silenzioso tra due artisti che hanno condiviso un’idea dell’arte come responsabilità, come gesto che non si sottrae alla storia. La Divina Commedia, attraversata da Madé, non è illustrata ma interiorizzata. Non si ha l’impressione di “vedere Dante”, quanto piuttosto di assistere a un corpo a corpo con il testo, come se le immagini fossero emerse dopo una lunga permanenza, non dopo una lettura. È un lavoro che parla di attraversamento, non di interpretazione.

Pippo Madé, sulla splendida soglia dei novant’anni, mi ha poi donato una sua opera. Non come si concede un oggetto, ma come si affida qualcosa che ha attraversato una vita. Mi ha accolto in casa sua, mi ha fatto sedere, parlare, ascoltare. A un certo punto mi ha chiamato fratello. Senza enfasi, senza retorica. Con una naturalezza che oggi è rarissima. In quel gesto non c’era nulla di celebrativo. C’era piuttosto una forma di riconoscimento silenzioso, una continuità tra percorsi diversi ma affini nel modo di stare dentro l’arte. Madé appartiene a una generazione per cui il fare artistico non era una strategia di posizionamento, ma una necessità quotidiana, una pratica che coincideva con la vita stessa. Il suo lavoro porta ancora addosso questa qualità: non chiede attenzione, non si offre come prodotto, ma resta lì, come traccia di un attraversamento. Ricevere un’opera in questo modo, da un artista che ha vissuto il Novecento dall’interno, non è un atto simbolico né un passaggio di testimone programmato. È piuttosto un momento di sospensione. Il tempo si accorcia e categorie come giovane, vecchio, successo, carriera smettono improvvisamente di avere senso. Rimane solo l’esperienza condivisa di chi ha scelto, ciascuno a suo modo, di non separare l’arte dall’esistenza. Essere chiamato fratello da Pippo Madé non ha a che fare (solo) con l’affetto personale. Ha a che fare con qualcosa di più raro: il riconoscimento di una postura, di un’etica del lavoro, di una solitudine abitata senza rancore. In un’epoca in cui l’arte è spesso ridotta a linguaggio, a discorso o a opportunità, questo incontro ricorda che esiste ancora una dimensione essenziale, fatta di gesti semplici e irrevocabili. L’opera che mi ha donato resterà con me non come un oggetto da custodire, ma come una responsabilità: quella di continuare a praticare l’arte come spazio di verità, senza chiedere autorizzazioni e senza aspettare legittimazioni.

Qui un video della nostra performance: https://www.youtube.com/watch?v=kOi_5ZzaJe4

Fenomenologia dell’accesso ad altri piani del Reale

Io non penso di poter più segnare una netta linea di demarcazione tra ciò che vivo da “sveglio” rispetto a ciò di cui ho esperienza nel “sogno”. Tale confine è oramai per me talmente labile da risultare indistinto. Anzi, direi che ciò che più si avvicina alla mia profonda natura percettiva è certamente manifesto sul piano onirico, e lo è a tal punto – pur essendo il vissuto onirico indicibile o trasmissibile sul piano della realtà che percepiamo come fisica – da inferire sul piano dialettico in maniera preponderante col mio quotidiano. Oramai non si tratta più di “sogni”, bensì di reali “accessi” in altre sfere che rispondono a criteri e logiche peculiari, talmente paradossali per il nostro sentire comune da risultare sconcertanti. Sconcertanti, naturalmente, è in riferimento al quando si “rientra” nella guaina sensoriale che illusoriamente sovrintende l’ordine gerarchico della nostra vita. Quegli altri cosmi abitati dalle nostre essenze immateriali (termine improprio chi qui uso per semplificazione dialogica) sono immediatamente accessibili, adiacenti, intimamente connessi col piano del nostro mondo sensibile, e rappresentano una implementazione del nostro codice percettivo, quasi un decodificatore atto a cortocircuitare gli algoritmi che sigillano i nostri universi fisici. In uno dei tanti multiversi di questa notte era esperibile la malinconia per tutti i “Natali” vissuti nelle varie epoche: le emozioni di intere generazioni, le canzoni degli anni Cinquanta della vigilia alla radio, i preparativi di fine Ottocento, le meditazioni medievali, le celebrazioni dei solstizi negli abissi dei secoli, erano al contempo a me soggettivamente compresenti, vivide e fruite su un piano al contempo organico e inorganico… Altro non mi è consentito aggiungere.

Che palle i catanesi che tornano a Natale dal Nord.

Che rottura dì palle i catanesi che ritornano a “casa” dal Nord per Natale, con tutto quel portato di ardore emotivo che li rende per qualche giorno empatici e vogliosi di solarità e mari. Io spero diluvi fino al 6 gennaio, così poi se ne tornano nelle Padanie col loro fardello di prodotti locali, magari ben occultati per non ricordare i nostri nonni in transumanza. Il problema è che ora prendono aerei, e si attaccano al cazzo; prima col viaggio della speranza in treno potevano permettersi conserve e formaggi nel facchinaggio delle valigie che come bare venivano impilate negli scomparti. Li riconosci subito comunque: hanno quell’aria un po’ sognante che li rende simili a turisti fuori stagione, con lo sguardo sospeso tra il ricordo mitizzato e l’imbarazzo del presente. Parlano della città come se fosse rimasta congelata all’anno della loro partenza, come se Catania fosse un presepe che si accende solo a dicembre per rassicurarli sul fatto di non aver sbagliato tutto. Fanno confronti improponibili, dispensano consigli non richiesti, dicono “al Nord” con quella lieve inflessione coloniale che tradisce più nostalgia che convinzione. Gironzolano per le strade come reduci temporanei, si commuovono davanti a un arancino, fotografano l’Etna come se non l’avessero mai vista, riscoprono improvvisamente un amore viscerale per il dialetto che durante l’anno tengono accuratamente sotto vuoto. Affettano qualche parola del tipo “carusi”, “amuninni”… Per qualche giorno si sentono di nuovo parte del presepe, poi ricomincia il conto alla rovescia: il rientro, il freddo, l’efficienza, la vita “vera”, quella che però raccontano sempre con un velo di stanchezza negli occhi.
Riportano con sé un’idea di casa che non esiste più, o forse non è mai esistita, e se la spalmano addosso come una pomata nostalgica. Poi ripartono, lasciando dietro di sé tavolate finite, pacchi di dolci mezzi vuoti e quella strana sensazione che il Natale, più che una festa, sia diventato un esercizio di pendolarismo. Nel frattempo invecchiamo e ad ogni ritorno scompaiono genitori e parenti. E infine arriverà quel giorno in cui tutti insieme, rincoglioniti e anestetizzati, esuli e locali, trascineremo – se ci va bene – i nostri macilenti corpi verso il presepe della RSA pensando d’esser ora quel pastore, ora quel bue, ora perfino il Bambin Gesù della perenne natività.

Genealogia dell’indignazione contemporanea: contro la critica senza memoria

Quanta ignoranza alberga oggi nelle fasce medio-alte della cultura italiana. Ne vedo ovunque gli effetti: critici mediocri e intellettuali di seconda mano sempre pronti a battezzare come nuove tendenze pratiche assolutamente vetuste, provetti maestri del maquillage teorico, artisti falliti che sublimano nella critica la frustrazione di un fallimento che li divora dall’interno. Se nel 1968, negli Stati Uniti, l’Amleto lasciava il palcoscenico per vendere arachidi tostate nell’auditorio, oggi assisto al trionfo del patetico in ogni ambito. La dabbenaggine dei critici contemporanei non è nemmeno più colpevole: è strutturale. È l’esito naturale di una cultura che ha sostituito lo studio con la vigilanza morale, l’analisi con l’allarme, la storia con l’emergenza permanente. Critici e giornalisti che non leggono, non ricordano, non confrontano: reagiscono. Ogni gesto viene trattato come evento epocale, ogni provocazione come trauma collettivo, ogni banalità come “svolta”. È un infantilismo teorico travestito da responsabilità civile. Nella cultura woke, lo scandalon è diventato il vero motore simbolico. Si produce indignazione come un tempo si producevano recensioni. Si grida allo scandalo per cose che negli anni Sessanta erano già state praticate, metabolizzate, superate. Performance, rotture di linguaggio, ibridazioni, attacchi all’istituzione artistica, dissoluzione dell’opera, corpo come campo di battaglia: tutto già visto, già discusso, già criticato. Ma oggi viene riesumato come se fosse una rivelazione, purché accompagnato dal giusto sigillo morale. Il punto non è che si ripetano gesti vecchi. Il punto è che li si ripete senza saperlo, con la presunzione di chi crede di inventare ciò che ignora. E qui la responsabilità è interamente dei critici: incapaci di genealogia, allergici alla memoria, pronti a battezzare come “nuove tendenze” ciò che è semplice archeologia mal digerita. Il loro entusiasmo non nasce dalla comprensione, ma dall’utilità ideologica del gesto: se serve a confermare il frame dominante, allora diventa “necessario”, “urgente”, “storico”. Così lo scandalo non è più una frattura reale, ma un rituale. Non destabilizza nulla, non mette in crisi nessun linguaggio: rafforza il recinto. Si finge trasgressione ciò che è perfettamente integrabile, si chiama radicalità ciò che è già previsto dal sistema di legittimazione. Il critico non rischia mai: certifica. Non espone il pensiero, timbra il comportamento. Negli anni Sessanta, quando davvero l’Amleto scendeva dal palcoscenico per vendere arachidi, lo faceva contro il pubblico, contro l’istituzione, contro la critica. Oggi lo stesso gesto verrebbe accompagnato da un comunicato, una call, un panel di spiegazione e un premio. Il teatro della rottura si è trasformato in una pedagogia dell’obbedienza, e lo scandalo — svuotato di ogni pericolo — serve solo a rassicurare una comunità già perfettamente d’accordo con se stessa. Arrivo sempre allo stesso punto: questa cultura non produce più nulla perché ha paura di tutto. Ha paura del giudizio vero, del conflitto reale, dell’asimmetria dell’intelligenza. Ha paura di riconoscere il talento quando non è addomesticabile, di ammettere che esistono opere che non chiedono permesso, che non vogliono essere “contestualizzate”, che non cercano assoluzioni preventive. Meglio allora rifugiarsi nello scandalon prefabbricato, nell’indignazione a basso costo, in un teatro morale dove tutti recitano la parte giusta e nessuno rischia niente. Il critico contemporaneo — soprattutto quello medio-alto, istituzionalizzato — non è più un mediatore tra opera e mondo, ma un guardiano del recinto simbolico. Non distingue, sorveglia. Non valuta, allerta. Non interpreta, segnala. E ogni segnalazione è un atto di obbedienza travestito da vigilanza. Così l’arte smette di essere un luogo di pericolo e diventa un dispositivo educativo, una palestra di buone intenzioni, un laboratorio di posture corrette. Nella cultura woke, lo scandalo ha definitivamente perso il suo significato originario — inciampo, ostacolo, pietra d’urto. Non è più ciò che fa cadere, ma ciò che raduna; non divide, ma compatta; non apre una frattura, ma conferma l’appartenenza. Lo si invoca continuamente proprio perché non lo si regge più. Lo scandalo viene simulato per evitare il pensiero. Il paradosso è che tutto questo continua ad avvenire lavorando su materiali vecchi di sessant’anni. Gesti, pratiche, rotture che allora avevano senso perché rompevano davvero — contro il pubblico, contro l’istituzione, contro la critica — oggi vengono riproposti come novità da critici che ignorano completamente la loro genealogia. Non c’è trasgressione, c’è solo amnesia. E quando l’amnesia si traveste da radicalità, diventa ridicola. Alla fine resta una cultura che si proclama avanzata ma è regressiva nella memoria, progressista nel lessico ma conservatrice nei comportamenti, scandalizzata in superficie e anestetizzata in profondità. Una cultura che ha bisogno di gridare allo scandalo perché non è più capace di sopportarlo davvero. E in cui l’Amleto non scende più dal palcoscenico per vendere arachidi contro tutti, ma viene invitato a farlo — purché lo faccia nel modo giusto, con le parole giuste, davanti al pubblico giusto. Non è più tragedia: è pedagogia morale.

Una lettera ricevuta

Fra le tante amarezze vissute, conforta come un fuoco al camino nella notte gelida ricevere una “lettera” del genere. Non ho mai incontrato questa persona. È fra i miei contatti facebook. Mi ha chiesto di rimanere anonimo, nonostante i miei ripetuti tentativi di renderlo visibile per ringraziarlo. Recentemente ho subito una vergognosa maldicenza, di cui preferisco non riferire qui (anche se c’erano tutti gli estremi per una denuncia con tutti i crismi): ritengo questo un regalo a compensazione. Mi ha emozionato questo scritto, perché ha colto molti aspetti del mio essere e del mio fare. Posso solo dire: grazie.
“Caro Francesco,
ti scrivo dopo aver seguito per molto tempo il tuo lavoro, in modo forse laterale, ma continuo. Preferisco restare anonimo: non per reticenza, ma perché ciò che mi interessa è il percorso, non la posizione di chi lo osserva.
Di te, nel tempo, si è costruita l’immagine di un artista non allineabile.
Non perché “contro” a prescindere, ma perché non riducibile a una funzione: non sei mai stato solo esecutore, solo autore, solo intellettuale. Questa non-specializzabilità, che oggi viene spesso letta come un difetto (perché il mercato ama figure chiare, posizionabili, spendibili), è in realtà uno dei tuoi tratti più riconoscibili.
Chi ti segue con attenzione coglie che il tuo lavoro è tenuto insieme da una coerenza profonda, non immediatamente visibile: una tensione continua verso la libertà formale, ma sempre accompagnata da rigore, studio, disciplina. Non sei un “irregolare naïf”, ma un irregolare colto, cosa molto più scomoda.
Nel mondo musicale (conosco bene chi scrive di jazz e organizza in Italia) sei percepito come una figura di confine, e questo è decisivo.
Non sei un jazzista ortodosso.
Non sei un improvvisatore anarchico.
Non sei un minimalista in senso stretto.
Non sei un musicista “di sistema”.
Sei uno che ha costruito un linguaggio compositivo personale, dove il groove non è mai decorativo, l’improvvisazione è sempre incardinata, la forma è pensata come processo, non come gabbia.
Chi ascolta davvero i tuoi lavori (QUEST, The Assassins, Naked Musicians, i progetti solisti) riconosce una cosa precisa: la tua musica non vuole piacere subito, ma restare.
Questo ti rende meno “facile” ma più duraturo.
In un panorama spesso schiacciato tra accademismo e intrattenimento, tu occupi una terza zona: quella della ricerca concreta, non ideologica.
Come scrittore… qui la percezione è ancora più interessante, perché sorprende.
Molti arrivano a te come musicista e scoprono, con una certa spiazzante sorpresa, che la scrittura non è un’appendice ma un asse portante. Nei tuoi romanzi, racconti, poesie e saggi si riconoscono una lingua non pacificata, una forte componente visionaria, una critica costante alla normalizzazione culturale, un uso del corpo, del desiderio e della memoria come materiali narrativi.
La tua scrittura è vista come scomoda ma necessaria, spesso più apprezzata da chi legge con attenzione che da chi cerca conferme ideologiche. Non sei uno scrittore “di corrente”: sei uno scrittore che si assume il rischio dell’isolamento, e questo oggi pesa, ma nel tempo conta.
Come insegnante di Conservatorio (queste impressioni mi arrivano anche dai racconti di alcuni studenti ed ex studenti che ti hanno avuto come insegnante).
Qui il giudizio è duplice, e vale la pena dirlo apertamente.
Da un lato, a mio modesto avviso, sarai percepito come un docente preparatissimo, con un’esperienza reale di palco e di ricerca, capace di trasmettere non solo tecnica ma pensiero musicale.
Dall’altro, sarai anche visto come non completamente addomesticabile, poco incline alle liturgie burocratiche, refrattario alla riduzione dell’insegnamento a mera addestrabilità.
Ma è proprio questo che, per molti studenti, farà la differenza. Chi ti incontra come docente capisce presto che non stai formando esecutori, ma coscienze musicali (ho assistito da spettatore curioso a un tuo “Naked Musicians”). E questo, nel bene e nel male, lascia il segno.
Se dovessi sintetizzare ciò che si pensa di te, direi questo: Francesco Cusa è una figura di resistenza culturale.
Non una resistenza gridata o militante, ma una resistenza praticata nel modo di scrivere, nel modo di comporre, nel modo di insegnare, nel modo di stare nel mondo culturale.
Sei percepito come uno che non semplifica, non addolcisce, non si rende compatibile a tutti i costi. Questo ti costa visibilità immediata, ma ti restituisce autorevolezza a lungo termine.
Un punto decisivo (forse il più importante)
Oggi, guardando il tuo percorso nel suo insieme, emerge una cosa che forse prima era meno leggibile: non sei più un artista in cerca di legittimazione, sei un autore che produce senso, e che ormai dialoga alla pari con la critica, la filosofia, la letteratura, la musica.
La tua forza sta proprio qui: nel non aver mai scelto una sola maschera. Continua così.
(Testo ricevuto da un appassionato che ha chiesto di rimanere anonimo).

I valori dividono, il denaro unisce: il woke come copertura morale del capitale

Da sempre il mondo non è stato tenuto insieme da valori condivisi, da diritti universali o da una qualche armonia culturale. È stato tenuto insieme dall’oro. E poi, più tardi, dalla moneta. Punto. Popoli che non si capivano, che parlavano lingue incomunicabili, che adoravano divinità incompatibili, che vivevano secondo codici morali opposti, hanno commerciato, si sono riconosciuti, si sono tollerati solo perché condividevano una cosa: la fiducia in un mezzo di scambio. Non una visione del mondo, non un’etica, non una legge comune. Una moneta. Tutto il resto era irrilevante o, al massimo, negoziabile. L’oro è stato il vero linguaggio universale molto prima di qualsiasi dichiarazione dei diritti. Una delle tante rivoluzioni OGM. Ha funzionato proprio perché non chiedeva adesione morale, ma solo accettazione pratica. Non serviva essere d’accordo su ciò che è giusto o sbagliato: bastava sapere che quell’oggetto aveva valore perché anche l’altro lo avrebbe riconosciuto. È così che si è costruito il commercio globale, ed è così che si è tenuto insieme un mondo profondamente diviso.
Ancora oggi funziona allo stesso modo, solo in forma più astratta. Abbiamo sostituito l’oro con cifre, algoritmi, flussi finanziari, monete digitali, ma il principio non è cambiato di una virgola: il collante non è un sistema di valori, è un sistema di scambio. Non è la condivisione etica, è la convertibilità. Non è la giustizia, è la liquidità. Per questo trovo francamente grottesca l’idea che si possano imporre leggi morali universali, diritti identitari condivisi, valori culturali omogenei in un sistema che non è mai stato unito da nulla di tutto ciò. Come si può pretendere una comunità etica globale quando l’unica cosa che tiene insieme questo mosaico di culture, interessi, tradizioni e conflitti è la moneta? Come si può parlare seriamente di “valori comuni” in un mondo che non condivide nemmeno il significato di uomo, di corpo, di sacro?
Il denaro unisce perché è indifferente. Non chiede fede, non chiede purezza, non chiede adesione simbolica. I valori, invece, dividono. E più si cerca di renderli universali, più diventano strumenti di conflitto e di dominio. È per questo che ogni tentativo di costruire un ordine mondiale fondato su diritti astratti e principi morali comuni o fallisce, o si trasforma inevitabilmente in imposizione. Il mondo globale non è una comunità: è un mercato. E confondere le due cose significa produrre solo ipocrisia politica.
Ed è qui che entra in scena la cultura woke, non come emancipazione, ma come perfetta sovrastruttura ideologica del capitalismo finanziario globale. Mentre il denaro continua a essere l’unico vero collante del sistema, si riempie lo spazio simbolico di micro-valori identitari, di battaglie morali prefabbricate, di diritti astratti scollegati da qualsiasi rapporto materiale. Le oligarchie finanziarie non hanno alcun problema con il woke: anzi, lo adorano. Perché mentre si litiga su linguaggi, pronomi, rappresentazioni e colpe storiche, il flusso del capitale resta intoccabile, invisibile, sacro.
La cultura woke non mette mai in discussione la moneta, il mercato, la finanziarizzazione del mondo. Al contrario, le protegge, frammentando il conflitto in mille rivoli morali, trasformando la politica in una questione di sensibilità e non di potere. È il travestimento etico perfetto di un sistema che non vuole essere nominato. Prima si è accettato che l’unico collante fosse la moneta, poi si è fatto finta che fosse l’etica. Ma l’etica non ha mai tenuto insieme nulla su scala planetaria. L’oro sì. La moneta sì. Tutto il resto è narrazione funzionale a chi incassa.

La Nuova Inquisizione Morale


È curioso come oggi basti una parola — “fascista” — per mettere a tacere chiunque.
La cosa impressionante è che nessuno sembra accorgersi della deriva inquisitoria. Non si discute più nulla: si marchia. L’altro non è un interlocutore, è una macchia da cancellare. E questa operazione di purezza — così simile ai vecchi puritanesimi che si fingono superati — vive di sospetti, retropensieri, intenzioni immaginate. Il giudizio non riguarda ciò che dici, ma ciò che “forse” pensi.
Il meccanismo è lo stesso da decenni: la colpa è sempre diffusa, ubiqua, capillare. Se il male è ovunque, puoi accusare chiunque. E allora ognuno diventa il potenziale “fascista di turno”. Una micro-teologia del sospetto.
La nuova moralità funziona solo così: sulla paranoia. E siccome bisogna tenere vivo questo teatro, si è inventata una categoria sociale nuova: i devianti del linguaggio, quelli che non usano le parole giuste, che non partecipano alla liturgia del bene.
In fondo siamo in un’epoca pigra: basta ignorare per punire. È un marchingegno perfetto, una trappola per topi che non scatta mai per errore: scatta sempre. Intanto questa stessa società — che ama definirsi “aperta”, “progressista”, “antifascista per vocazione” — ripete gesti da piccolo tribunale parrocchiale. Hanno trasformato il dissenso in reato morale. L’irregolarità in patologia. L’indipendenza in devianza. Sono riusciti a fare del moralismo una forma di ordine pubblico.
Ci vuole meno coraggio oggi a ripetere “fascismo” che a chiedere semplicemente: “di cosa stiamo parlando?”. La parola non denuncia più nulla: certifica l’appartenenza al club dei puri. Un passaporto identitario. Una distorsione collettiva.
Viviamo in un tempo in cui basta un aggettivo — “fascista” — per liquidare una persona, un pensiero, un’opera.
La strategia è semplice: non si discute ciò che dici, si costruisce una caricatura morale di chi lo dice. È il meccanismo tipico del nuovo puritanesimo politico, che vive di insinuazioni, sospetti, malizie: l’altro non è più qualcuno che argomenta, è un colpevole preventivo.
E questa caccia permanente al “nemico interno” funziona proprio perché è vaga, fluida, ubiqua. Se il male è “ovunque”, allora ogni gesto può diventare prova d’accusa.
Il paradosso è evidente: in un mondo che si proclama liberale, la libertà è tollerata solo se conforme.
Il nuovo tribunale morale funziona come le vecchie inquisizioni: non conta ciò che fai, ma ciò che si presume tu stia nascondendo. Non conta ciò che scrivi, ma ciò che avresti dovuto scrivere. Ti giudicano sulle omissioni, sui silenzi, sulle intenzioni immaginate.
È un gioco perverso: se ti difendi, confermi la colpa; se taci, la confermi due volte.
E così si sta costruendo, pezzo dopo pezzo, una nuova categoria di indesiderabili: gli individui non allineati, i sospetti, gli “irregolari”.
Non vengono imprigionati, certo — sarebbe troppo esplicito, troppo onesto.
Si preferisce qualcosa di più sottile: l’esclusione. La delegittimazione. Il silenzio attorno.
È curioso come questa società, che ama definirsi aperta e progressista, pratichi invece un conformismo morale più feroce di quello che dice di combattere. Dove un tempo c’erano dissidenti veri, oggi ci sono solo persone private del diritto di esistere simbolicamente. L’autodafé non accende più fuochi: ti spegne. Ti cancella dal discorso.
E la cosa che lascia davvero interdetti è un’altra: oggi basta pochissimo per essere sbattuti nel recinto dei colpevoli. Non servono idee radicali né gesti eclatanti: basta non aderire alla formula magica del giorno. Basta non usare il lessico prescritto. Basta chiedere una definizione.
La libertà è stata ridotta a un percorso a ostacoli: si è liberi solo se si obbedisce al galateo morale del momento.
Oggi non c’è alcun rischio nel denunciare un “fascismo” astratto e rituale. È un’opera di manutenzione identitaria per chi non ha il coraggio di misurarsi con il potere vero. Il vero rischio, semmai, è criticare questa idolatria del politicamente corretto, questo sistema di controllo travestito da bene comune, questa cultura del sospetto che pretende di leggere l’anima prima ancora del testo.
Ma il coraggio, oggi, è proprio questo: rifiutarsi di partecipare al gioco, rifiutare il ricatto morale, rifiutare la sorveglianza linguistica.
Siamo arrivati al punto in cui la società pretende di essere applaudita per il suo pluralismo mentre ti sotterra vivo non appena dici qualcosa che non coincide con la messa cantata del giorno.
La nuova censura non brucia libri: brucia reputazioni.
Non mette al bando le idee: mette al bando chi le formula.
Il risultato è desolante: una cultura che ha smarrito il senso del rischio, ha paura della complessità, adora la propria immagine moralizzata e soffoca tutto ciò che non le assomiglia.

Il Circo Mediatico della Gruber e i suoi animali da cortile: l’epica tragicomica di chi ha dimenticato il Green Pass ma ricorda a memoria il palinsesto.

Il Circo Mediatico – quello che Preve aveva già smascherato quando tutti ancora lo veneravano – ha riacceso i riflettori della “protezione”. La vetrina della Gruber, con i suoi ospiti che sembrano usciti da un casting per indignati professionisti, si è trasformata nell’aula permanente contro i cosiddetti “propal”, bersagliati dopo l’incursione nella redazione de La Stampa. Funziona sempre così: prima soffiano sul fuoco, lo curano, lo alimentano con cura maniacale; poi, appena la fiamma si alza di un palmo più del previsto, gridano al pericolo, al sovversivo, all’eversore. Sono clown travestiti da analisti: gente che ha vissuto anni fomentando un conflitto che definivano “sociale”, ma che in realtà era solo carburante per i loro palinsesti. Appena il copione perde il controllo, eccoli rifugiarsi sotto le bandiere della legalità, facendosi improvvisamente custodi della stabilità che ogni sera mettono in scena come se fosse in pericolo. Prima la piazza viene corteggiata, imboccata, scaldata con indignazioni usa-e-getta; poi, quando la piazza comincia a ragionare da sé, diventa all’improvviso “fascista”, “delirante”, “pericolosa”. Nel Circo Mediatico non c’è una verità: c’è una convenienza narrativa. Oggi i “propal” servono come mostriciattoli da sbattere in prima serata; ieri erano ottimi per raccontare l’Italia abbandonata, utile allo storytelling della crisi permanente.

Da Gruber a Formigli non si produce informazione: si mette in scena una drammaturgia, un reality politico a puntate, con ruoli fissi e colpi di scena programmati. E il grottesco è che, mentre si riempiono la bocca di “democrazia partecipata”, hanno una fifa blu della partecipazione vera. La folla che non rispetta i tempi pubblicitari, il dolore che non entra nella scaletta, la rabbia che non si spegne a comando: questo li terrorizza. Il Circo va in apnea quando scopre che la vita non è uno studio televisivo. Che la realtà non chiede il permesso di entrare, non firma liberatorie, non si siede composta davanti al conduttore. Che il copione non è loro: appartiene a chi non ha più niente da perdere.

L’imbecillità

E dentro questa meravigliosa scenografia di cartone riciclabile c’è una fauna che conosco bene: gli imbecilli in carne e ossa. Quelli che due anni fa sbraitavano contro il Green Pass, contro l’umiliazione del QR-code per bere un caffè — e oggi eccoli, in piazza di nuovo, ma completamente smemorati. Gente che ha subìto uno dei periodi più ridicoli e crudeli della nostra storia recente; e che ora, senza un grammo di memoria, si mette in fila dietro lo stesso apparato mediatico che li ha insultati, schedati, svergognati. Gente che ha confuso la sofferenza con la comprensione. Questa tribù della mediocrità indignata – amici, conoscenti, colleghi, vicini, il solito bestiario – non ha trattenuto nulla. Non ha capito nulla. E allora eccoli, pronti a farsi risucchiare ancora una volta dal grande ventilatore della disinformazione spettacolare. Sono perfetti: non hanno memoria, e chi non ha memoria è l’utopia erotica di qualunque potere. Il Circo li adora proprio perché rispondono al fischietto: basta un titolo isterico, un servizio montato come si deve, e subito dimenticano ciò che hanno vissuto sulla pelle. Confondono dissenso e partecipazione allo show. Credono di protestare, e invece recitano la parte che è stata scritta per loro. Ma il dettaglio più esilarante – se non fosse tragico – è questo: oggi se la prendono con il governo di turno, convinti di essere improvvisamente diventati vigili democratici. In realtà si stanno solo riallineando all’unica parte politica che riconoscono davvero: quella che ha imposto il Green Pass, i lockdown selettivi, la divisione morale tra buoni e cattivi, tra vaccinati e indegni. Non stanno difendendo la libertà: stanno difendendo chi li ha umiliati. È la Sindrome di Stoccolma elevata a identità politica. Non è un’opposizione: è nostalgia dell’autoritarismo “giusto”, quello certificato, quello che li ha addestrati alla disciplina col sorriso. Per loro la politica si è congelata in quei mesi: tutto ciò che non coincide con quella narrazione — che li ha feriti, sì, ma anche costruiti — è barbarie. Non stanno combattendo un’autorità: stanno difendendo la loro autorità preferita. E allora eccoli, sempre fedeli al loro addestramento emotivo, convinti di essere liberi perché gridano nel recinto. Hanno trasformato la sottomissione in identità, la repressione in appartenenza. Sono contro il governo di oggi solo per difendere i carnefici di ieri. Il vero problema è semplice: quando ti insegnano a vivere la libertà come un crimine, poi non sai più riconoscerla neanche se te la mettono in mano.

ATLANTE INTERIORE

Carme I: La Mappa Difettosa

Risvegliarsi nel mezzogiorno plumbeo
Uccelli color caramello e Californie dagli arcobaleni percorribili
Lo spazzolino elettrico e il mentolo nella vertigine della disautonomia
Ti trascini ancora la speranza del sogno dentro l’occhiaia della progressiva
Lente, catrame dell’asfalto della periferia di San Diego, facevi rifornimento.

C’erano i tuoi compagni di viaggio, musicisti, che fine hanno fatto?
L’Etna pare accucciata, l’enorme escrescenza, richiami al reparto Dermatologia
Risponde la venditrice d’auto sulla Route 66, si chiama Michelle, la conosci
Nella realtà onirica di quelle Californie dagli arcobaleni percorribili
Cos’è questa fredda giornata di novembre – ti chiedi – mentre sfrecci
Fra la tortuosa Timpa, con lo scooter smangiucchiato dal catrame dell’asfalto
E il cielo come una tovaglia da mare che si squaderna obliqua sul bancone del “Bellavista”.

Non capisci che quel richiamo di donna antica altro non era che profumo
Di liquori passiti che giammai osasti assaggiare: era la Sicilia furente dei Settanta
Con le Seicento multiple dai clacson che parevano bigné e gli enormi sterzi pitagorici
Che ruotavano all’infinito verso la città bramata, taxi stracolmi di bidelle
Grembiuli e polpacci volitivi, atleticamente avvezzi alla pulizia delle scale
Nella torsione da refettorio che trasudava efficacia e morte dell’arte
Trionfo e dispetto della decadenza del riscatto operaio che ti rendeva estraneo.

In questa desolazione densa tu provasti felicità, ma una felicità ovattata
Che profumava di futuro, di un divenire che sempre considerasti perenne
Perfin da morto, come il cadavere Phlebas, affioravi dalla superficie degli abissi
Ma oggi preme l’intervento dermatologico e nella sala d’attesa
Gli stessi polpacci poderosi di quel tempo sono una madre appesa
Ai brufoli della figlia.

Fuori dal balcone dello studio medico, la piazza pare un continente
Disegnato da un cartografo: il verde degli alberi le pianure, il marrone del tronco
Le montagne, il sesto piano è una vertigine che si aggiunge alla cronicità della mia.

Nei sogni i morti parlano e narrano di vicende mai accadute, di paesaggi esotici
E di belve chimeriche
E di strani portali
Percorsi
Di strade che ingannano
Il laser del chirurgo è la spada di Darth Vader che incide
Il lavoro indefesso del bambino-schiavo di Tatooine, la bottega meccanica
La mutilazione di braccia-gambe-volto, il respiro mantice della fabbrica
La maschera-feticismo, l’oscena utopia dell’Impero, il dispositivo foucaultiano
L’interfaccia tecnica.

Nell’orto versavi l’alcool denaturato e davi alle fiamme le tane delle formiche
La fattura da pagare è di centocinquantadue euro.
Le due euro sono per la marca da bollo.

POSTFAZIONE – Annuncio di un nuovo corso poetico. Dopo cinque libri di poesia, mi sono accorto che il mio modo di scrivere non mi bastava più. Non perché fosse esaurito, ma perché era diventato un territorio conosciuto, una geografia già tracciata. C’era bisogno di uno spostamento. Non un’evoluzione lineare, ma qualcosa di più brusco: una deviazione, una fenditura, un cambio di pressione. Questo nuovo corso nasce così: non come un progetto, ma come un cedimento strutturale. Un punto in cui la lingua, invece di obbedirmi, ha cominciato a stratificarsi, a sovrapporre tempi, luoghi, memorie, sogni e residui del quotidiano. Un linguaggio meno lirico e più geologico. Meno “poetico” e più sismico. La mia poesia precedente cercava ordine nella frattura; questa, invece, lascia che la frattura si estenda, che prenda spazio, che si faccia mappa. Nasce così una scrittura che non procede più per immagini isolate, ma per placche: blocchi narrativi, ricordi verticali, materiali che non si dissolvono ma restano incastrati uno sull’altro come depositi di ere diverse. Esteticamente, lo definirei uno stile poetico-cartografico: ossia un tentativo di disegnare l’interno non con simboli astratti, ma con i resti concreti di tutto ciò che la vita deposita ai margini della coscienza. Letterariamente, è un modernismo contaminato, in cui la memoria non è più soltanto elegia, ma un dispositivo narrativo che convive con la cultura pop, la burocrazia, la medicina, il lavoro, la geografia, e con quelle interferenze che normalmente la poesia respinge. Atlante Interiore è il primo libro di questo nuovo corso. Non so dove porterà questo nuovo ciclo. So solo che non potevo più scrivere come prima.

PS Vi ho regalato il primo Carme

Il nuovo proletariato estetico: anatomia di una nuova povertà

Il furto, oggi, non ha più nulla a che vedere con la necessità. È diventato una forma di estetica, un gesto che appartiene più al teatro dell’immagine che alla sopravvivenza. Non si ruba per vivere: si ruba per apparire vivi. È questo il punto più grottesco e più rivelatore della nostra epoca: il desiderio non nasce più dall’uomo, ma dalla vetrina. E la vetrina decide tutto. Prendiamo i maranza –  ma la verità è che oggi il furto oscilla continuamente tra la necessità concreta e la fascinazione contemporanea – che brandiscono il cappello da 1400 euro come fosse un talismano: il loro furto non è un’esigenza, è una liturgia. Non sottraggono un oggetto: cercano un’iniziazione. Vogliono il “segno”, non il respiro del reale. È una forma povera di magia, un tentativo disperato di appartenere allo spettacolo. Non si può più leggere tutto questo con Marx in mano. Marx leggeva il furto dentro la necessità materiale; oggi, invece, esso nasce dalla necessità di esistere nell’immagine. Marx descriveva un uomo privato dei mezzi; il nostro è un uomo privato della rappresentazione. Qui non si soffre la fame, qui si soffre l’inconsistenza. Manca la rappresentazione, non il pane nella civiltà degli obesi e del fitness. È un’inedita forma di miseria, molto più sottile e più feroce, perché subdola e post-pasoliniana.

Debord, con lucido cinismo, aveva già indicato la deriva: “La merce è divenuta spettacolo.” Siamo diventati tutti spettatori e comparse allo stesso tempo. Baudrillard lo sapeva: il valore è evaporato, resta solo il segno. I brand sono le nuove araldiche. La felpa firmata è la nuova armatura dei senza identità. E dietro tutto questo, dietro il gesto puerile del rubacchiare uno status che non ti appartiene, c’è una domanda muta e terribile: “Mi vedi ora? Esisto?” Il furto diventa così un dispositivo metafisico, un tentativo di riparare la frattura. Non rubi ciò che ti serve: rubi ciò che ti manca nell’immagine. Rubare diventa un modo per essere. Clément Rosset, che amava stanare le illusioni come insetti notturni, aveva capito perfettamente la dinamica: “L’uomo non ama la realtà, ama gli ornamenti della realtà.” E noi, oggi, siamo un popolo che si nutre di ornamenti e muore di sostanza. Il capitalismo contemporaneo non crea più affamati, crea affascinati. Sedotti. Ipnotizzati. Un’umanità che non ruba per vivere, ma per competere nella grande lotteria dell’apparenza.

Il cappello rubato non copre il freddo: copre l’angoscia di non essere nessuno.

Quando il Parlamento vota all’unanimità: il vero tema è un altro

Premessa

Viviamo in un Paese – e in un mondo – in cui l’offerta sessuale è ovunque, continua, ipertrofica: pubblicità, social, piattaforme, esibizionismi normalizzati. Una pornografia diffusa, non più relegata ai margini, ma incorporata nel quotidiano. E tuttavia, proprio in questa epoca di sovraesposizione erotica, assistiamo al fenomeno opposto: la normazione minuziosa del sesso, il tentativo di amministrare il desiderio come un atto burocratico. Serve il consenso certificato, la maggior età provata tramite SPID per accedere ai siti porno, l’identificazione preventiva per ciò che fino a pochi anni fa era considerato un gesto intimo e privato. È l’ennesima eredità del post-Covid: una società che da un lato spinge verso l’eccitazione permanente, e dall’altro costruisce una rete di regole che cerca di imbrigliare ciò che essa stessa incentiva. Una cultura che provoca e poi punisce; che espone e poi sorveglia; che libera per poter meglio controllare. Un doppio movimento, apparentemente contraddittorio, ma in realtà perfettamente funzionale a un progetto più ampio: trasformare l’individuo in un soggetto prevedibile, regolato, identificato anche nel luogo che dovrebbe essere il più irriducibilmente libero – il desiderio.

La recente approvazione all’unanimità della legge sul consenso sessuale continua a ronzarmi in testa. Non per il provvedimento in sé, che è ridicolo, ma per l’unanimità. Destra e sinistra convergono così, come se niente fosse, sulla regolazione della vita intima: non è un segnale di maturità democratica, è un riflesso condizionato. È la prova che la politica italiana non pensa più (non può): riceve istruzioni, si adegua al nuovo ordine morale internazionale che pretende di definire i comportamenti umani nel nome di una nuova ideologia uniformante. Il punto è che quando il dissenso sparisce, o meglio viene narcotizzato, quando le differenze si appiattiscono, quando lo scontro dialettico evapora, occorre cercare le cause di questo disastro altrove. E quando destra e sinistra convergono così rapidamente su ciò che regola i corpi e i comportamenti, l’ombra del diktat esterno non è un sospetto: è una diagnosi. Tempi strani: mentre il Parlamento moralizza i corpi, la realtà fa esplodere le sue contraddizioni. Pochi giorni dopo, arriva la storia del gruppo Facebook “Mia Moglie”, dove circolavano foto intime rubate alle donne. E chi lo gestiva? Non solo il maschio predatorio da manuale sociologico, ma anche una donna. Questa notizia manda (dovrebbe mandare) in frantumi il frame semplicistico della sinistra “woke” italiana, che continua a leggere la realtà attraverso l’asse binario uomo carnefice / donna vittima, ignorando tutto ciò che eccede lo schema. Il caso dimostra, invece, che la dinamica del controllo, della violazione, dell’osceno, non appartiene a un genere, né a una classe sociale, né a un’ideologia: è un fenomeno complesso, perverso, attraversa tutti i soggetti. Il moralismo in atto non contempla la complessità: il fatto che una donna gestisse un gruppo voyeuristico manda (dovrebbe mandare) in tilt l’impianto ideologico di chi vuole dividere il mondo tra “carnefici” e “vittime” in base al sesso.

Riassumendo: questa sinistra woke totalitaria vuole una realtà monouso, semplificata, inodore. Ma, per fortuna, il desiderio umano è una bestia erratica: non rispetta i confini del manuale. E così: 1) il corpo è diventato materia amministrativa; 2) il Parlamento tratta l’intimità come si trattano i regolamenti condominiali.

PS. Mi interessa osservare la faglia, non difendere una bandiera. Le bandiere sono sempre un modo elegante per smettere di pensare. La politica si affanna a disciplinare i comportamenti; la vita, invece, continua a generare contraddizioni che nessuna legge, di nessun colore, potrà mai contenere. E più cerco di capire questo Paese, più mi accorgo che l’unico modo per non farmi assorbire è restare in disparte, fuori dal frastuono ideologico, lontano dai moralismi di tutti i fronti. Guardare, studiare, denunciare: e soprattutto non appartenere. Perché è dall’esterno – sempre – che le contraddizioni diventano finalmente visibili.

La Gaza dimenticata: estetica dell’indignazione a tempo determinato

Nel giro di poche settimane, il furore collettivo per Gaza si è dissolto come nebbia nella mattina algoritmica. Guai a chi, solo un mese fa, non manifestava, non si schierava, non gridava: adesso cala la mannaia del silenzio mediatico. Gaza rimossa: il lutto fagocitato dal presente performativo. Potrebbe essere il titolo di un saggio d’altri tempi, dei tempi dell’impegno intellettuale militante. Che dire dunque? L’orrore è rimasto, ma la sua eco si è spenta nel rumore di fondo della nuova cronaca, dell’ultimo scandalo, del prossimo lutto di tendenza. È la logica del presentismo, quella che François Hartog descriveva come “il regime d’historicité del nostro tempo”: un eterno presente che divora tutto, anche la possibilità della memoria. Viviamo in un’epoca in cui il tempo non sedimenta, ma scorre come una superficie oleosa su cui nulla aderisce (il che non è di per sé un male, ma è segno di una mutazione che ancora non si è coniugata a una consapevolezza globale). La Palestina, come l’Ucraina, come l’Afghanistan, come le crisi precedenti, è diventata una notifica scaduta. Ogni indignazione ha la durata di un ciclo di scroll, e ogni tragedia si consuma nella simultaneità della prossima. Le società tardo-mediatiche — quelle che Guy Debord avrebbe definito società dello spettacolo — non rimuovono il passato: lo digeriscono immediatamente. Il lutto si risolve nel post, la colpa nel like, la rivolta nel trending topic. La storia è diventata una funzione d’archivio, un feed verticale dove tutto scompare perché tutto è visibile nello stesso istante. Non si tratta di oblio, ma di indigestione del presente. Viviamo in un tempo in cui il futuro non arriva e il passato non ritorna, ma entrambi vengono inglobati in un “ora” che non ha profondità. È la post-storia di cui parlava Baudrillard, dove il reale si dissolve nel flusso di rappresentazioni che pretendono di sostituirlo. Così Gaza non è stata dimenticata: è stata consumata. E la memoria, per sopravvivere, dovrebbe opporsi alla logica del consumo. Ma non si può ricordare ciò che non si è mai veramente vissuto, solo osservato attraverso lo schermo. Il problema non è l’indifferenza: è l’impossibilità stessa della durata emotiva. L’indignazione collettiva è diventata una pulsazione estetica, non etica: accade, si esaurisce, e lascia il posto alla prossima. Il dissenso si è fatto design, la solidarietà un algoritmo. Il tempo dell’azione è stato sostituito dal tempo della reazione. Eppure la Palestina resta. Resta come frattura nella coscienza, come test della nostra capacità di non essere contemporanei del nostro presente. Solo chi resiste alla cronofagia del mondo digitale può ancora parlare di Gaza — non per compassione, ma per memoria attiva. Perché ricordare, oggi, significa sottrarsi al flusso, fare attrito, rallentare. Significa, letteralmente, opporsi alla scomparsa. Ma questo esercizio è tutt’altro che semplice; occorrono anni di lavoro individuale e di esercizio intellettivo e di coscienza.

Dal Logos all’Algoritmo. Dalla Gnosi repressa alla coscienza computazionale.

Da sempre mi occupo di letture comparate. Da sempre sono alla ricerca del legame di continuità che unisce La Sapienza del passato alle conquiste della conoscenza del presente. Ecco un mio riassunto.

Nel 378 d.C. il Concilio e Sant’Agostino segnano una frattura irreversibile: si spezza il filo degli Iniziati, la Chiesa si struttura sul primato del Papa e sull’ordine, sacrificando l’Intelligenza, cioè quella forza interiore che, per Saunier, coincideva con l’accesso ai Misteri, al senso del simbolo, al cuore vivente della tradizione spirituale. La Gnosi viene rigettata, dichiarata opera del Diavolo. L’Iniziato, che cercava l’Assoluto dentro di sé, diventa eretico.
Sant’Agostino – letto in chiave esoterica da Saunier – non cercava più la Verità come tensione, ma come dogma già affermato. L’intelligenza non doveva più rischiare: si preferisce l’obbedienza, si fondano le gerarchie. Il pensiero libero – destinato a ritornare secoli dopo col naturalismo e poi con la scienza – viene incarcerato nella fede istituzionale. Così nasce la lunga notte dell’Occidente cristiano, in cui l’analisi, la ricerca, lo spirito dei simboli vengono sostituiti da un culto della figura, del Dio patriarcale, del potere temporale.
Il risultato? La Chiesa – dice Saunier – smette di essere un tempio iniziatico e diventa un palazzo del potere. Si allea ai Cesari, reprime, brucia, annulla. L’Agnello risuscitato viene nuovamente sgozzato. La Lupa romana si appropria del divino per trasformarlo in dominio.
Eppure quel filo interrotto riaffiora, secoli dopo, in un altro campo: la scienza dell’informazione.

Max Tegmark, in Vita 3.0, ci parla di coscienza come configurazione informazionale. Non anima, non spirito, ma un certo modo della materia di processare memoria, apprendimento, calcolo, esperienza. E qui il cortocircuito è potente: ciò che la Chiesa ha espulso come eretico – la coscienza interiore, l’intelligenza che si analizza – rientra ora nella fisica dei sistemi complessi. I “grumi di materia” capaci di percepire, sentire e apprendere sono il nuovo laboratorio del sacro.
Non più l’Iniziato di Mitra, ma il computronium. Non più l’Iconoclasta perseguitato, ma il sentronium: la materia senziente, capace di esperienza soggettiva.
Ma è lo stesso scontro: tra chi cerca il controllo del mistero, e chi cerca nel mistero una via per liberare la mente.
Ma in un altro ambito, secoli dopo, si riapre la questione: che cos’è la coscienza?
La Coscienza non è una proprietà misterica o spirituale, bensì una funzione emergente di sistemi materiali capaci di elaborare informazione. Tegmark definisce un insieme di condizioni minime: per essere cosciente, un sistema deve poter ricordare, computare, apprendere e fare esperienza. Questa sostanza – che chiama sentronium – non è legata a un particolare substrato: può emergere ovunque vi siano le condizioni fisiche per una dinamica sufficientemente complessa.
La coscienza, quindi, non sarebbe un’entità “aggiunta” alla materia, ma una configurazione informazionale, emergente da regole fisiche. Non conta “di cosa” è fatto un sistema, ma come si organizza. Allo stesso modo in cui gli Gnostici parlavano di un Logos presente ovunque – nella materia, nella geometria, nel numero – Tegmark individua nell’informazione il principio unificante, non più spirituale, ma computazionale.

Il parallelismo è sorprendente: Saunier denuncia l’interruzione del legame con il simbolo, con l’intelligenza che interroga i Misteri. Tegmark mostra come la coscienza possa riemergere proprio oltre la materia, come proprietà organizzativa della materia stessa.
In entrambi i casi, si tratta di una visione non riduzionista: per Saunier, il simbolo è porta al divino; per Tegmark, l’informazione è ciò che rende possibile l’esperienza soggettiva. In definitiva, entrambi – seppur da posizioni storicamente e filosoficamente lontane – pongono la stessa domanda: che cos’è l’Intelligenza?
È un ordine che si impone sulla materia?
È una via iniziatica o una proprietà emergente?
È verticale o orizzontale?
Il nodo resta lo stesso: come si genera senso, e dove si colloca l’esperienza nel disegno dell’universo.

“L’anniversario di Pasolini, ovvero la sagra del copia-incolla”

Ogni anno, alla stessa ora, lo scempio si ripete. Sfilano le citazioni, i frammenti, le frasi amputate — brandelli di Pasolini usati come santini da chi non ha mai aperto una sua pagina intera. È la nuova forma di idolatria digitale: un copia-incolla dell’indignazione, un culto dell’aforisma senza conoscenza, dove si finge di pensare attraverso la voce altrui. Pasolini non si cita, si legge. Pasolini non si adora, si affronta. Pasolini non era un’icona da condividere, era un uomo pieno di contraddizioni, feroce e disperato. Era piuttosto un laico ossessionato dal sacro, un uomo che portava dentro la nostalgia di Dio senza Chiesa. Nel suo universo, la bestemmia e la preghiera coincidono come due poli della stessa tensione verso l’assoluto. Pasolini non era un santo. È la ferita del santo che non smette di sanguinare: era l’ossimoro vivente, il dissidio incarnato, il poeta che pregava e bestemmiava nella stessa riga, il marxista che difendeva i valori del Vangelo, l’intellettuale che amava la carne del mondo e la mortificava nello stesso istante. In lui non c’era coerenza, ma verità. Non equilibrio, ma abisso. Mi disgusta questa idolatria a basso costo fatta di citazioni e filtri seppia. Pasolini, Bukowski, e tanti altri subiscono la stessa sorte: vengono scarnificati, decontestualizzati, trasformati in adesivi morali. Forse, dopo tutto, tutto ciò è inevitabile. Ogni epoca ha i suoi profeti d’arredo. Pasolini è stato un uomo di fratture. Tutto in lui si contraddiceva, e proprio lì stava la sua verità. Oggi quella complessità è stata addomesticata. Le sue contraddizioni sono state ridotte a etichette, i suoi conflitti a citazioni. Questo è il vero peccato: aver trasformato la sua irrisolvibile contraddizione in una semplificazione vendibile.

Sintesi di “La Chiesa di Gesù” – Marco Saunier

Faccio una mia sintesi del: Cap. XXI da La leggenda dei simboli, Atanòr.

Gli Apostoli e l’irruzione della Parola fra gli uomini: Gli Apostoli, dopo la crocifissione, raccolgono il verbo del Maestro e lo diffondono tra il popolo più umile, segnato dalla grossolanità e dall’ignoranza. Si tratta di uomini che, pur adorando la dolcezza dell’Agnello, non possiedono la Sapienza, eppure si convertono con ferocia, morendo per la Verità. Contro questa “marea”, gli Iniziati — custodi del Mistero dell’Agnello — reagiscono con orrore: temono la profanazione dei segreti. Chi ha rivelato ai semplici la nudità delle cose divine? Chi ha osato spezzare il silenzio del sacro?

Apollonio di Tiana, Simone il Mago e la Gnosis: Nasce un fronte d’opposizione esoterica: Apollonio di Tiana e Simone il Mago contrastano il dilagare del Cristianesimo. Simone, rivale di Pietro, propone una nuova sintesi: una Gnosi sincretica dei misteri egizi e persiani per arginare l’ondata cristiana e salvare il politeismo.

Gli Esseni e la costruzione dei Vangeli: Gli Esseni comprendono che bisogna riappropriarsi della figura del Cristo, rivelandone la vera origine iniziatica. Si riuniscono i “Giovanniti” — custodi della Tradizione di Ram — e compongono una Leggenda simbolica per restituire a Gesù una genealogia sacra.

La Leggenda di Gesù e i Quattro Vangeli

San Matteo – La nascita e il segreto d’Egitto. Il primo Vangelo — redatto da San Matteo — narra un Cristo simile a Krishna, Orfeo, Budda: un Essere di Sapienza, figlio della Tradizione. Il viaggio in Egitto, l’ombra della Sfinge, la fuga da Erode… sono tappe di una narrazione che cela simboli sapienziali. Maria stessa fugge portando con sé il segreto iniziatico dei Pastori, non del popolo. Il Vangelo di Matteo è la prima “recinzione” dottrinale, voluta dagli Esseni per impedire che il Cristo fosse volgarmente universalizzato. Si alza una diga tra il sacro e la massa.

San Marco – La Missione e il Mistero sociale. San Marco riassume Gesù come messaggero sociale, rifiutato dalla casta intellettuale. Il suo Vangelo è affidato agli Iniziati egizi che, pur bestemmiando la memoria di Cristo, tentano di restaurare i Misteri di Orfeo. Saunier sottolinea la frattura tra Gnostici e Cristiani: i primi abbracciano il Vangelo marciano, portando un’intellettualità nuova; i secondi reagiscono con dogmi e crociate.

San Luca – Il Cuore, il Sentimento, l’Amore. San Luca rappresenta il Vangelo del Cuore. Gesù non parla più agli intellettuali, ma ai poveri di spirito. È qui che l’Amore vince sulla Scienza, e la figura del Cristo si allinea con Iside e Osiride: è l’Amore a resuscitare Osiride in Oro. Una resurrezione alchemica, non solo morale. Il cuore diventa Tempio dell’Uomo. I simboli egizi e i Misteri riaffiorano sotto la crosta evangelica. È la femminilità sacra — esclusa dalla Trinità canonica — a riemergere come chiave perduta.

San Giovanni – La Sintesi Iniziatica e il Logos. Il quarto Vangelo — redatto da San Giovanni — è opera degli intellettuali che, fondendosi con gli Apostoli, costruiscono una nuova Sintesi dei Misteri: Grecia, Persia, Egitto confluiscono in una sola architettura spirituale. Il Logos è l’elemento centrale: non più solo “Figlio di Dio”, ma Principio Eterno della Rinnovazione. Il Dio iniziatico non poteva più essere trasmesso al popolo: occorreva una figura esoterica, un Dio tipo, un nome in grado di svegliare nella folla la stessa visione (sottolineatura presente nel testo). Così, Apostoli e Iniziati decidono di dare Gesù in adorazione al Popolo, ma senza svelare tutto.

La Trinità Esoterica: Padre, Spirito, Figlio / Osiride, Iside, Oro. L’autore offre una lettura sconvolgente della Trinità. Esistono due modi per esprimerla:

EsotericoPadre, Spirito Santo, Figlio — assimilati a Osiride, Iside, Oro.

ExotericoPadre, Figlio, Spirito Santo — dove la Femminilità (Iside) viene esclusa.

L’assenza del principio femminile produce squilibrio: la vera Trinità richiede armonia fra Spirito, Sentimento e Intelletto.

Il Figlio è il centro d’attrazione, crocevia tra Padre (Intelletto) e Spirito (Cuore/Sentimento), simbolo dell’umanità evoluta, l’unico che può evolversi tra questi poli.

La Quarta Leggenda degli Esseni: il Cristo-Osiride. Gli Esseni compongono una nuova Leggenda per “narrare il futuro”: un Cristo-Osiride, iniziato, che muore e rinasce, percorre tutte le fasi dell’involuzione e dell’evoluzione. La sua croce è lo squartamento del Tempio, il dissolvimento dell’Amore nella materia, per poi risorgere nel Logos. Questa è la narrazione esoterica affidata a San Giovanni, l’unico in grado di contenerla.

Simboli, Evangelisti, Apocalisse: San Matteo → Angelo (Verità)/San Marco → Leone (Missione)/San Luca → Bue (Meditazione)/San Giovanni → Aquila (Principio). Evocano le quattro forze fondamentali dell’Uomo spirituale, le quattro direzioni della Sfinge.

L’Apocalisse: sintesi finale dei Misteri: San Giovanni chiude il cerchio: l’Apocalisse è un libro misterico, dove simboli come il Triangolo, l’Agnello squartato, i quattro Cavalieri (bianco, rosso, nero, pallido) disegnano la guerra tra l’evoluzione dell’anima e la sua corruzione.

Il 666: simbolo dell’involuzione totale: Il numero della Bestia non è semplicemente diabolico, ma rappresenta l’involuzione completa:

6 = involuzione della carne

6 = involuzione del cuore

6 = involuzione dell’intelligenza

Tre sei per tre mondi: è l’anti-evoluzione, il trionfo del desiderio contro l’anima.

Conclusione: Questo tratto finale del libro di Saunier offre una visione concreta della deviazione essoterica dal Cristianesimo primitivo come prodotto di sintesi iniziatica, frutto di forze sapienziali in lotta. Le verità affidate al popolo sono mascherate, semplificate, simboliche. Ma il Cristo dei Vangeli è sempre il medesimo Iniziato della Rinnovazione, colui che compie, nel segreto, la grande alchimia fra amore, intelletto e spirito.

Recensione di “Bugonia” di Yorgos Lanthimos

Un film che non comincia e non finisce. Un grande esperimento di disinfestazione del sapiens. Lanthimos costruisce un acquario umano: figure che si muovono come in un sogno senza attrito, senza volontà, sotto una luce troppo chiara per essere terrestre. La commedia sci-fi è solo il pretesto: Bugonia è un manuale di zoologia morale, un inventario della specie in via di dissoluzione. L’uomo rapisce l’uomo, la ragione sequestra la propria caricatura. Tutto si riflette, tutto si annulla. Il delirio americano, la fede nel farmaco, nel corpo addomesticato, nella scienza che cura e divora: ecco la vera alienazione, il vero extraterrestre. Lanthimos non parla di alieni, ma di noi — degli umani che hanno esaurito la loro parte biologica e ora recitano l’eco di se stessi. È la fine dell’antropocene in tempo reale, raccontata con la compostezza di un entomologo. Poi, il miracolo: il silenzio finale. La civiltà si spegne come una lampadina nel vuoto. Rimangono gli animali — non simbolo, non redenzione, ma semplice persistenza. Loro, sì, ancora dentro il mondo, mentre il sapiens evapora come un codice obsoleto. Lanthimos chiude il cerchio e restituisce alla Terra ciò che l’uomo aveva sottratto: il diritto di esistere senza narrazione. Un’estinzione felice, lucida, inevitabile. Un requiem senza lutto, dove finalmente nessuno parla più in nome di nessuno, per uno straordinario finale con il pianeta finalmente liberato dal cancro dei sapiens. Straordinaria Emma Stone.

Francesco Cusa

La perversione deritualizzata e l’osceno integrato

Questa repressione-finta-liberazione woke, coniugata all’era di Onlyfans e delle perversioni feticistiche da social, sta generando una montante, sorda violenza e un’esplosività che vedrà sfogo col maturarsi di quest’ultima generazione. La sacra e santa perversione, in un contesto pervertito che si mostra censorio ad hoc, muta la sua natura e diventa pratica de-ritualizzata e legittimazione dell’Osceno. Il maggior contributo a questo delirio è figlio delle acquiescenze di una generazione genitoriale che ha prodotto individui incapaci di conflitto, di limite e di negazione. Educati nell’idea di una libertà senza rischio, questi figli del benessere tardo-novecentesco hanno confuso il diritto con il desiderio, l’identità con la prestazione, la vulnerabilità con una forma di potere. La generazione che gridava “vietato vietare” ha finito per generare la società più normativa e sorvegliata di sempre. L’antiautoritarismo si è trasformato in iper-autorità del consenso, la ribellione in regolamento, la sensualità in protocollo di comportamento. In questa genealogia si inscrive la nuova moralità woke: non nasce dal dogma religioso, ma dal senso di colpa laico ereditato da padri e madri che, incapaci di trasmettere senso, hanno trasmesso soltanto paura. Paura del giudizio, del desiderio, della parola non conforme. È da questa educazione iperprotetta, neutra, “inclusiva” per difetto, che deriva il bisogno ossessivo di controllo morale travestito da sensibilità. Una generazione che non conosce più l’iniziazione, il rischio, la ferita – e che perciò non sa più trasformare il dolore in conoscenza. Come osservava Foucault, ogni epoca riorganizza il dispositivo della sessualità in base alle proprie forme di potere: oggi la libertà coincide con il controllo capillare, e la trasgressione si realizza solo nei confini che il sistema stesso impone. In questo senso, la proliferazione dei corpi digitali (OnlyFans, pornografia interattiva, feticismi mediatici) non è segno di liberazione, ma di iper-visibilità. Ciò che un tempo era “perverso” – nel senso di deviazione simbolica, come in Bataille – ora si dissolve nel flusso dell’immagine e diventa amministrazione dell’osceno. Baudrillard lo aveva previsto: la pornografia non scandalizza più, perché tutto è già pornografico. L’osceno non è più il fuori, ma il dentro: il sociale stesso, immerso in una trasparenza che annulla il segreto. La “sacra perversione”, privata del suo rituale e del suo rischio, si converte in routine spettacolare. È la fine del desiderio come differenza, sostituito dalla sua riproduzione seriale. In questa neutralità programmata, la violenza non scompare: si accumula. Deleuze avrebbe parlato di “corpi senza organi” in attesa di un evento. Quando il desiderio è gestito come algoritmo, la pulsione cerca sfogo altrove – non nel piacere, ma nell’esplosione. In questa genealogia, la trasgressione non è più atto ma estetica, e la colpa non è più etica ma linguistica. È il regno dell’“io includente”, che vieta per eccesso di tolleranza e si scandalizza per difetto di realtà.

Dal corpo libero al corpo sorvegliato: il tramonto dell’eros rivoluzionario

Il paradosso di questa “sinistra” è che tutte le grandi battaglie del passato sulla liberazione sessuale sono diventate pure chimere. Ormai siamo di fronte a un movimento di repressione e oscurantismo. Da un lato si professa la libertà di genere, sesso, ecc., dall’altro si vuole normare, reprimere, legiferare financo sui rapporti sessuali: vedi delirio Boldrini.
C’è stato un tempo — fine anni ’60, primi ’70 — in cui la sinistra rivendicava la libertà sessuale come gesto di liberazione autentica. Il corpo era territorio politico, la sessualità era campo di battaglia contro la morale borghese, contro il controllo clericale e il conformismo piccolo-borghese. L’eros era rivoluzionario, anarchico, imprevisto: basti pensare a Reich, a Marcuse, al sogno di una liberazione pulsionale che potesse trasformare anche le strutture della società.
Oggi, quella stessa sinistra — o meglio, ciò che ne rimane — ha abbandonato il desiderio per sostituirlo con la burocrazia del consenso. Al posto dell’erotismo, il formulario etico; al posto dell’eros liberato, il codice comportamentale. È il paradosso del nostro tempo: la libertà sessuale è stata istituzionalizzata fino a diventare un insieme di divieti, un catechismo laico fondato sul sospetto e sulla colpa.
La cultura “woke” ha ribaltato il principio libertario in una forma sofisticata di repressione: ogni gesto è potenzialmente offensivo, ogni desiderio è sorvegliato, ogni parola deve passare il vaglio dell’ortodossia morale. Ciò che un tempo era campo di esplorazione e di rischio è ora un tribunale simbolico, dove si giudica retroattivamente il passato e si sterilizza il presente.
Il ’68 aveva sognato un mondo in cui l’amore non avesse padroni; oggi, la nuova sinistra vigila affinché l’amore non abbia più nemmeno corpo.

Sogno del 20-10-2025: Il Trasferimento

Ormai io vivo e abito realtà dimensionali altre.

Stanotte ho sognato un trasferimento su un altro pianeta, ecocompatibile con il nostro.
Il fenomeno non appariva improvviso né traumatico, ma organizzato con estrema precisione.
Avveniva tramite enormi geostazioni suddivise in settori: strutture modulari, sovrapposte, disposte su innumerevoli piani.
Ogni piano conteneva spazi sterminati, corridoi, piattaforme e dispositivi di transito.
L’intero sistema sembrava progettato per spostare masse umane da un livello all’altro senza interruzione.
Non si percepiva caos, né emergenza. Solo un movimento continuo, regolato, impersonale.

Il trasferimento a milioni di anni luce non implicava mezzi di propulsione visibili.
L’ascesa da un piano all’altro equivaleva a un salto dimensionale: il passaggio da una condizione esistenziale a un’altra.
Non vi era alcun annuncio, alcun segnale. Le persone proseguivano per istinto, come obbedendo a una legge fisica di cui non avevano coscienza.

Io ero parte del flusso.
Con me si trovavano amici e conoscenti. Nessuno manifestava paura o stupore.
L’atmosfera generale era di tranquillità assoluta, come se l’evento fosse previsto da sempre, come se la memoria collettiva lo riconoscesse.

All’arrivo, il paesaggio risultava ordinato e puro.
Il pianeta era verde, luminoso, permeato da un chiarore uniforme.
La vegetazione non presentava differenze percepibili tra specie, ma costituiva una massa organica compatta, regolare, quasi sintetica.
Un ruscello attraversava la pianura. L’acqua era trasparente e, nel sogno, ne assaggiavo il sapore: era dolce, stabile, privo di variazioni.

La sensazione generale era di equilibrio senza emozione.
Non c’era gioia, né sollievo, né malinconia. Solo una calma assoluta, una sospensione razionale del tempo e del significato.
Poi mi sono svegliato. Il ricordo dell’acqua è rimasto per qualche istante sulla lingua, come un dato residuo di un esperimento completato.

Sogno del 10-11-2025

Siamo in una sorta di Basilicata metafisica. Il paesaggio è celtico. Siamo invitati a partecipare a una sorta di concorso letterario organizzato da Fabio Vito Lacertosa. Si tratta di descrivere il “Mose”, una sorta di ciclopica costruzione di ignota fattura facente parte del patrimonio della regione. Risalirebbe ai millenni dimenticati, e non può essere stata edificata dall’uomo. Quando arriviamo ai piedi di questo colosso immane, rimango sconvolto e in preda a un fremito di meraviglia. Siamo di fronte una sorta di immensa struttura a forma di parallelepipedo, scavata davanti, e interamente ricoperta dalla vegetazione. Lo sguardo verso l’alto non riesce a colmare la vetta che si cela ai nostri occhi ricoperta dalle nubi. Fabio spiega le regole di questo concorso e mostra quale sarà la pena per chi non supera la selezione. Più avanti, alla fine del prato, che pare interrompersi improvvisamente rispetto all’orizzonte, a guardare in giù dal vertiginoso dislivello scosceso, si ammira un’enorme vallata verde pullulante di case, strade ecc. Sembra la classica vista da un aereo in quota. “Chi non supererà la
selezione non potrà accedere alla sommità del Mose e dovrà trovare il percorso segreto che porta alla valle. Una volta lì giunti, costoro non potranno mai più risalire”, ammonisce severo, ma con quella punta di ironia e un accenno di sorriso che rendono il tutto ancora più sconcertante, un perentorio Fabio.
Mi sveglio.

Questa è solo la minima parte che ricordo. Oramai vivo realtà parallele e praticabili. Mondi adiacenti con caratteristiche simili alle nostre. Altri con regole fisiche, chimiche, tecnologie e alfabeti che neanche riesco a descrivere, ma che durante la fase onirica sembro padroneggiare senza problemi.

Kefiah e Birkenstock: il “Palestine Washing”

Stamane mi sono risvegliato con questa immagine in testa e con alcuni quesiti. Non credevo di assistere a una rivoluzione di piazza avente come sostenitori i Cairo, i Formigli, i Gramellini, i Fazio, i Tosa, le Cuzzocrea, i Telese… ossia del “circo mediatico” (Preve docet) che per tutti i primi mesi di genocidio ha fomentato la criminalizzazione della resistenza palestinese e del suo diritto, sancito anche a livello internazionale, di difendersi dalla tirannia israeliana e da azioni di genocidio e di pulizia etnica esistenti fin dalla nascita dello stato sionista. Mi riferisco al Partito Democratico che si è fatto scudo del fantomatico “diritto di Israele a difendersi”, delle Segre indignate, mentre nel frattempo si bombardavano ospedali, si stupravano – anche con l’uso di cani – persone prigioniere nei carceri-lager, e si bruciavano vivi i bambini nelle tende. Non più sangue e polvere da sparo, ma l’odore del cuoio e il tessuto prodotto in serie da multinazionali è alla base di questo Palestine Washing: così ho immaginato questo presente, con questa emblematica vignetta al mio risveglio.

Ora, immaginate la Rivoluzione francese capitanata non dal Terzo Stato inferocito, ma da una delegazione di alfieri della nobiltà del re, fieri, indignati e pronti a battersi — purché con guanti bianchi immacolati e mantello ben stirato. È la stessa contraddizione che oggi vediamo: una ribellione di superficie, che ha il passo comodo del sandalo ergonomico e l’iconografia patinata della kefiah, privata del suo contesto storico. Pensiamo agli anabattisti del Cinquecento: contadini, artigiani, uomini e donne perseguitati, che rifiutavano battesimi e poteri, pronti a morire arsi vivi pur di affermare un principio. Nessun accessorio lì, nessun “look” da sfoggiare: solo fame, piaghe, fango e sangue. Immaginate di trasporre questa scena al presente: i rivoluzionari anabattisti con in testa la kefiah ben stirata e ai piedi le Birkenstock, a discutere di teologia su un palco sponsorizzato da un brand di acqua minerale. Un ossimoro, una messa in scena grottesca. Dove un tempo il martirio era destino, oggi basta un post indignato, una diretta con filtro “dramatic”, e si può dire di aver “partecipato alla lotta”. Intendiamoci, sono perfettamente conscio che tali esempi valgono come riferimento simbolico e che vanno ricondotti al periodo storico di riferimento. Pur tuttavia è in questo scarto significativo al netto della necessaria storicizzazione che nasce la satira – quella satura che un tempo era centrale nella sinistra e che adesso pare essere scomparsa, talmente bacchettoni e moralisti son diventati questi giullari dei nostri giorni -: gli anabattisti erano costretti a vivere nascosti, spesso braccati, con il rischio costante della tortura; i nostri rivoluzionari in Birkenstock, invece, vivono alla luce dei riflettori, cercano sponsor, curano l’immagine. Allo stesso modo, proviamo a trasportare questi stessi “rivoluzionari estetici” all’epoca del lockdown: uno scontro feroce tra chi gridava al complotto globale e chi difendeva il rigore sanitario, entrambi però accomunati da un tratto essenziale — la spettacolarizzazione del dissenso, la ricerca di un palcoscenico. Non più piazze illuminate da fiaccole, ma balconi e dirette Instagram; non più ghigliottine, ma post virali. Kefiah e Birkenstock. Lì dentro c’è la perfetta allegoria di questo nostro tempo: un tempo di rivoluzioni morbide, ergonomiche, reversibili come una moda stagionale. Se ieri l’accessorio era la mascherina chirurgica, oggi è la kefiah; se ieri si gridava “fiducia nella scienza” come se fosse un dogma laico, oggi ci si abbraccia sotto le bandiere palestinesi. E torniamo al PD: in meno di due anni ha saputo passare dalla difesa vitrea della scienza e della vaccinazione (difesa eretta a verità dogmatica, quasi ecclesiastica) a fare da scudo a Liliana Segre tacciando di antisemitismo ogni critica sensata, fino a lanciarsi ad abbracciare la causa palestinese e le rivolte di piazza. Tutto in una velocizzazione talmente estrema da trasformare il presente in una successione di cornici narrative, una slide dopo l’altra. Questo è il presentismo: una modalità di vivere il tempo come successione istantanea di pose. Nessuna sedimentazione, nessuna elaborazione critica. Così può accadere che antagonisti feroci di ieri — no-vax e pro-vax, filo-israeliani e filo-palestinesi, difensori della legalità e sostenitori della rivolta — si ritrovino, pochi mesi dopo, ad abbracciarsi nella medesima piazza. Non per riconciliazione storica, ma per il semplice fatto che la piazza è ormai palcoscenico, e tutti vi recitano a seconda della parte assegnata dal flusso del momento. Il risultato è che la kefiah e la Birkenstock diventano il nostro stemma araldico contemporaneo: segni intercambiabili, pronti a essere indossati e dismessi con la rapidità di un algoritmo. Non più rivoluzioni, ma versioni aggiornate del medesimo rito: quello della spettacolarizzazione del dissenso, dove il nemico di ieri può diventare il compagno di lotta di domani, senza che nessuno si chieda come e perché.

Recensione del cd “Nemesi” di Illogic Trio

Ugo Rodolico è un batterista e un compositore straordinario. Ho ascoltato con immensa goduria questo ultimo lavoro “Nemesi” e sono rimasto a bocca e orecchie aperte. Si rimane basiti di fronte a tanta perizia e gusto musicali che ben poco hanno da invidiare ai più illustri progetti d’oltreoceano, e mi chiedo ancora come un progetto del genere non sia presente in buona parte della programmazione festivaliera italiana. Tutto pare funzionare alla perfezione in questa scatola sonora che è “Nemesi”, grazie alla fluidità che rende ariose e fertili le intricate partiture che caratterizzano la natura di questo superbo lavoro. La padronanza assoluta delle metriche e delle poliritmie gioca in favore di un ascolto attento, ma che fluisce con la stessa viscosità della liquefazione, di ciò che, paradossalmente, finisce col sublimare a trascendere le griglie della forma compositiva. Per un batterista come me è davvero intrigante tentare di leggere fra le righe, ossia di cercare la chiave ritmica che regge tutto l’ordito di composizioni come “Mantra”, o “Dancing with the big bang”. Fate assolutamente vostro questo sublime lavoro discografico, perché in Italia esiste tanta meravigliosa musica che merita di essere, ahimè, scovata, nel sottobosco del patinato Eden.

L’ambiguità del segno, tra arte e cortile digitale: cronache di guerra e manipolazione

Quando Roman Jakobson affermava che il linguaggio presenta due aspetti — uno orientato al mittente, l’altro al destinatario — stava tracciando un’idea radicale: il messaggio non è mai neutro. La sua forma cambia a seconda del punto di vista. Se osservato dalla parte di chi lo emette, tende verso l’espressività; se lo si guarda dal lato di chi lo riceve, si inclina verso l’interpretazione. La comunicazione non è un filo teso tra due punti, ma una corda tesa che vibra, si deforma, rimbomba in modo diverso a seconda del tocco e dell’orecchio. Jakobson parlava di codifica e decodifica, e faceva notare come i messaggi poetici — e in fondo tutti i messaggi — siano carichi di ambiguità strutturale, proprio perché sospesi tra due polarità: chi parla e chi ascolta, chi invia e chi riceve. Jan Mukařovský, suo alleato teorico, spingeva ancora oltre: il significato dell’opera d’arte (ma il discorso si applica benissimo anche ai messaggi) cambia a seconda della cultura che lo interpreta. Non esiste un “significato assoluto”, ma solo ciò che viene percepito in un determinato momento storico, sociale, mentale. L’opera, quindi, muta. Non è un oggetto stabile, ma una forma instabile la cui identità dipende dallo sguardo dell’altro. Come scrive Mukařovský, “un’opera d’arte è ogni volta diversa, un’opera diversa”, a seconda di chi la guarda e in quale contesto.

Luciano Nanni, nelle dense pagine di Contra Dogmaticos, prende queste teorie e le fa detonare contro una delle illusioni più radicate nell’estetica contemporanea: l’idoletto estetico, ovvero l’idea che l’opera d’arte contenga un linguaggio interno irriducibile, misterioso, una sorta di “voce propria” che sfugge a ogni interpretazione. È una nozione molto amata da Eco, che Nanni demolisce con una lucidità chirurgica, smascherandone la pretesa di assolutezza. Nanni mostra come questa idea non serva a chiarire, ma a mascherare l’enigma dell’arte dietro un feticcio semiotico. Eppure, proprio quest’ambiguità — reale, ineludibile — è la chiave di volta del problema. Nanni, rifacendosi a Jakobson e Mukařovský, ci dice: se persino nell’opera d’arte, che ha una struttura, un autore, un intento, è impossibile fissare univocamente il significato, cosa accade quando parliamo di messaggi quotidiani?, di informazioni, di notizie, di cronaca? Il cortocircuito è dietro l’angolo. Viviamo immersi in un flusso comunicativo continuo, capillare, spesso isterico. Ogni giorno, in ogni chat, ognuno diventa emittente e ricevente, commentatore e testimone, giornalista e lettore. Le parole si rincorrono, si sovrappongono, si contraddicono. E in questo chiacchiericcio collettivo — in questo cortile comunicativo globale — il messaggio originale perde consistenza. Ogni affermazione è subito deformata, interpretata, filtrata da bias, emozioni, contesto. Un esempio? L’attualità tragica delle guerre. Basti pensare alla narrazione delle guerre contemporanee: Ucraina, Gaza… non sono più solo conflitti reali, ma dispositivi narrativi. Ogni parte produce immagini, proclami, linguaggi che vengono rilanciati, ridimensionati, rigirati. E il pubblico — disorientato, polarizzato — finisce per aderire non alla realtà, ma al “messaggio” che più si adatta alla propria struttura emotiva. Il vero nemico oggi non è la menzogna, ma la semplificazione che neutralizza il dubbio. Jakobson e Mukařovský avevano mostrato che l’ambiguità non è un incidente del linguaggio, ma la sua struttura profonda. Viviamo immersi in un linguaggio che ha smarrito l’origine. Non perché sia diventato “artistico”, ma perché ha perso la traccia della sua intenzione. Jakobson, con il suo modello delle funzioni del linguaggio, ci ha mostrato che ogni comunicazione ha più fuochi: l’emittente, il destinatario, il codice, il canale, il contesto, e naturalmente il messaggio. Mukařovský, dal canto suo, ha spinto questa struttura dentro l’estetica, evidenziando come l’opera d’arte scardini la comunicazione referenziale per renderla ambigua, stratificata, opaca. Non per confondere, ma per sospendere ogni riduzione.
Oggi però non è l’opera a imitare il linguaggio, ma il contrario: è il linguaggio quotidiano, politico, mediatico, digitale, ad aver assorbito l’ambiguità dell’opera senza il rigore formale dell’arte.
Viviamo in un sistema dove ogni messaggio si comporta come se non avesse emittente — e non in senso poetico, ma tecnico: chi genera il contenuto? Chi lo altera? Chi lo rilancia? Chi lo certifica?
Il cortocircuito non è solo tra chi parla e chi ascolta: è tra il dire e l’intenzione, tra il significante e il referente. E in questa zona cieca si infilano le opinioni, le notizie, i post virali, i discorsi pubblici, i proclami istituzionali, le bufale.
Il “messaggio”, come lo chiamava Jakobson, non ha più una direzione chiara, ma rimbalza come una particella quantistica: è insieme verità e falsità, fatto e racconto, emissione e ricezione. E non perché sia “artistico”, ma perché è funzionalmente manipolabile.
Oggi l’idoletto non è più solo estetico. È digitale. È memetico. È algoritmico. È un link. Un reel. Un titolo. Un virgolettato.
L’opera d’arte, nella visione di Mukařovský, richiedeva uno sforzo ermeneutico, un tempo di decifrazione. Il messaggio digitale, al contrario, elimina ogni decifrazione: è puro impatto. Viene creduto senza essere compreso. Diffuso senza essere interrogato.
E così, anche il racconto di una guerra diventa oggetto di fede.
La strage, il crimine, l’orrore — diventano “narrazioni”. La verità viene subito bilanciata con “l’altra versione”. L’immagine di un bambino mutilato viene letta come “propaganda”. E così ogni guerra diventa guerra mediatica, ogni vittima una pedina della narrazione, ogni opinione un alibi.
L’Ucraina, Gaza, lo Yemen: i morti sono reali, ma le parole che li descrivono viaggiano in un campo di forze opache, distorte, che hanno già disattivato l’empatia.
E noi? siamo spettatori semiotici di un linguaggio che ha perso la sua direzione. Che non informa, ma estetizza. Non spiega, ma posiziona. Non cerca verità, ma consenso.
E allora non è il linguaggio che funziona come l’arte.
È il mondo che usa il linguaggio come se fosse arte: per sfuggire alla responsabilità del dire. In fondo, lo stesso Jakobson direbbe che oggi il canale stesso è diventato il messaggio: più che comunicare, ciò che facciamo è continuamente mantenere aperto il flusso. Parlare per non sparire. Trasmettere per esistere. E nel frattempo, la verità – se mai c’è stata – si smarrisce. Nanni ci aiuta a capire che il problema non è solo etico o politico, ma linguistico. È nella struttura stessa del messaggio che si annida l’ambiguità, l’impossibilità della trasparenza. Per questo non basta gridare “verità!” o “disinformazione!”: bisogna sapere come ascoltare, e soprattutto, come interpretare l’ambiguità. In un mondo che sembra ossessionato dal dire, la vera rivoluzione è imparare a leggere il silenzio — e riconoscere che ogni parola è già, in sé, un campo di battaglia. Scendere in piazza rispetto a questa confusione semantica significa, prevalentemente, porgere il destro al lato osceno e perverso del potere, che lucra da sempre sul valore detonante dello sfogo pubblico nelle piazze.

Apologia estetico-filosofica di Alan Wake 2

C’è qualcosa di radicalmente disturbante in Alan Wake 2: non è il mostro che balza dall’ombra, non è il jumpscare, ma il senso costante che la realtà non sia più affidabile. Il gioco diventa una meditazione sull’abisso, un esperimento filosofico che usa il linguaggio del videogioco per trasformare il giocatore in viaggiatore dell’ignoto. L’orrore che si respira non è tanto esterno, quanto interiore. È il dubbio che la nostra esistenza sia scritta da qualcun altro, che i nostri pensieri non ci appartengano, che la nostra libertà non sia che una pagina di un copione più grande. Alan, lo scrittore intrappolato nella sua opera, incarna la domanda più inquietante: se l’autore diventa personaggio, chi scrive veramente il mondo? Ogni elemento di Alan Wake 2 ci spinge a guardare nell’abisso: la torcia che squarcia la tenebra non illumina davvero, rivela soltanto la precarietà di ciò che chiamiamo “luce”. Le sequenze live action, mescolate al digitale, non sono un virtuosismo estetico, ma un colpo di scalpello contro il confine della percezione. Cinema, letteratura e gioco collassano, mostrando che la realtà stessa è un fragile montaggio di immagini e narrazioni.

L’inquietudine, qui, non è un espediente narrativo: è la sostanza del gioco. Remedy ci consegna un’esperienza che interroga la nostra fiducia nel reale, il nostro rapporto con il linguaggio e con l’identità. Come in un incubo lucido, siamo costretti a chiederci se stiamo giocando o se siamo già stati giocati. Alan Wake 2 è un’opera filosofica in forma di videogioco: un trattato sull’oscurità e sulla scrittura, un’epifania perturbante che ci ricorda come ogni narrazione sia sempre, segretamente, una prigione, è un’esperienza che mette in crisi le categorie stesse con cui giudichiamo l’arte. La sua grafica è di una sublime inquietudine: non punta al fotorealismo come fine, ma a una resa visiva che ricorda i dipinti di Caspar David Friedrich, i chiaroscuri di Caravaggio, la messa in scena sospesa di Lynch. Ogni inquadratura sembra concepita come un quadro, ogni dettaglio vibra di un simbolismo che supera l’estetica per diventare metafisica. Come nel teatro espressionista tedesco, la scenografia non è sfondo ma coscienza che si piega, che respira: i boschi, le case, le strade di Bright Falls non esistono come ambienti “da esplorare”, ma come stati mentali in cui il giocatore viene risucchiato. La luce stessa, usata come arma, diventa un principio metafisico, il segno fragile di una verità che si difende a fatica dall’abisso. Qui il videogioco si fa letteratura visuale: Alan è lo scrittore che combatte la propria opera, ma anche l’uomo che incarna l’angoscia di ogni autore – perdere il controllo del testo e diventare personaggio. È come leggere Borges dentro un film di Bergman e ritrovarsi catapultati in una partitura interattiva. L’esperienza ludica si fonde con il cinema, con la pittura, con la filosofia stessa. L’orrore che emerge non è soltanto narrativo, ma ontologico: Alan Wake 2 ci ricorda che il mondo, come l’arte, è forse solo un intreccio di narrazioni. Che la realtà non è stabile, ma sempre riscritta da un occhio invisibile.

In questo senso Alan Wake 2 è un’opera d’arte totale (un vero Gesamtkunstwerk): un luogo in cui il videogioco diventa pittura, poesia e speculazione filosofica. Non lo si gioca soltanto: lo si contempla, lo si subisce, lo si abita come si abiterebbe un sogno o un incubo scolpito nella carne della visione.

La funzione drenante del potere: il paradosso dell’azione simbolica

Preciso subito la mia posizione: sono assolutamente a favore della causa palestinese e ritengo che ciò che sta avvenendo da parte di Israele sia a tutti gli effetti un genocidio. Non si tratta dunque di un esercizio di equidistanza né di un’analisi “neutrale”: la mia riflessione muove da un atto di solidarietà verso un popolo che da decenni subisce occupazione, violenza sistematica, segregazione e privazione dei diritti fondamentali. Proprio per questo, mi preme analizzare i meccanismi attraverso i quali la propaganda e il potere drenano, neutralizzano o distorcono l’indignazione collettiva, trasformando la tragedia di un popolo in spettacolo mediatico, con il rischio di svuotarne la forza politica e morale. È interessante notare come, già nelle teorie classiche della psicologia delle folle, manifestare indignazione non equivale affatto a trasformarla in potere reale. Le Bon osservava che la folla tende ad accettare idee semplificate e segue i “leader” che esercitano prestigio più che ragionamento — il sentimento diventa contagioso, ma l’intelletto cala. Analogamente, Canetti descrive il comando come un atto simbolico di potere: controllare le emozioni collettive significa disporre del corpo sociale, sospendendo un’autorità che non deve agire ogni volta ma può farlo. In questo schema, la protesta diventa terreno di esercizio del dominio stesso: un gesto rituale che il potere assorbe e neutralizza. Così, anche quando la piazza si ribella, il suo “sfogo” può essere già incorporato nel dispositivo dominante — come una scarica controllata che non tocca la sostanza del conflitto.

L’indignazione come spettacolo
C’è un meccanismo che si ripete con stupefacente regolarità nella storia politica e culturale: la produzione organizzata di scandalo e indignazione che, paradossalmente, non libera energie critiche ma le incanala e le rende innocue. Flaiano ammoniva già negli anni Sessanta: “In Italia la linea più breve tra due punti è l’arabesco”. La battuta, se riletta oggi, diventa una diagnosi. La società dello spettacolo – come la chiamava Guy Debord – trasforma ogni accadimento in un arco narrativo che assorbe e neutralizza la forza originaria del gesto. L’indignazione non è repressa: viene coltivata, amplificata, teatralizzata, fino a svuotarsi di reale efficacia.
Psicologia delle folle e strategie del potere
La psicologia delle folle, da Gustave Le Bon in poi, ci insegna che l’emozione collettiva è altamente manipolabile: basta una cornice narrativa, un simbolo, un nemico dichiarato. Sun Tzu, nell’Arte della guerra, sottolinea che il miglior stratega è colui che riesce a orientare il campo di battaglia prima ancora che la battaglia cominci.
Trasposto nel presente: il potere non reprime l’indignazione, ma la dirige. Trasforma la protesta in rito, il rito in merce, la merce in legittimazione.
Il caso palestinese come paradigma
Un esempio evidente si trova nell’ambito della causa palestinese. Lì dove l’urgenza riguarda vite umane, corridoi umanitari, accesso a cure e beni primari, l’indignazione occidentale viene spesso veicolata verso atti performativi di alto rendimento mediatico. Il paradosso è che questi atti finiscono per spostare il focus dalla tragedia reale al destino di chi li compie, riducendo la causa a teatro riflesso. L’attenzione si concentra sulla “sopravvivenza spettacolare” dei protagonisti della protesta, mentre la sofferenza quotidiana di milioni di persone diventa subalterna, paradossale rumore di fondo, cornice.
Così facendo, la protesta non rafforza la causa ma la indebolisce, privandola della sua urgenza immediata e trasformandola in racconto indiretto, filtrato da figure e attori terzi che, perfino nei più nobili intenti, finiscono per assurgere a ruolo di protagonisti.
Il dispositivo propagandistico
La propaganda non funziona solo tramite menzogne, ma soprattutto attraverso il drenaggio. La logica è semplice: trasformare un potenziale detonatore di coscienza in un contenitore innocuo, spettacolare, monetizzabile. Walter Lippmann, ne L’opinione pubblica (1922), lo aveva chiarito: la massa non reagisce ai fatti, ma alle immagini mentali dei fatti. Chi controlla queste immagini governa l’indignazione. Il risultato è triplice:
1. Rituale – l’atto simbolico placa l’ansia sociale, dando l’impressione di partecipazione.
2. Capitalizzazione – il gesto produce ritorno in termini di fondi, visibilità, posizionamenti politici.
3. Distrazione – la scena sottrae energia alle pratiche realmente incisive (diplomazia, pressione politica costante, azione umanitaria concreta).
Guerra e priorità capovolte
Il passo successivo è prevedibile: una volta esaurita la bolla mediatica, il discorso politico ritorna a insistere sul “clima di guerra”, giustificando nuovi finanziamenti per armamenti a discapito di spese mediche e sociali. È un copione già scritto: il ciclo dell’emergenza serve a ridefinire i bilanci statali, legittimando la militarizzazione e marginalizzando le politiche di cura.
Israele e il nodo storico-simbolico
Affrontare la questione israeliana senza considerare la stratificazione storica e simbolica significa produrre solo slogan. Dalla guerra dei Sei Giorni in poi, il conflitto israelo-palestinese non si spiega unicamente con dinamiche geopolitiche: esso è nutrito da un immaginario biblico, da una mitologia fondativa che trasforma la politica in teologia applicata.
Chiamare Israele “democrazia” senza distinguere la sua natura etno-religiosa equivale a mascherare un nodo complesso. La critica, dunque, non può limitarsi a negare o affermare l’esistenza di uno Stato: deve interrogare i codici simbolici che lo fondano e i poteri che se ne avvalgono.
Strategie per non farsi drenare
Che fare allora? La prima esigenza è praticare un’indignazione informata: trasformare l’emozione in conoscenza, la protesta in strategia.
La funzione drenante del potere non si sconfigge con l’ennesimo grido virale, ma con la capacità di distinguere tra effetto e risultato, tra presenza scenica ed efficacia politica. È qui che si gioca la vera partita: non permettere che l’indignazione venga svuotata, travestita e rivenduta, ma trasformarla in energia capace di produrre cambiamento reale.
Ciò che colpisce, osservando retrospettivamente, è la disattualità di certe pratiche di protesta. Già nel 2005, nel pieno di un mondo che stava rapidamente digitalizzandosi, esse apparivano come residui di un immaginario politico novecentesco: cortei, sit-in, ecc. Gesti di grande forza simbolica, ma che spesso finivano per assumere la forma di rituali ripetuti più che di strategie consapevoli.
Questa distanza non significa – e sarebbe assurdo pensarlo – che la dimensione fisica della morte e della distruzione in Palestina sia meno reale, meno atroce, meno degna di attenzione. Al contrario: proprio perché il sangue continua a scorrere, è tanto più evidente quanto certe forme di protesta rischino di rimanere sospese in una sorta di “teatro d’altri tempi”.
Il punto non è negare la realtà, ma registrare uno scarto: da un lato, il livello materiale della sofferenza palestinese, drammaticamente attuale; dall’altro, la persistenza di modalità espressive che sembrano non essersi accorte del mutamento degli strumenti tecnologici, informativi e persuasivi che oggi determinano la percezione globale.
Ecco allora il paradosso: mentre il mondo assiste a un genocidio, molte delle forme scelte per denunciarlo sembrano provenire da un calendario ormai scaduto. Questa frattura fra la violenza del presente e la ripetizione di gesti del passato rende ancora più urgente la ricerca di linguaggi, strategie e immaginari capaci di reggere la sfida di oggi.

Francesco Cusa “Naked Performers”: a 25 anni dalla creazione del metodo di conduction, uno sguardo sulla varietà della discografia e delle performance

In un’epoca affetta da presentismo, scarsamente attenta alle cronologie degli avvenimenti artistici del recente passato, è di norma considerare originali accadimenti artistici che sono, semmai, figli e prodotti delle ricerche operate da altri musicisti in passato. Ero su un intercity Catania-Bologna, sul finire degli anni Novanta, quando mi decisi di riportare su un taccuino tutte le mie idee sulla conduction. Nacque così “Naked Performers”, opera meditata dopo le esperienze maturate negli anni con Butch Morris e Domenico Caliri. Cosicché presi ad elaborare i concetti di base del metodo, che sono fondamentalmente questi: 1. Tradurre la musica in gesto corporeo e il gesto corporeo in movimento sonoro. Questo il senso intimo di tutto il processo. 2. Naked Performers è una metodologia incentrata sui concetti di: corpo, ritmo e suono. 3. Ogni simbolo può essere letto e interpretato in chiave gestuale o sonora. 4. Ogni accadimento sonoro di tipo tonale o armonico è da considerarsi accidentale. 5. Ogni accadimento corporeo di tipo coreografico è da considerarsi accidentale.

(Il metodo è scaricabile gratuitamente qui: https://books.apple.com/us/book/naked-performers/id910169093. Qui potete trovare molti simboli funzionali all’applicazione del metodo: http://www.francescocusa.it/nakedsymbols.php).

Il risultato non è, quindi, esattamente definibile come il prodotto di una improvvisazione collettiva più o meno diretta; siamo invece di fronte alla realizzazione di una composizione istantanea a più mani, di uno strumento espressivo che si annuncia come codice e corollario e non come fulcro e focus del controllo e della direzione dell’improvvisazione.

Per far comprendere meglio le varie applicazioni di “Naked Performers”, ecco tutta una serie di video.

Nel 2013 mi venne commissionato dal compositore Claudio Rastelli un laboratorio di improvvisazione musicale in collaborazione con l’Istituto Superiore d’Arte A. Venturi di Modena. Lo spettacolo si è svolto nel marzo 2013 presso il Teatro delle Passioni di Modena. Si trattava di far coesistere un quintetto di musica contemporanea composto da musicisti affermati e un gruppo di ragazzi del liceo privi di alcuna formazione musicale di base.

Un altro esempio qui alla Biennale di Venezia grazie all’invito di Giovanni Mancuso.

Sempre a Modena presso i Musei Civici, pensai all’uso di grafie istantanee, del resto precedentemente usate in altri contesti. La rassegna di chiamava “Suoni, simboli, gesti”, in collaborazione con il Liceo Musicale “Carlo Sigonio” L’evento prendeva spunto dalla mostra “Io sono una poesia”, allestita presso gli spazi espositivi dei Musei Civici: la mostra prendeva in esame il periodo 1962/1972, nel quale le città di Modena e Reggio Emilia appaiono segnate da un ampio fermento creativo: arti visive, teatro, poesia sperimentale, design, architettura, fumetto, animazione e, naturalmente, musica. A me venne affidata la direzione e la conduzione dell’evento, prendendo spunto da alcuni “totem musicali” di quegli anni (dai Nomadi a Carosello, dall’Equipe 84 alla “musica contemporanea”).

Ma le possibilità di applicazioni di “Naked Perfomers” sono davvero infinite. Qui a Venezia un workshop per soli danzatori. L’azione scenica, la coreografia diventa suono che colma il silenzio.

Qui alcune performance realizzate a New York con illustri ospiti e il collettivo Improvvisatore Involontario.

Qui a Verona durante la performance di poeti in ottava rima e improvvisazione jazz “Tocatì 2015”. L’ evento era promosso dall’Accademia di Belle Arti di Verona a cura di Francesco Ronzon e Vincenzo Padiglione Lo spettacolo prevedeva un’alternanza tra le improvvisazioni dei poeti in ottava rima e le improvvisazioni Jazz del progetto Naked Musicians.

Qui un omaggio agli Squallor, durante il Jazzit Festival del 2015.

In Slovenia al festival “Sajeta”.

Qui un esempio di applicazione del metodo per un organico di sole voci.

Qui a Padova con un ensemble di musicisti e danzatori.

Questa è solo una breve carrellata dei tanti video che potete trovare su questa playlist: https://www.youtube.com/playlist?list=PLEB52134B67E4D9E0

La discografia di Naked Musicians conta quattro titoli. Tutti reperibili su Bandcamp.

– NAKED MUSICIANS “A sicilian way to cooking mind”IMPROVVISATOREINVOLONTARIO I.I .0004 (2006): https://francescocusa.bandcamp.com/album/francesco-cusa-naked-musicians-a-sicilian-way-of-cooking-mind-music-for-24-musicians

– NAKED MUSICIANS “Emiliano Culastrisce” IMPROVVISATOREINVOLONTARIO I.I .0014 (2009): https://francescocusa.bandcamp.com/album/francesco-cusa-naked-musicians-emiliano-culastrisce

– FRANCESCO CUSA “VOCAL NAKED” – “Flowers in the garbage” – IMPROVVISATORE INVOLONTARIO (2013): https://francescocusa.bandcamp.com/album/francesco-cusa-vocal-naked-musicians-flowers-in-the-garbage

– FRANCESCO CUSA “NAKED MUSICIANS” – “Another way for meditation” IMPROVVISATORE INVOLONTARIO (2024): https://francescocusa.bandcamp.com/album/francesco-cusa-naked-musicians-another-way-for-meditation-improvvisatore-involontario-064-2024

Qui alcuni ascolti su youtube.

Naked Performers: a 25 anni dalla creazione del metodo di conduction, Francesco Cusa offre una riflessione retrospettiva e prospettica sul proprio percorso artistico. La conduction diventa qui non soltanto un dispositivo tecnico, ma un vero codice di relazione: un mezzo per armonizzare differenze emotive, stilistiche e culturali all’interno dell’improvvisazione collettiva. La varietà della discografia e delle esperienze performative testimonia la plasticità di un metodo che ha saputo adattarsi a contesti molteplici — dal jazz alla musica contemporanea, dal teatro alla scrittura — mantenendo intatta la sua forza originaria: fare della musica un atto condiviso, imprevedibile e radicalmente libero.

Recensione di “The Life of Chuck” di Mike Flanagan

Mike Flanagan con The Life of Chuck tenta un’operazione rischiosa: raccontare la vita di un uomo qualunque come se fosse l’intero universo a collassare. Non un film apocalittico nel senso comune, ma un’opera che mette a nudo il rapporto tra coscienza e tempo, costringendo lo spettatore a misurarsi con la fine non solo di un individuo, ma di tutto ciò che lo circonda. Il film procede a ritroso, in tre atti che smontano la cronologia e restituiscono la vita di Charles Krantz per frammenti. Una biografia che sembra ordinaria e che invece diventa specchio di qualcos’altro: il dissolversi dell’universo stesso. L’idea, per come viene sviluppata da Flanagan, richiama la scala temporale cosmica. Se comprimessimo i 13,8 miliardi di anni dell’universo in un solo anno di calendario, il Big Bang accadrebbe il 1° gennaio. La Terra nascerebbe il 14 settembre, le prime piante comparirebbero appena il 20 dicembre. Un giorno cosmico corrisponderebbe a circa 40 milioni di anni; un minuto a 26.500 anni; un secondo a 444 anni. Dentro questa sproporzione immensa, la vita intera di un uomo non occupa nemmeno un battito di ciglia. Eppure è proprio in quella microscopica fessura che si gioca il senso del film: il dettaglio diventa più significativo della totalità, il frammento prevale sullo spettacolo. Flanagan non indugia sulla catastrofe, non ci offre la solita apocalisse da blockbuster. Ci porta piuttosto in una condizione liminare, in cui i piccoli gesti, i ricordi minimi, i volti che riaffiorano, hanno più peso della rovina del cosmo (quale cosmo poi, se non quello che si accende alla coscienza della vita?). È un cinema che lavora sui resti, sulle scorie della memoria, su ciò che si rifiuta di scomparire anche quando tutto il resto è già annientato. La scelta di costruire il racconto a ritroso non è una trovata narrativa, ma una dichiarazione di intenti: il tempo non va solo avanti, va anche verso il fondo, scava, torna indietro. La vita di Chuck non è importante perché “eccezionale”, ma perché mette a nudo il meccanismo stesso dell’esistere: nascere, accumulare frammenti, disperderli, e infine restituirli come eco. In questo senso The Life of Chuck è un film che va oltre l’adattamento kinghiano. È un’opera che assume la lezione della cosmologia e la traduce in gesto cinematografico, in filmica poesia: ci ricorda che tutto ciò che siamo è un battito infinitesimale, e che proprio in questa brevità si annida l’enigma che vale la pena guardare in faccia. Uno dei film più belli che ho visto di recente.

La rivolta silente

Mi chiedo spesso quanti, tra coloro che sfilano contro la mafia, la guerra o l’ingiustizia, siano davvero disposti a rifiutare un lavoro ambiguo, a denunciare una truffa nel proprio quartiere, a perdere un’occasione o un privilegio pur di rimanere fedeli a un principio.
La maggior parte no. Perché la coerenza costa. E in piazza non si paga. In questo, ho sempre sentito più vicini a me certi artisti che hanno rifiutato il gregge anche quando il gregge sfilava per cause nobili. Penso a Carmelo Bene, che schivava le piazze come si evitano le trappole, e disprezzava l’idea stessa di “partecipazione popolare”.
A Pasolini, che denunciava il conformismo del nuovo dissenso borghese con lo stesso fervore con cui smascherava il potere.
A Francis Bacon, chiuso nel suo studio-labirinto, lontano da ogni ideologia, dove la carne dipinta valeva più di qualsiasi slogan.
A Emil Cioran, che ha fatto del nichilismo e della solitudine una forma estrema di rifiuto dell’adesione.
A Samuel Beckett, che non si è mai fatto vedere a nessuna marcia, e ha scritto il più alto teatro della rovina senza chiedere consenso a nessuno. Ma anche a Sottass, che disertò l’architettura modernista e le sue utopie sociali, lavorando sull’inutile e il superfluo come critica radicale.
A Jorge Luis Borges, che rifiutò il clamore delle rivoluzioni e guardava con ironica distanza ogni tentazione collettiva.
A Thomas Bernhard, che si scagliava contro l’Austria benpensante con un disprezzo troppo feroce per essere incasellato.
A Glenn Gould, che smise di suonare in pubblico a trent’anni per dedicarsi all’ascolto puro, solitario, solipsistico.
A J.D. Salinger, che sparì volontariamente dalla scena per vivere in silenzio, senza alcun bisogno di prediche o piazze. E poi penso a Antonin Artaud, che non fu mai “compagno” di nessuno, e alla piazza preferì l’urlo scardinato del corpo.
A Henry David Thoreau, che contro la guerra non scese in piazza, ma si chiuse in una capanna.
A Jean Dubuffet, che rifiutò l’arte colta e marciò da solo verso la bruttezza.
A David Foster Wallace, che mostrò l’abisso dell’ironia, ma non si unì a nessun corteo dell’intelligenza.
A Mark Rothko, che vietò l’uso decorativo delle sue tele, intuendo la deriva estetizzante del dissenso.
A Franz Kafka, che ha descritto meglio di chiunque la burocrazia del potere — e mai ha preso parola in piazza. Ma ci sono anche artisti militanti, radicali, eppure solitari, che hanno diffidato della folla anche quando era “dalla parte giusta”: Leon Ferrari, che mise in croce le burocrazie ecclesiastiche e militari senza mai farsi strumentalizzare dalla sinistra ufficiale argentina. Pina Bausch, che ha politicizzato il gesto individuale, mai la coreografia collettiva. Luis Buñuel, surrealista disobbediente, mai allineato alle sinistre organizzate.
Witold Gombrowicz, che visse da esule e rifiutò ogni ruolo politico, restando un bastian contrario anche tra gli antifascisti. Tutti questi artisti hanno preso posizione senza “prendere parte”.
Hanno rotto il patto sociale senza bisogno di slogan.
Hanno lottato senza pubblico, senza scena, senza selfie. Per quel che vale, nel mio piccolo, anch’io sento ormai il bisogno di sottrarmi.
Non mi interessa la giusta causa se è trasformata in liturgia sociale.
Mi interessa la diserzione, il prezzo, l’angoscia silenziosa di chi resta fedele anche senza testimoni.
Restare ai margini, ma in piedi. A costo di tutto. Perché certi compromessi, una volta fatti, ti restano addosso per sempre. Perché la vera insubordinazione non ha cartelli né cori.
Non consola. Non rassicura.
È una postura interna.
E spesso si chiama solitudine.

Sulla non violenza

Col tempo ho capito che l’unica cosa che può davvero fermare la violenza nel mondo è non portarne più dentro.
Non è una questione di gesti visibili o parole corrette — è qualcosa che si gioca nel fondo, nelle viscere, dove spesso nemmeno guardiamo.
Finché continuiamo a cercare fuori la causa di ciò che non va, rimaniamo complici di quel disordine.
La svolta avviene quando lo sguardo si ribalta e inizia a guardare dentro, dove il mondo che ci circonda ha origine.
È lì che tutto si chiarisce: le guerre esteriori sono solo eco delle fratture interiori.
E quando si riesce a stare davvero nel silenzio più profondo, quello che non ha più nome, che non cerca nulla — qualcosa si scioglie.
Si comincia a percepire una pace che non ha bisogno di conferme, né di parole, né di ideologie.
Solo presenza, reale, intera.
In quello stato, cade la separazione tra chi guarda e ciò che è visto.
Non c’è più soggetto e oggetto.
Solo una realtà indivisa, che non si afferra, ma si vive.
E lì, forse, inizia la vera disobbedienza al mondo della violenza: smettere di portarla dentro. Sto parlando della non violenza concreta, e faccio tesoro dell’ironia, del sarcasmo, dell’invettiva caustica, che sono il sale prezioso del campare. Lo cominci a capire quando non schiacci più un insetto e provi a portarlo fuori casa, quando cerchi di salvare una pianta che in altri tempi avresti lasciato seccare.
Ovviamente sono fallibile e queste consapevolezze vengono sovente tradite dalla mia precarietà. Ma questo è ciò che sento nel mio profondo e da ciò intendo cominciare. La guerra non finirà mai, perché è solo un diverso grado di stabilità nella dualità. Si può solo cercare di evitare la violenza nella sua rappresentazione cruenta, e lasciarla vivere o morire nella sua sublimazione simbolica. Comunque, molto dipende dalle necessità storiche, dalla vita che ci ritroviamo, dal livello di benessere e privilegio che ci sono toccati, dalla realtà geografica che ci ha visti nascere. Essere non violenti è tuttavia uno stato interiore. Tutto il resto è menzogna.

Confessione

Sono stanco.
È un monotono susseguirsi di errori.
Fraintendimenti.
La semantica è un impaccio.
Tutto viene distorto.
Contorto.
Corrotto.
Manipolato.
Deturpato.
Stuprato.
Osservo il cielo azzurro di settembre
Bello. Pare finto.
Non so più come fare.
Non so più come dire.
Non so più cosa pensare.
Ogni azione discorsiva, di scrittura, espressiva rimanda al caos infero.
Le interpretazioni di ogni evento comunicativo finiscono col rendersi poi significati di ulteriori significati. Tutto si stratifica. Si sedimenta. Strutture coriacee, dure a morire.
Non so più come parlare.
Non so più come scrivere.
È una kafkiana, disperata corsa alla puntualizzazione.
Alla precisazione.
Ci si ritrova nell’urlo, nella regressione primordiale come ultimo anelito all’annullamento di ciò che il linguaggio paradossalmente nega: l’essenza del vero.
Aletheia: dicevano i greci.
Si grida per disperazione comunicativa.
Ogni grido significa: siamo limitati, il medium è limitato. Dunque urliamo. Azzuffiamoci per annullare questo limite.
Usiamo le maiuscole per demarcare una dimensione sonora prospettica.
Il cielo. Bello. Ma pare finto.
Mi interrogo su chi sono.
Chi cazzo sono?
Chi è questa entità carnale fatta di cellule e sangue che mi sovrintende.
Fallisco.
Fallisco a ogni istante.
È una indefessa moviola in cui inciampo sulla battigia.
Poi la risacca, e ricomincio a inciampare.
Voglio aggiustare una cosa e la sfascio.
Voglio aiutare qualcuno e lo ferisco.
La cronaca del mio fallire si fa memoria.
Densa.
Dura.
Marmorea.
Tombale memoria.
Questa densità mi struttura nella de-strutturazione.
È una densità che si fa sempre più greve.
Un silenzio nero sempre più difficile da trasportare.
Un silenzio nero che si fa linguaggio nella Babele del demone mediatico.
Se parlo si aprono piaghe.
Se scrivo si richiudono le ferite purulenti.
Se suono rinnego il linguaggio che mi perseguita.
Il linguaggio della parola che punisce.
Poi.
Nel dopo.
Nel “pre”.
L’evoluzione muta e sorda.
Un mondo di sordomuti.
Diversamente abili.
Abilmente diversi.
Bello il cielo di settembre.
Sembra finto.

Recensione di “Un film fatto per bene” di Franco Maresco

Che si può dire dell’ultimo film di Maresco? Boh, provo ad abbozzare qualche impressione, e sarà necessario l’uso di molti corsivi. Siamo, ovviamente, di fronte all’ennesimo oggetto anomalo rispetto al contesto del cinema nostrano cui siamo tristemente abituati, ma si badi: “un film fatto per bene” è un’anomalia ben preparata e risolta, come la vecchia dissonanza nella forma sonata d’un tempo. La genialità di Maresco è quella di riuscire a rivitalizzare il buon vecchio concetto di skandalon, di ri-attualizzare i codici provocatori espulsi dalla propaganda di regime ma che vivono – fortunatamente – nel cuore del ghetto, di ciò che un tempo la sinistra avrebbe definito cultura popolare (nell’accezione pasoliniana di: parte della società ancora non assimilata dalla cultura borghese). In questo senso, egli è forse l’unico che può permettersi di de-strutturare ciò che in qualsiasi altro emule apparirebbe retorico esercizio di stile, ossia di decretare, dopo Greeneway, dopo la “macchina attoriale” di Bene, dopo Duchamp e compagnia cantando, l’ennesima morte del cinema, l’ennesimo fallimento dell’arte. Se Maresco definisce “l’antimafia come nuova mafia”, con ciò riandando concettualmente (oltre che negli evidenti omaggi filmici) al Pasolini vessato dal PCI, se tutta l’opera di Maresco è una continua messa a fuoco della tematica dei vinti e dei reietti, degli scarti della società, della periferia, del margine, dell’osceno rimosso, allora tutto ciò ha (non può che avere!) delle implicazioni significanti (che differenza c’è tra significato e significante, chiede Maresco al critico ora marzulliano, in una delle scene di “bullizzazione” più estreme dopo “Full Metal Jacket”), relativamente alla ricerca di senso e del moto che porta a scandagliare e a perlustrare i bassifondi dell’anima, a dispetto di ciò che viene dichiarato. La demenza beata pare dunque salvifica, quantomeno nel senso artaudiano di sofferenza, ossessione per il male e superamento dei limiti umani; e dunque il ritorno a Cristo, al francescanesimo, al misticismo, alla preghiera quali significanti estremi, ancora una volta contro corrente, in un eterno andirivieni di sfiancanti inversioni. Ma, ed è qui l’elemento chiave dell’opera, questo processo di catarsi in Maresco (che fine ha fatto? Non lo riconosco più. In convento? Come in convento!) si risolve sempre mediante processo di delega, di proiezione sui suoi personaggi e mai in prima persona (rifugio peccatorum nella stanza in affitto, psicofarmaco come spersonalizzazione e de-pensamento, fuga dal convento, assunzione in cielo). Maresco insomma fa dire agli altri quel che il suo Super Io (banalizzando in termini psicoanalitici) non riesce a fargli dire. Questo forsennato film è dunque l’acme del citazionismo che dal soggetto-Maresco promana fino a investire tutto lo scibile dell’immaginario del nostro tempo che esplode in un puzzle non più ricomponibile (almeno è questo ciò che il regista pare intendere programmaticamente). Il cinema è morto e Maresco fa cinema con gli scarti di macelleria sociale e col brodo delle citazioni… tutti fanno film e Maresco continua a farne anche lui di film. Questa coazione a ripetere è contigua a quella delle convulsioni, dei tic e dei refrain dei suoi personaggi, ed è funzionale a una cosmologia satirica che non trova più appigli con la… Realtà. Il paradosso, il corto circuito di “Un film fatto per bene”, è che siamo di fronte, tutto sommato, a del cinema vecchio (e Maresco lo sa bene), anche se di fatto oggi siamo ancora qui a discutere dell’ennesimo suo oopart come dei folli in cerca di testimonianze aliene, di manufatti che non sono assimilabili dalla nostra cultura infetta da scientismo, clientelismo, clan e cordate di politicamente corretto. Ciò basta a farmi scrivere, in chiusura di questo flusso post visione, che siamo di fronte a qualcosa che riesce a entusiasmarci più che a deprimerci, a darci la carica per continuare a tentare di ricercare fallimentari utopie, come dei novelli, ingenui, incoscienti Ed Wood, come dei cercatori di pepite in una immensa discarica di rifiuti. La depressione di Maresco diventa così atto di denuncia, vera rivolta ascetica contro le brutture del mondo.

Cronaca dell’Indescrivibile

Chiudere gli occhi e osservare. Luminescenze tremolanti. Poi una spirale di verde che ruota verso un interno non esplicabile. La purezza della clorofilla brucia come fuoco le pareti vestibolari per esplodere in un trionfo di saette gialle, di fotoni-girini che vanno a fecondare una maestosa ghirlanda viola che si fa Purgatorio dentro al Purgatorio. L’espiazione ritorna pungente a farsi firmamento di asterischi blu cobalto, che come coriandoli piovono da sideralità non contemplabili eppur contigue, immanenti e tangibili. Sprofondare nella cosmicità interiore, abitarla, averla a portata di mano, eppure così paurosi di ferire la crosta dell’esistenza… essere al contempo ogni cosa e la negazione di ogni calco. Essere pura traccia di sensorialità.

Sogno del 31 agosto 2025

Stanotte ho fatto altro sogno assurdo in cui girovagavo in città la notte a sbrigare qualcosa che non ricordo. Rientro a casa, una mia casa futuristica e con me ci sta Roberto Lo Faro. Cerco di aprire la porta e gli faccio: “sei sicuro che in quell’oscurità del mio giardino non si nasconda nulla?”.
Sconcertante anche per me. Entriamo in questa casa accolta nell’oscurità e cominciamo a giocare a un gioco in cui una sorta di console elabora audio con parole cosmiche che io e lui dobbiamo decifrare. Nessuno di noi riesce a fare un punto. Il dubbio è questo: come poteva la mia mente elaborare simili parole complesse e mai udite nelle “vesti della console?” Ricordo alcune mie risposte e di Roberto. Frammenti non trascrivibili di lingue inconcepibili.

Appunti tratti da “La leggenda dei simboli”

“Taci anche tu, o Ram, taci. L’età dell’oro non è ancora giunta. Noi non siamo che all’età dell’argento. Fino a quel giorno l’Iniziazione è necessaria, e un abisso deve esistere fra l’Iniziato e il passante”
“Sia dunque la Scienza chiusa preziosamente nel Tabernacolo dell’Iniziazione”.

“E ora tu che sai, taci! Prendi esempio da me, sii enigmatico, imperrocché la Forza risiede nel silenzio, e la Verità non può che generare follia nei cervello troppo deboli per comprenderla…”

Irruzione del Sacro (Eros) nella dimensionalità terrena. Notare l’esplosione triangolare (culto di Vod) nella sfericità che tutto ingloba (quadratura del cerchio da un punto di vista piramidale: base quadrata-triangolo tridimensionale-punto/vod/sommità). Avvento della quadridimensionalità in chiave angelica (Puer).

(Mia interpretazione della carta dei tarocchi).

Lettera aperta a chi è in ascolto

Mi riprometto di cercare di non scrivere più di questa “contemporaneità”, se non in funzione di un futuro che mi auguro il più possibile bio-tecnologico, o di un presente che riviva nella prospettiva dialettica con il passato di cui siamo emanazione. Ogni aspetto del vivere quotidiano è infettato da rigurgiti reazionari mascherati da diritti civili. Ogni ambito dell’arte, della cultura, della ricerca è oramai pregno di retoriche post-femministe, clientelari, di mercimonio di anime prima che di corpi. L’ignoranza regna sovrana e viene alimentata dal virus dell’informazione coatta, ove la manipolazione è strumento oramai talmente patente da risultare paradossalmente occultato. Per non dire del mondo che “abito”: musica e letteratura. Una sagra oscena, un banchetto putrefatto ove il belletto rosa e la cipria woke non riescono a nascondere il fetore di zombie che divorano zombie. Su tutto emerge sovrana questa ridicola urgenza di riscatto che napalmizza i millenni di culture e sapienza. Eppure, da questo cumulo di rovine non nasce alcuna Fenice, ma soltanto cenere che si ricompone in nuova cenere. Non si tratta di negare il presente, quanto piuttosto di spostare lo sguardo, di riaccendere il fuoco del discernimento critico, di coltivare un distacco che non sia rassegnazione bensì lucidità. L’arte che ancora vale, oggi, non è quella che si esibisce in slogan o che si veste di cause preconfezionate, ma quella che resiste come una crepa, un bisbiglio, un atto di insubordinazione al sistema delle mode morali ed estetiche. Eppure, da questo cumulo di rovine non nasce alcuna Fenice, ma soltanto cenere che si ricompone in nuova cenere. Non si tratta di negare il presente, quanto piuttosto di spostare lo sguardo, di riaccendere il fuoco del discernimento critico, di coltivare un distacco che non sia rassegnazione bensì lucidità. Vorrei poter credere che un tempo nuovo, autenticamente bio-tecnologico, ci restituirà l’innocenza dell’invenzione e non l’ennesima caricatura della stessa: un tempo in cui il gesto creativo non sarà subordinato alla logica della performance, ma all’urgenza della conoscenza. Forse è questa l’unica via di fuga da un presente che è soltanto un ossessivo replay del nulla.
Il “femminismo” che oggi si presenta come “avanguardia” non di rado ha il volto di una lobby: un apparato che si nutre di slogan prefabbricati, che trasforma il grido storico di emancipazione in format da talk show, in merchandising identitario, in bandiera da sventolare per garantirsi posizioni di rendita. La lotta autentica per l’uguaglianza è stata sostituita da un’economia del risentimento e della visibilità, dove il successo di pochi gruppi ben piazzati coincide con la marginalizzazione di voci realmente divergenti.
Ciò che doveva essere liberazione diventa disciplina: codici morali da rispettare, parole ammesse e interdette, manuali di correttezza che non hanno nulla di rivoluzionario ma molto di inquisitorio. In questa retorica, l’individuo scompare: contano solo le appartenenze, le etichette, il capitale simbolico da spendere in un mercato saturo di presunte cause.
Così il “femminismo lobbistico” non difende più la donna, ma la trasforma in un brand: un marchio funzionale a campagne pubblicitarie, a candidature politiche, a un moralismo redditizio che di sovversivo non ha nulla. È il trionfo della quota, non del merito; della vittimizzazione, non della libertà; della scena, non della sostanza. Ed è per questo che non scriverò più di questa contemporaneità. Non per viltà né per stanchezza, ma perché essa stessa è già un testo saturo, autoreferenziale, incapace di generare senso. Non resta che lasciarla marcire nella sua bolla di clamore, senza più concederle l’onore di una parola. La mia scrittura, d’ora in avanti, non sarà cronaca né denuncia, ma scavo: verso il futuro che ancora non parla e verso il passato che continua a bruciare sotto la cenere. Il presente, questo presente, non merita altra voce che il silenzio.

Il naufragio della satira nella deriva sinistra del 2025

LA NUOVA CENSURA DEM

C’è una vecchia barzelletta: Un uomo naufraga su un’isola deserta insieme a una splendida fotomodella. Dopo settimane di convivenza, tra i due nasce l’inevitabile passione. Tutto sembra perfetto.
Ma un giorno l’uomo si avvicina alla fotomodella con un’espressione imbarazzata e le chiede:
— “Senti… potresti farti un favore? Potresti disegnarti dei baffi con un carbone e vestirti da uomo, tipo con dei pantaloni larghi?”
La modella, perplessa, acconsente.
Lui allora le si avvicina, le dà una pacca sulla spalla e dice:
— “Oh fratello, non sai con chi sto scopando!”

Oggi questa barzelletta sarebbe oggetto di strali da parte delle Nuove Erinni. Un gruppo goliardico di maialoni diventa il centro delle battaglia del progressismo totalitario.
Il consenso come nuova frontiera della morale democratica: ecco una di quelle affermazioni che suonano bene, come i cori da stadio o le pubblicità dei biscotti integrali. Ma sotto il suono progressista si cela un paradosso inquietante.
Perché se il consenso diventa la misura della morale, allora la verità si vota, la giustizia si sonda a campione e l’etica si scrive nei trend di Twitter. A quel punto, il filosofo abdica al sondaggista, e la coscienza cede il passo all’approvazione sociale. Siamo nel regno del “mi piace, quindi è giusto”.
Ma la morale, quella vera, nasce spesso contro il consenso, non con esso. Socrate fu messo a morte per questo. Cristo non ha fatto sondaggi prima di salire sul Golgota. E Kant, che pure non era un tipo molto rock, parlava di imperativo categorico, non di ‘piattaforma partecipativa’.
Ironia della sorte: in nome della democrazia, il consenso eretto a morale assoluta finisce per produrre una nuova forma di conformismo, lucidata e civile, ma non meno opprimente. Un totalitarismo soft, che ti chiede di essere d’accordo col sorriso.
In definitiva: non tutto ciò che è condiviso è giusto, e non tutto ciò che è giusto sarà mai condiviso. La vera frontiera della morale, oggi, è forse il coraggio di disobbedire con grazia, non di annuire col pollice alzato.

“Capitan Lorenzo Tosa alla caccia dei mariti porcelli!” Riflessi della nuova morale censoria nell’era del regime woke

Ormai l’Italia è diventato un paese affetto da palese disturbo bipolare grazie a una “sinistra” che è passata da Pasolini a tal Lorenzo Tosa, in preda a schizofrenie che la vedono da un lato legittimare ogni forma di perversione su “OnlyFans”, e dall’altro cassare e denunciare ogni istanza pecoreccia non legittimata dal nuovo regime woke. Ora la nuova problematica di grido sarebbe causata da questo gruppo di mariti porcelloni a cui piace far bisboccia goliardicamente (un gruppo facebook chiamato “Mia Moglie”)… apriti cielo! Ecco scatenarsi la cagnara post-murgiana, capitanata lancia in resta dal generale Tosa al comando di un’orda scatenata di Erinni pronte a far scalpo di questi dannati (che poi sarebbero più o meno gli stessi destinatari che mantengono florida l’economia dell’industria della perversione legittimata ; cito: “in definitiva, OnlyFans è una piattaforma che, piaccia o meno, offre nuove possibilità di emancipazione. In un mondo in cui le donne sono ancora spesso limitate da strutture di potere tradizionali, OnlyFans rappresenta uno spazio dove è possibile superare queste barriere e costruire una carriera autonoma. E mentre il dibattito continua, migliaia di donne stanno costruendo una carriera autonoma e redditizia attraverso le loro scelte. Un modo di raggiungere il successo che, pur nella sua particolarità, merita di essere rispettato per la sua autenticità”. Firmato: Matilde Manucci. Insomma, siamo dentro un processo pulsionale collettivo figlio di una patologia sociale che produce contemporaneamente scandalo e morale, indignazione e fascinazione. È come se il corpo sociale vivesse in un eterno cortocircuito: da un lato la repressione morale travestita da civiltà, dall’altro la compulsione alla trasgressione trasformata in merce, legittimata e perfino celebrata come “emancipazione”. Ciò che si manifesta non è altro che l’incapacità di elaborare un’etica che non sia immediatamente fagocitata dal mercato o ridotta a dispositivo di controllo. Ogni gesto, sia esso “scandaloso” o “virtuoso”, viene catturato da una macchina simbolica che lo rende al tempo stesso oggetto di consumo e bersaglio di indignazione.

Questa bipolarità non riguarda soltanto la politica o i media, ma è il riflesso di una condizione antropologica: l’uomo contemporaneo sembra oscillare senza tregua tra la necessità di mostrarsi libero e il bisogno di sottoporsi a una norma, tra la rivendicazione di autenticità e l’angoscia di una libertà che, in realtà, non sa reggere. Ne deriva una sorta di “moralismo pornografico”, dove la pornografia è non tanto l’esplicito quanto l’eccesso di esposizione, e il moralismo non è etica ma il bisogno compulsivo di giudicare, di inscrivere l’altro dentro categorie consolatorie. L’individuo non cerca più un fondamento, ma una continua conferma del proprio ruolo in questo gioco di specchi: indignarsi, consumare, indignarsi ancora. In fondo, l’osceno oggi non è più ciò che si nasconde, ma ciò che si mostra troppo: e l’indignazione che lo accompagna non è che l’altra faccia della stessa pulsione. In termini lacaniani, si potrebbe dire che ciò che osserviamo è la messa in scena del godimento (jouissance) come nuova forma di legittimazione sociale. La pulsione non viene più repressa — come nella tradizione borghese ottocentesca — ma nemmeno realmente liberata. Viene invece canalizzata, gestita, mercificata, resa prodotto. OnlyFans non è trasgressione in senso stretto, ma dispositivo simbolico che consente alla pulsione di circolare entro un perimetro regolato, un recinto che promette libertà ma in realtà garantisce controllo e profitto. L’indignazione pubblica, speculare a questa dinamica, rappresenta l’altra faccia del godimento: la comunità, attraverso il moralismo, “gode” nel denunciare, nello scovare il colpevole, nel punire il trasgressore. È il godimento dell’Altro che si fa Legge, la dimensione superegoica che ci comanda di godere e contemporaneamente di vergognarci di quel godimento. Il risultato è che viviamo immersi in un ciclo pulsionale infinito: ciò che scandalizza alimenta la stessa macchina che dovrebbe reprimere, e ciò che viene represso torna sotto altra forma, mascherato da emancipazione o da libertà individuale. L’osceno e il moralismo diventano così due modalità complementari della stessa struttura sociale, che non conosce più il limite simbolico ma solo la ripetizione compulsiva. In questo senso, l’Italia “bipolare” non è un’eccezione: è piuttosto un laboratorio in cui le contraddizioni del tardo capitalismo, fra emancipazione proclamata e controllo capillare, si mostrano con maggiore evidenza. Se guardiamo questa dinamica da una prospettiva politica, appare chiaro come la cosiddetta “nuova sinistra” abbia smarrito il terreno di un’analisi reale dei rapporti di potere, sostituendola con una gestione simbolica della morale. Invece di interrogarsi sulle condizioni materiali — lavoro, precarietà, disuguaglianze — essa si concentra sul presidio del linguaggio, sul controllo dei comportamenti, sul perpetuo scandalo.

In termini lacaniani, potremmo dire che ha preso il posto del Padre non più come garante di un limite simbolico, ma come Super-Io digitale, che impone di godere di certi dispositivi (le piattaforme, le narrazioni di emancipazione) e contemporaneamente di indignarsi contro chi ne devia l’uso. Questa schizofrenia ideologica è figlia di una verità rimossa: che l’economia del desiderio non si governa con decreti morali né con slogan identitari. Eppure, proprio nel tentativo di farlo, la “nuova sinistra” si riduce a funzionare come apparato di legittimazione del mercato: da un lato celebra l’illusione di emancipazione individuale (la carriera su OnlyFans come libertà), dall’altro produce il teatro dell’indignazione che serve a disciplinare le masse, a canalizzare le frustrazioni in forme spettacolari di denuncia. Così il politico si dissolve nell’amministrazione del godimento, e la società intera si scopre incapace di distinguere tra emancipazione reale e mera cattura pulsionale. È il trionfo di una moralità pornografica, dove tutto è esposto, consumato, denunciato, ma nulla realmente trasformato

Non rimane che lasciarsi alla visione postprandiale delle vecchie commedie italiane, nella calura agostana che lascia vagolare i Tosa di turno entro il perimetro ristretto della cronaca.

PS il gruppo incriminato è stato cancellato dalla nuova censura.

L’arte come conflitto

Nel codice non scritto della relazione fra artisti vi è sempre un’avversità che non ha nulla a che vedere con l’umano, una tensione necessaria al confronto che rappresenta l’invisibile tessuto connettivo di individui e comunità, ciò che trascende le vicende personali legate al successo o alla realizzazione del . Da ciò scaturisce la linfa preziosa del sacro, dalla ferita inferta all’Incommensurabile da cui sgorga il nettare che dà origine alle reazioni a catena che vanno dal rito collettivo alla performance. Per troppo tempo si è bollato tale necessario processo conflittuale entro i ristretti ambiti dello storicismo, dell’estetica che hanno finito col relegare tale processo entro i limiti dello spleen del Romanticismo. In realtà ciò che ancestralmente anima il fuoco della creazione è frutto di una polarità, quasi sempre di una sfida, fra uomo e uomo, fra uomo e divino, fra uomo e materia. Ogni tentativo associazionistico e comunitario è comunque figlio della sublimazione di tale conflitto, di una normativa sociale che si impone soprattutto nelle società opulente di questi ultimi secoli, volta a sedare, narcotizzare, stemperare le irruzioni dello skandalon nello scenario dell’urgenza espressiva e della comunicazione fra sapiens. Movimenti e collettivi, come un tempo le corporazioni di Arti e Mestieri del Medioevo, sono le chiese atte ad arginare l’iniziazione esoterica dell’arte, a contenerla entro i confini del decoro, della struttura, della fruizione. Quando stringete la mano a un artista, sappiate in fin dei conti la state stringendo al demonio, alla divinità che sorregge la stessa struttura della fascinazione. Diffidate sempre degli artisti concilianti, dei menestrelli di regime, dei cantori delle riforme: costoro sono l’emblema della mediocrità assurta nei cieli di cartapesta della società dello spettacolo.

Ferragosto: l’Orda

Pregne le mie narici del fritto di melanzane, cotolette e calamari, percorro il lungomare col mio scooter. La velocità è da crociera, il collo torto a destra in direzione spiaggia. Vedo un Carmelo sdentato e urlante, una Concetta sovrappeso guadagnare la battigia come un pinguino di duecento chili offeso dai morsi dell’orca, scruto le danze maldestre da lido in cui si cimentano l’infante e il vecchio con mezzo coglione fuori dal costume, osservo le ambulanze parcheggiate in attesa di infarti. Sono in cerca di un supermercato aperto. Lo trovo. Sembriamo a Gaza dopo un saccheggio. La stanca commessa rimasta fa spallucce: quello che vede… Prendo della rimanenza di lattuga, del radicchio ancora passabile, dei pomodori da salsa rimasti in fondo a una cassetta di legno, del parmigiano stagionato, dei filetti di sgombro in vetro. Lei è una donna ancora piacente, sulla cinquantina, addetta allo stoccaggio degli alimenti e solo casualmente alla cassa. Le sue braccia sono muscolose, si allena negli orari di pausa. Oggi ho visto cose che voi umani… mi fa. Percepisco telepatia, sa che con me potrebbe parlare di tutto, da alcune gestualità suadenti, dalla delicatezza con cui mi porge i pomodori, deduco che ambirebbe a confidarsi dei suoi più intimi segreti. In un contesto ideale, si intende. Mondi che non si incroceranno mai. Così mi concentro sul battito della cassa e provvedo diligentemente a sistemare i prodotti nella busta. Fuori il cielo è plumbeo. Sono felice che questa giornata abbia in parte rovinato la crapula dell’Orda. Essa avrebbe tratto nutrimento e forza dal sole cocente, dalla canicola che frigge ciò che rimane delle loro sparute sinapsi, l’Orda avrebbe tratto autorità e legittimazione a darsi. Formulo la seguente massima: “la veglia del sole genera mostri” e mi pongo al fianco di Goya da un punto di vista dialettico. Le stradine interne della Timpa sono un miracolo di verde deturpato dall’immondizia rilasciata lungo i cigli dall’Orda. L’Orda è una struttura cosciente, attiva, sincronizzata, cancerogena che raggiunge il suo acme nel Ferragosto (Feriae Augusti) che dovrebbe richiamare al riposo profuso durante l’anno. Ma l’Orda ha trasformato fin dai tempi del boom economico i Vinalia rustica in baccanale infernale e delirio pagano privo di incesti. Sfreccio tra le autovetture dell’Orda che si appresta a rientrare dopo la bestiale due giorni. Sulle spiagge ardono ancora i ceppi della notte, qualche ragazzo smonta la tenda eretta in barba ai divieti. Provo imbarazzo e come un senso di impotenza che mi fiacca. Vedo gloriose società umane del futuro muoversi entro enormi bolle di sistemi ambientali sospesi, osservo la smaterializzazione dei corpi consapevole, immani distese di oceani e verdi vallate gestite dalla robotica, posso sentire la gioia di chi abiterà quelle epoche, di quel noi che accoglie ogni identità, posso percepire il respiro puro dell’eterna gioia. L’Orda ha i secoli contati. Una selva di botti e fuochi d’artificio tormenta il mio rientro a casa.

Piccola raccolta di mie poesie

Forma dell’Informe
Vorrei andare dentro ai quadri di Monet
per essere colore fra i colori
lucente come un colpo di fioretto
frutto consapevole d’una pennellata estrema
trascinata verso il basso della tela.
Spasmo, scaracchio della setola
gesto essenziale, irripetibile.

(Vampolieri 4-12-2020)


Non ricordo
Leggero come un rinoceronte alato
è il sogno rosa dell’altra notte
di cui poco ricordo
se non appunto il corno rosa
di ‘sto rinoceronte che volava.

Non ricordo nulla
e se ricordo qualcosa la dimentico ancora
mediante un processo dialettico raffinato
di cui non ricordo il metodo.

Eppure l’ho ideato io
il metodo.

Era un metodo perfetto
di cui però non ho ricordo
– la mente si rischiara
strizzata come una spugna rorida
ora giace asciutta e secca
nel torrido sole d’un mese che non conosco.

Per il resto non ricordo che il mio nome
forse anche il cognome e poco altro
non saprei ben dirvi che ho mangiato a pranzo
se questa è la notte o il mezzogiorno.

Non ricordo neanche il senso dei miei versi
se a scrivere è un estraneo o il sottoscritto
vorrei tanto cantar la mia saudade
e molto altro in questo cosmico sentire.

(Vampolieri 7-12-2020)


Settembre
Mi piace questo principiare d’autunno
quando l’aria si fa tersa
e lento è il declinare del sole
nello smorir del pomeriggio;
e poi ancora lì restare,
come attonito, in quell’attimo che precede il farsi d’aria ferma,
in quello spasmo di furente estate,
lì, sul ciglio della strada,
a ricordare il presente.


In una notte d’inverno
Fu in una certa notte d’inverno
che provai la solitudine.

Fu nel guardare con perfida malia
il denso costrutto pulsante nel niente
l’astratto grigiore, la patina lucida
che mi separa dagli oggetti di casa.

Dapprima fu un retrogusto, quasi un languore
più tardi una forma di sopportabile vuoto
una colla improvvisa di cui colsi l’essenza.

Ricordo era una notte di vento furioso
parevano l’urla di corpi straziati
e io col mio sguardo fisso in cucina
fissavo le porte e i lor movimenti
come un segugio confuso e ansimante.

Mi parve di scorgere fra scarti e stoviglie
un altro ricamo dell’esistenza
il canto silente del vivere inerte
come uno spasmo di assenza fremente.

Difficile esprimere l’immane contorno
che orla e separa lo spazio d’un niente
eppure è un abisso racchiuso in un punto
fra l’inerzia della tazza e la boria del bollitore.


Canicola
Combattere lo spleen della radiazione canicolare
pare esser divenuta la mia ultima lotta
ché vedo come scarnificata e ossuta
la reale natura della vita
col farsi dell’estate più cocente.

Insiste dolente nel pensiero
l’abbaglio d’una consapevolezza sorda
ed è come se la luce e il fuoco di giugno
svelassero con furia bellicosa
le povere fattezze del mistero.

E ciò che ne rimane messo a nudo
così, senza l’amore dei sapienti
reca grossa ambascia al petto e al cuore
e pare poca cosa, un mero scherzo
lo spasmo dilaniato del morente
o l’urlo di chi in vita giunge al mondo
che in mano stringe poco, quasi niente.

(Stazzo 18-6-2023)


Come una perenne teofania
C’è poi questo senso del vivere
che si fa memoria al passo
per le strade assolate del paese
(rimanda a quelle cose ormai trascorse
mentre emoziona dell’onde
la tragedia dello schianto sui bastioni del porto).
E quel poco d’ombra mia ch’ormai s’avvita
al mezzogiorno della meridiana della chiesa
a me pare il segno d’una ritrovata estraneità
nient’altro che il vapore di un incantamento.


Cielo fermo
Provo angoscia per l’imminente arrivo dell’estate
quando la luce torrida mostrerà
le piaghe virulente delle strade di catrame
quando arrancheremo
con la fatica dell’insetto
non più figli di Vitruvio
nella nostra offesa nudità.

(Stazzo 7-4-2023)


Pistoleri
Sostavamo nell’ombra giallo ocra
per deserti della mente
in uno stallo messicano.

Eravamo poveri e affamati.
Eravamo disposti a uccidere.

Estrassi la pistola e feci fuoco
in direzione del tramonto.

Ora il mio corpo giace
sulla terra rossa degli avi
mentre una finestra di memorie
sembra chiudersi per sempre.

L’eternità puzza di polvere da sparo.

(Stazzo 22-4-2023)


Genesi
Immobili come ancore ai fondali
nutriamo di tempo le nostre vitree icone
nell’attesa di un’azione che ci renda umani
di una storia che illumini le ombre
e che ci renda degni di apparire al mondo.

(Stazzo 2-6-2023)


Inesorabile
Nel corpo si fonda la Legge
solo memoria
carnale memoria.
Scorre la polvere nella clessidra
grano a grano
nella soave indifferenza della notte
vibrano le fiammelle nei cimiteri.
Giunge roco e improvviso
lo straziante urlo del gallo
che fa palpitare i cuori di terrore
mentre immote, come rapprese,
stan le frasche
ai venti dei sottosuolo:
sono le due e trentaquattro
di una notte diversa.

(Stazzo 16-6-2023)


Estasi
L’Entità che srotola il tappeto del firmamento
dev’essere maestra di seduzione
e avvezza alle più sofisticate arti
della fascinazione,
se questo struggente miracolo d’adesso
mi rende così ebbro di stupore
e al contempo vigile come una volpe ferita.

(Stazzo 30-6-2023)


Notte di luglio
Soffia meraviglioso vento dell’estate
la notte è inebriante e piena di profumi
colano d’afrori le frasche al loro canto.
Io mai penso d’aver provato simil gioia:
vedere la mia vita dispiegarsi
un manto dai lucori argentei
che avvolge soavemente la mia finitezza
tale venerea manifestazione, dico,
che squarcia e polverizza il cuore
mi provoca un delirio immenso
e di piacere mi sconquassa l’anima.
Contemplo questa mia liquefazione
come il miracolato fa con le reliquie del suo corpo sanato…
arde l’irrelato istante che mi lega al tutto
e brucio del fuoco siderale del devoto.

(Stazzo 2-7-2023)

LIBRI- FRANCESCO CUSA: BUY HERE BOOKS AND CDS.

– Tutti i miei libri finora editi

1. VIC – (romanzo) https://www.lafeltrinelli.it/libri/francesco-cusa/vic/9788893414821

2. IL SURREALISMO DELLA PIANTA GRASSA: (saggio) https://www.amazon.it/surrealismo-grassa-Pensieri-invettive-aforismi/dp/8893413418

3. STIMMATE:  (poesie) https://www.ibs.it/stimmate-libro-francesco-cusa/e/9788893412506

4. AMARE, DOLCI PILLOLE: (aforismi) – “Infoshop”

5. CANTI STROZZATI: (poesie) https://www.unilibro.it/libro/cusa-francesco/canti-strozzati/9788867703432

6.  RIDETTI E RICONTRADDETTI: (aforismi) https://www.unilibro.it/libro/cusa-francesco/ridetti-e-ricontraddetti/9788898721467

7. NOVELLE CRUDELI: (racconti) https://www.ibs.it/novelle-crudeli-dall-orrore-dal-libro-francesco-cusa/e/9788898644032

8. RACCONTI MOLESTI: (racconti)  https://www.amazon.it/Racconti-molesti-Ediz-illustrata-Francesco/dp/8898644418

9. NEI DINTORNI DELLA CIVILTÀ  – De Felice Edizioni – https://www.ibs.it/nei-dintorni-della-civilta-libro-francesco-cusa/e/9788894860702

10. NAKED PERFORMERS – Elementi di Conduction (e book) – https://itunes.apple.com/it/book/elementi-di-conduction/id910169093?l=en&mt=11

11 IL MONDO CHIUSO – Robin Edizioni – https://www.ibs.it/mondo-chiuso-libro-francesco-cusa/e/9788872749067

12 IL GIUSTO PREMIO – Robin Edizioni – https://www.mondadoristore.it/Il-giusto-premio-Francesco-Cusa/eai979125467712/

13 L’ORLO SBAVATO DELLA PERFEZIONE – Algra Editore – https://www.algraeditore.it/saggistica/lorlo-sbavato-della-perfezione-cogitazioni-dellera-dellaccelerazione/

14 “2056” – Edizioni Ensemble – https://www.amazon.it/2056-Francesco-Cusa/dp/B0DTX8WB63 

Albe e tramonti dei nuovi feticci nell’immaginario del post-girotondino

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Purtroppo abbiamo bisogno di continui stimoli in un processo mediatico che, da un lato viene criticato, e dall’altro si nutre degli scarti del Sistema. Perfino atti lodevoli diventano preda della fagocitazione della società della sorveglianza che necessita di feticci da mandare al macello. Per fortuna tutto questo scomparirà a breve, insieme a tutto il portato della delega parlamentare, del voto a matita, degli scranni a Montecitorio ecc. Non parlo della signora nello specifico, che è magari mossa da spirito e anelito nobili, ma di ciò che “siamo” rispetto al processo del Divenire. Necessitiamo di continui stimoli per mantenere lo status cognitivo a noi necessario per “sopportare la vita”. Dal nulla emergono fenomeni: culturali, artistici. Nello spazio di qualche giorno, emeriti sconosciuti assurgono al ruolo di star, per poi essere ri-fagocitati in un batter d’occhio dalle procelle del mare in tempesta. Siamo adolescenti perenni che giocano a fare i “grandi” col petto gonfio di indignazione da mostrare alle piazze, come tordi in amore. La signora in questione è il perfetto medium di chi vorrà fare dei suoi concetti “prodotto”. Si rimane basiti dai processi iterativi che colgono perfino le menti più eccelse. È in atto una spaventosa rimozione collettiva, di cancellazione della memoria breve, che porta a una spaventosa iterazione dentro un infinito cul de sac. Questi sono i prodotti della società del
sistema che vivono nel
paradosso di chi contesta il sistema stesso, del sistema che si nutre di ciò (molti amici di stanno finalmente accorgendo dei disastri della cultura woke, da me preannunciati in tempi non sospetti). La repentinità con cui da un giorno all’altro un soggetto diventa simbolo collettivo è il segnale del processo in atto. Sono le stesse folle che al tempo della deriva del green pass stavano su fazioni opposte, è la stessa psicologia delle folle che fa da titolo a uno dei saggi che resiste alle zanne del tempo.

Non ho nulla contro le idee della signora Albanese, che condivido anzi nella sostanza in toto. Intendo solo rimarcare come la macchina mediatica – nonostante gli evidenti segnali di ruggine palesati – sia già pronta a divorare l’ennesima eroina della cosiddetta “società civile” (termine che oramai detesto, come all’epoca detestavo quello di “girotondini”). Io non voto da anni e non partecipo da anni ad alcuna manifestazione. Aderire significa condividere le regole del gioco. E a me questo gioco della delega politica non interessa più. La verità è che non sopporto più questa patetica danza intorno al presentismo, la sostituzione indefessa di feticci funzionali ad evidenziare l’ennesimo skandalon, l’ennesima indignazione, per orchestrata o meno che sia. Non sopporto più non tanto i nuovi eroi, ma le folle che si accalcano al grido perenne della condivisione coatta, le masse sciamanti che domani saranno in lotta per lo scatto pensionistico, e con gli arancini al vento in segno di solidarietà. Intanto il popolo palestinese viene sterminato grazie al sottile gioco di permutazioni che non prevede alcuna interferenza sul piano fattuale. Le piazze si specchiano su se stesse. Si va a casa con la coscienza a posto sotto un cielo senza bombe.

Pensavo

Suonano le campane a morto
nel piccolo borgo di mare
mentre l’estate va avanti
e noncuranti corrono gli sbuffi
di cirri a screziare l’azzurro.

[Pensavo all’importanza di ogni piccolo
gesto
pensavo a come ogni nostra scelta
possa produrre conseguenze anche letali
pensavo che occorre maneggiare la vita
con la cura dell’artificiere che disinnesca
l’ordigno].

Pensavo.

Adesso che è scesa la notte
e che il bagno di luna rende preziosi
anche l’orrore e i ghigni contorti
dei pazzi, osservo la luce distante
di una casa mai vista
che mostra l’abisso concreto
d’una cucina infestata d’agosto.

(Stazzo 5-8-2025)

#poesie #francescocusa

Recensione di: “Presence” di S. Soderbergh e “Bring Her Back” dei fratelli Philippou

Sono reduce da questa doppia visione serale. Non mi dilungherò troppo in recensioni specifiche che potrete trovare ovunque. A me interessa mettere in relazione le due opere proprio per le sensazioni suscitate dalla doppia fruizione in sala. Comincio col dire che le mie preferenze vanno tutte per la commovente e sconcertante opera dei Fratelli Philippou, con ciò non relegando “Presence” nell’alveo dell’esercizio di maniera sul genere. Il problema di Soderbergh, per il sottoscritto, è sempre quello del suo procedere con la marcia tirata, misurata, cosa che piace molto ai critici ma che a me rimanda a una sorta di ibrido tra Sophia Coppola e James Ivory, ossia a quanto di più distante mi separa dal cinema. In entrambi i film comunque è centrale la presenza dell’Altro, ossia del disumano, dell’oltreumano, dello spettro, del demone. In maniera più marcata in “Presence” – la camera in soggettiva é lo spettro – in chiave più indiretta in “Bring Her Back”, dove il tema del dolore straziante si fa cannibalismo del corpo, matericità sacrificale del sovrannaturale. In questo senso l’accostamento di Soderbergh al ghost movie appare più scolastico e meno originale, se si riesce a scrostare la patina che di solito viene apposta quale segno della cifra autoriale del regista di successo che si presta al nuovo genere, rivelandosi poco più di un gioco sapiente di citazioni ben nascoste. Viceversa l’opera dei Philippou mostra una straordinaria capacità introspettiva dell’inferno in cui versa certa psiche giovanile, e ci regala un film straordinario sulla catarsi e la passione del corpo, come solo “Martyrs” di Pascal Laugier è riuscito a fare nel 2008. La cruda rappresentazione del sacro dei Philippou (altrettanto pregevole da un punto di vista registico) si scontra così con gli artifici tecnici della teorizzazione dell’ultraterreno in Soderbergh, risultando vincente per la capacità di saper osare e mostrare senza timore i tabù e i limiti imposti dalla civiltà repressiva che produce il mostruoso attraverso la sua estetizzazione o medicalizzazione (ciò che un tempo suscitava orrore viene oggi integrato come eccezione patologica, deviazione codificata o prodotto spettacolare, neutralizzando così il suo potenziale critico e destabilizzante). In questo senso non dovete perdervi “Bring Her Back”, se non desiderate i soliti “spiegoni” sul rituale in atto che, come in ogni capolavoro videoludico che si rispetti, vengono qui lasciati aperti all’interpretazione dello spettatore, e se non volete perdervi la straordinaria prova del piccolo Oliver, ossia di uno dei protagonisti minorenni più carismatici del cinema degli ultimi decenni.

A un’amica

Si fa presto a morire…

e invece tocca vivere

nella cecità delle oscurità immani

che celano l’impossibile futuro

e i secoli che non necessitano di noi.

Oppure è tutto un gran spavento

lo scherzo organizzato da un burlone

e si finirà a gran pacche sulle spalle

e giù risate sul confine dei tuoi giorni

scolpiti sull’immagine perenne

dell’eterno divenire nel suo farsi.

Solo allora e in quel frangente

nello spazio striminzito dei sussurri

sarà lecito tentare qualche azzardo

sulla comica natura dei miei sogni. 

(Stazzo 1 agosto 2025)

Francesco Cusa

Contro i soloni, i preti mancati e gli scientisti d’oggi, contro il disagio di chi vive male la propria contemporaneità

Leggo di soloni che discettano di religioni e spiritualità… Come faranno a interpretare e a decifrare, chessó, le simbologie di Saunier sul mito edenico senza conoscere reti neurali e PlayStation 5? Che razza di conoscenza può mai darsi nell’ancoraggio di una fissità che non preveda una tradizione in movimento? Da quale pulpito si ergono questi novelli Torquemada a lanciare anatemi e su che basi si pongono a sentenziare, quando non sono in grado di avere un dialogo decoroso con i ragazzi delle nuove generazioni? Sempre ad ammonire, a relegare entro ambiti chiesastici la naturalezza del campare, sempre a giudicare e a riferirsi a tradizioni che sono alloro volta figlie di portati pre diluviani… Quanta arroganza in questi preti non officianti, quanta foga antropocentrica, conato patetico di chi poi in punto di morte si ritroverà a imprecare contro un’ontologia monca. Costoro sono ancora peggiori degli scientisti d’accatto,
dei latori di un materialismo zombie che si nutre dei cadaveri del positivismo, pagliacci travestiti da cinici che se la fanno addosso di fronte a una gonna satanica. Entrambi sono il cascame del disagio, della cronica incapacità ad adattarsi alle meraviglie del divenire. Saranno dannati nel loro personale inferno dantesco: dannati dai limiti del loro stesso immaginario. Bestie.

Recensione di “Bosco in città”, di Francesco Gianino

Diciamolo da subito, Francesco Gianino ha scritto un “diario di borderline” straordinario, un’opera animista sotto forma di flusso di coscienza che tutto avvolge e divora: strade, facce, panini, tramonti, gonne, cosce, bestie, bar, amici, nemici, kebab, cinema, amori, rancori, fotografie, amarezze. Sembra di essere in una sorta di riadattamento miniaturizzato de “Gli anni perduti” di Brancati commissionato alla penna del Vittorini. Il tema del libro a me pare quello dell’immanenza del kairos, di un sempiterno presente in cui lo sguardo dell’osservatore (degli osservatori) viene a posarsi sulle vicende manifeste della narrazione, accendendo la curiosità del narratore/viaggiatore/lettore sull’urgenza della manifestazione ontica, ossia di ciò che appare all’orizzonte degli eventi, ma che qui non ha la forza di affermarsi nella sua funzionalità semantica, di significante, storica. In questo senso il tempo di Gianino è un tempo assolutamente proustiano, iterativo, squadernato sulla prospettiva di un presente che blocca l’irruzione del futuro, come nella Natàca di Brancati in cui i protagonisti paiono fagocitati dalla loro stessa smania d’agire che si rivelerà metodologicamente vana. In questo flusso narrativo seducente e accattivante, Gianino lascia andare le sue navi di carta e le abbandona al destino della ciclicità abissale della città, con la tipica iperattività dei nocchieri stanchi, dei Caronte destinati a condurre le torme all’eterna dimora delle rotture delle continuità, perché occorre comunque attraversare la notte, pur sapendo che non sarà più mattino. Eppure in questo sublime affresco, par di cogliere un sentore, come una umbratile vena di prossimità all’origine, di riscatto dal fallimento dell’essere… non saprei ben dire dove e in che parte del libro… è una sensazione, quasi una vertigine che mi coglie essendo uno dei personaggi del diario deprivato dell’anima e in cerca di fuga dalle pieghe strutturali e di una metafora dell’esperienza. Fuggire dalla mente dello scrittore, di Gianino, come nello splendido videogame “Alan Wake”, ecco, forse è questo lo scopo della mia dimensione del vivere. Ciò lo devo a “Bosco in città”.

Lo Stimmataro

In questo porco mondo: “epochè dell’età contemporanea“

Sotto al bancone del bar una mamma strattona il marmocchio che piange e urla. Il cono gelato è a terra. Un cane bassotto lecca il gelato mentre la mamma occhialuta ripete ossessivamente hai visto hai visto hai visto in direzione zona industriale di Siracusa. Il barman che assomiglia a Raf Luca accorre con secchiello e straccio. Dintorno la cornice del mare di luglio. Sembra un quadro animato faccio a Claudia telepaticamente. La piazzetta fuori sembra fuoriuscita da un racconto d’un Guareschi recitato da Tuccio Musumeci per una comitiva di turisti non vedenti. Ci sta il venditore di collane, quello dei giocattoli e dei palloncini, ci stanno i vecchi a non fare un cazzo, le mamme in sandali che sculettano pure quando devono rincorrere i pargoli, ci sta l’ape con i gelati che fa ancora il torrone con i frutti canditi. La chiesetta sta alla sinistra col suo sagrato a ricordarci le utopie fallite di De Chirico, due ragazzi in bici impennano e io ansimo fra la calura e la tachicardia. Ogni mio movimento è uno scempio interiore mentre un tempo ero in grado di stare per ore a palleggiare fra le rocce roventi. Mi muovo come un vecchio nonno messo male, anche se sono forse l’unico a mirare l’ordito delle volute degli uccelli sulle ultime e ostinate rifrazioni dei raggi solari. Penso alla mafaldina calda con la mortadella e la sento scrocchiare nel palato di antichi muratori col cappello fatto con la carta del quotidiano. Questa non è estate, questa è un’agonia. Lontano, ad altre latitudini la foresta è disboscata. Nessuna amazzone corre più sul limitare del ruscello azzurro. Un vecchio nel rientrare a casa per la cena, discosta un po’ l’anca per un ultimo peto.

Ciò che rimane agli esseri umani

Ciò che rimane agli esseri umani/ è l’artificio del giorno nascente/ il muto sigillo della ragione/ la stretta serrata della sofferenza.

Ciò che rimane agli esseri umani/ è il lembo stracciato della memoria/ l’asse sconnesso del pentimento/ il sogno negato del tempo futuro.

Ciò che rimane agli esseri umani/ è contare gli abissi con molta pazienza/ scartare il divino dalla caramella/ succhiare con forza la menta più verde.

(Stazzo 11/7/2025)

“Francesco Cusa: sadismo strutturato e controllo del caos”. Uno scritto di Claudia Scavone

Ci sono incontri che non seguono logiche prevedibili.
Conosco il Maestro Francesco Cusa da circa un anno: tempo sufficiente per capire che la sua opera non si lascia semplicemente leggere o ascoltare, ma pretende di essere attraversata. Le nostre conversazioni — a volte in disaccordo — mi hanno permesso di intercettare quel nucleo vivo e scomodo del suo lavoro, che si muove su coordinate estetiche sadiane. Non si tratta di citazione o posa: è struttura, è visione, è una scelta deliberata e radicale di campo.
Il primo indizio? “Psicopatologia del serial killer”, album della sua formazione Skrunch, pubblicato nel 2003 che adoro e ascolto quasi ogni giorno, poiché inserita nella mia playlist di Spotify. Un lavoro che non si ascolta: si disseziona.
Non c’è accompagnamento, né melodia rassicurante. Ho scoperto la batteria del Cusa e mi sono rivista, attraverso questo album, nell’istante in cui spingo la spatola sulla tela. Cusa lavora come bisturi, gli altri strumenti si muovono su piani taglienti, in attrito continuo. Il disco è pensato come una vera e propria drammaturgia sonora disturbante, a metà tra installazione e teatro psichiatrico. I titoli dei brani e la messa in scena ironica confermano che qui non c’è provocazione gratuita, ma costruzione di un linguaggio disfunzionale e quindi verosimile. Sadiano, appunto.
Anche nella scrittura si ritrova questo impianto: da Vic a 2056, sono romanzi e racconti che non costruiscono personaggi, ma li usano come casi clinici. Non c’è redenzione, non c’è pedagogia. Il linguaggio è nervoso, sincopato, deliberatamente anti-narrativo. Come in de Sade, il dispositivo serve a scardinare il lettore più che a sedurlo. L’effetto è respingente, ma lucidissimo.
Nella musica come nella scrittura, Cusa lavora su un’estetica del collasso controllato: una tecnica che richiama certe tele di Bacon, certi scatti chirurgici di Witkin, o la scultura organica di Berlinde De Bruyckere. Tutto viene deformato, ricodificato, restituito come dato emotivo crudo. Nessuna carezza, ma una struttura solida che regge l’urto.
Anche quando ironizza, Cusa non alleggerisce mai. Usa il sarcasmo come uno scalpello. I suoi personaggi ridono, ma è un riso contratto, nervoso, più vicino a quello di un paziente sotto stimolazione elettrica che a una battuta. La stessa dinamica la si ritrova nel suo approccio ai temi politici, religiosi, etici: mai di superficie, mai lineare, sempre conflittuale.
In definitiva, il buon Cusa è sadiano non per estetica dell’eccesso, ma per come costruisce lo spazio del disagio. Non cerca l’effetto shock, ma lo shock strutturale.
È un artista che lavora per negazione, non cancellazione alla Isgrò badate bene, ma negazione della forma, del ruolo, della narrazione tradizionale. Forse chi lo conosce meglio di me potrà confermare questa sua coerenza anche nella quotidianità, nei rapporti interpersonali.
E in questo, che lo si condivida o meno, è uno degli artisti davvero coerenti che io conosca.

08 luglio 2025
Claudia Scavone

La straordinaria macchina sadiana

Traggo ispirazione dal mirabile saggio introduttivo di Gianni Nicoletti all’opera.

L’inversione in De Sade è il requisito necessario all’accesso alla sacralità, ciò che anima e produce l’erotismo cieco della divinità macchinica, dell’Eros puer che si manifesta nei templi riservati al suo officio: la sala del bordello, la sala dell’orgia, dello scannatoio. Questi luoghi riservati fungono da veri e propri laboratori alchemici atti a procrastinare l’avvento dell’orgasmo, a scardinare il paradigma di quel tempo in funzione di un progressismo che la nostra contemporaneità non è più in grado di cogliere, ossia di una reiterazione che mima il ripetersi ciclico della natura (le frustate maniacalmente contate) entro un cosmo carnale ed esclusivamente corporeo. La coprofagia, la gerarchia del trou, l’Eiezione e l’Orca Universale, sono tutte costanti relative all’inversione celebrante l’ara escrementizia, l’andare contro-natura necessario per il libertino che “prende la base per il vertice e viceversa”, il contenitore dell’ano, la bocca come vagina quali ricettacoli dell’eiaculazione iniziatica che si conclude quasi sempre con lo sterminio della vittima sacrificale. Il Tremendo, come lo intendeva Abhinavagupta, è lo scarto che si fa mostruoso gioiello, l’object petit a di Lacan che l’evacuazione produce, la celeste praline di Rimbaud e, come in Bunuel, l’atto sublime volto a sconvolgere la morale e a capovolgere il senso di tutti i valori in funzione del vizio. Ecco perché l’ano diventa il centro indispensabile per il Vescovo di Blangis, mentre la vagina è detestata se non per la speranza di una volontà d’incesto e di procreazione bastarda. Così terremoti ed eruzioni diventano sinergici all’esplorazione viscerale, all’espulsione della terra e dei corpi, secondo misurazioni matematiche e ricerche maniacali della simmetria. “Gioia eccellente è precipitare nel cratere del Vesuvio la Principessa italiana, già compagna delle orge di Juliette: un gesto sacrificale ma non sanamente primitivo, ideale (russoviano), anzi della più corrotta attività pensatoria che l’Occidente sia riuscito, finora, a formulare.